Wuz, n.3, maggio-giugno 2007


Valeria Vallini


Vita editoriale e letteraria

di Giovanni Arpino

 

 

Il caso di uno scrittore poliedrico e affascinante come Giovanni Arpino resta, nella letteratura italiana del secondo Novecento, un caso "imbarazzante", imbarazzante perchè "atipico". Queste le parole esatte utilizzate da Guido Piovene per definire il percorso assolutamente originale dello scrittore torinese. Per Piovene qualsiasi tentativo di collocare Arpino all’ interno di un certo contesto culturale, o di incanalarlo in una specifica corrente letteraria, è destinato a fallire, tanto che egli stesso afferma in un suo intervento : "Non riesco a trovare nemmeno un nome di scrittore contemporaneo da mettergli vicino".

Narratore, poeta, drammaturgo, giornalista, critico, epigrammista, tanti sono i ruoli che Arpino ha ricoperto e tante le maschere che ha indossato, ma nessuna di esse è mai stata in grado di rappresentarlo completamente. Solo attraverso le sue parole, le sue testimonianze, e solo leggendo la sua vasta produzione, è possibile farsi un’ idea del suo modo di ragionare, della sua visione del mondo, della sua poetica senza "programmi e intenzioni", e soprattutto del valore e dell’ importanza che il mestiere di scrittore ha avuto nel corso di tutta una vita : "Io so chi sono, cosa penso, cosa voglio, soltanto quando ho la macchina da scrivere davanti. Scrivere mi dà  ordine, serenità , costanza, rimorsi, pentimento, fede".

La scrittura per Arpino è una vera vocazione, "un bisogno impellente dello spirito, una necessità  di vita", è "fatica sì, ma anche felicità ". Frutto di profonda meditazione, essa nasce solo da un equilibrio indispensabile tra contenuto e linguaggio, tra idea e modulo narrativo.
"Non c’è romanzo senza idea, ma anche senza stile" è il motto di Arpino, che accanto a una cura maniacale dell’ esposizione affianca un totale radicamento nella propria generazione, come a volersi fare testimone del suo tempo. Attento osservatore della realtà , Arpino quasi mai inventa, elabora da artista la materia che egli estrae dalla vita : ama definirsi "un narratore di storie", un uomo cioè "che lavora con umiliazione e angoscia, e che per sentirsi vivo bracca nel caos della realtà  le storie che gli somigliano, e che egli fa sue".

Nella vastità  di temi e di stili affrontati da Arpino, ricorrono infine, alcune chiare costanti di carattere prettamente autobiografico : l’ immagine sempre viva di Bra, paese natale della madre, le atmosfere dense e misteriose di Torino, sua città  d’ adozione, e la rappresentazione forte e complessa dei suoi due principali modelli di vita, il padre autoritario e l’ esuberante nonno materno. Ed è proprio all’ interno del contesto familiare che Arpino manifesta, sin da ragazzo, la sua verve creativa, realizzando una serie di racconti e di poesie, ispirati dalle sue prime esperienze di vita, e destinati poi ad essere dimenticati in un cassetto, in attesa, magari, di una rielaborazione o di una qualche pubblicazione successiva.

Il suo primo vero sforzo editoriale risale al 1946 quando, ancora studente universitario, Arpino pubblica a sue spese presso la piccola casa editrice Hesperia, un modesto libretto di poesie intitolato Dov’è la luce?. Si tratta di una piccola raccolta di liriche, punteggiate di sentimenti religiosi suscitati dai disastri della guerra. Il libro è l’unico, di tutta la produzione dell’ autore, a portare il doppio nome Giovanni Salvatore.
Per l’ esordio vero e proprio nel mondo letterario, Arpino deve ancora attendere qualche anno. Nel 1950 infatti, egli decide di partire alla volta di Genova per dedicarsi alla stesura del primo romanzo Sei stato felice, Giovanni, una storia di iniziazione alla vita e di celebrazione della giovinezza. Il lavoro di redazione è lungo e complicato : "Io seguitavo a scrivere di tutto. Inventavo, poi buttavo via. Poi ricopiavo in bella. Poi cancellavo. Lo scrivere era ancora un gomitolo metafisico arruffato e un gatto invisibile, diabolico". Il testo però, già  rivela quella smania di perfezione e di sintesi che è tipica della produzione di Arpino.
Una volta ultimato, il romanzo viene inviato, senza troppo convincimento, alla casa editrice Einaudi, e riceve qui giudizi discordanti. Il primo a leggerlo è Italo Calvino, che ne fa una recensione severa e meticolosa evidenziandone i difetti, relativi a una pericolosa "facilità  di scrittura" e direttamente imputabili all’ immaturità  dello scrittore. La vicenda del romanzo, secondo Calvino, resta troppo affidata al caso e i fatti narrati "si possono spostare in un punto o nell’ altro senza trasformare niente di sostanziale". E’ necessario quindi un impegno maggiore nel "saper scegliere, tra le cose che si raccontano, quelle sole che non si può fare a meno di raccontare".
Più entusiasta è invece l’ accoglienza di Elio Vittorini che abbozza una relazione intessuta di elogi, giudicando il romanzo "un buon libro, dialogo hemingwayano senza falsi pudori, con una vera città  dentro e della vera gente". Vittorini riconosce nell’ esordiente scrittore grandi potenzialità , esalta le doti innate del narratore e diventa il suo principale sostenitore all’ interno della casa editrice torinese.
Grazie al suo sostegno il romanzo viene pubblicato, nel giugno del 1952, nella collana "I Gettoni", con l’ usuale tiratura di mille copie. Presentata erroneamente come un prodotto del neorealismo italiano, l’ opera non suscita però interessi vivaci presso la critica, che ne contesta lo stile ancora fortemente acerbo. Anche per Arpino, d’ altronde, Sei stato felice, Giovanni fa ancora parte di una fase preparatoria, non definita e in progress, e per questo rifiuterà  sempre di ripubblicarlo, insistendo nel considerare come ‘primo’ romanzo il successivo Gli anni del giudizio.

A Vittorini si deve anche l’ importante incontro tra Arpino e Vittorio Sereni, il quale conoscerà  lo scrittore inizialmente per la sua produzione poetica. Sereni accoglie infatti, nella collana "Quaderni di Poesia" delle edizioni della Meridiana, la raccolta di poesie di Arpino intitolata Barbaresco. Il titolo risulta da un fitto carteggio tra lo scrittore torinese e l’ autore di Frontiera. Arpino propone Calibro 9, Sereni lo invita a ripensarci. Non lo convince nemmeno Arpino e Torino ("Fanno rima e sta male. Preferisco allora Torino fredda, anche se questo scompiglia i tuoi criteri. Oppure Torino, aprile; o anche A Torino, un aprile"). Infine si decide per Barbaresco, che, come spiega una breve nota finale : "è un paese delle Langhe, stretto sulla cima di una collina. E’ anche un vino frizzante. Da Barbaresco i partigiani scendevano in pianura per rubare armi ai tedeschi e per azioni sulla ferrovia che porta ad Alessandria".

L’ appoggio di Sereni e Vittorini favorirà  poi il passaggio di Arpino alla casa editrice Mondadori, presso la quale lo scrittore pubblica nel 1957 la raccolta di poesie Il prezzo dell’ oro, nella prestigiosa collana "Lo Specchio", tra l’ altro curata dallo stesso Sereni. All’ arrivo in Mondadori però, Arpino deve superare una serie di ostacoli e incomprensioni, in vista della pubblicazione del libretto, riguardanti la scelta del titolo (da Denaro contato si passa ad Andante all’ italiana, giudicato da Vittorini "generico e leggermente lezioso", per poi optare per il titolo originale Il prezzo dell’ oro), e il rifiuto della casa editrice di inserire una prefazione di Velso Mucci, giudicata di intonazione "troppo polemica".
Risolti questi problemi, e stabilita la struttura paratestuale definitiva, la pubblicazione dell’ opera subisce comunque, per ragioni rimaste in parte inspiegabili, un ritardo di due anni dalla presentazione del dattiloscritto. Questo ritardo, aggravato da ulteriori disguidi e mancanze, sarà  l’origine del difficile, intricato e a volte apertamente polemico rapporto tra Arpino e la casa editrice milanese, ampiamente documentato dal fitto carteggio intercorso tra lo scrittore e i suoi tre principali interlocutori all’interno della Mondadori : Vittorini, Sereni e Alberto Mondadori.
Arpino, autore indocile, ribelle e, difficilmente accontentabile, non riuscirà  mai ad accettare la politica editoriale mondadoriana, ne contesterà  "condizioni, clima, basi, maniere, accenti", e cercherà  sempre di ottenere maggiore libertà  e autonomia, attraverso l’ abolizione della tanto odiata clausola d’ opzione.

Diverso invece l’ atteggiamento di Arpino nei confronti dell’ Einaudi, alla quale lo scrittore rimarrà  sempre profondamente legato, per affinità  culturali e per doveri di riconoscenza, e presso la quale riesce a pubblicare, sotto sua insistenza e per concessione della Mondadori, i suoi due successivi romanzi : Gli anni del giudizio (1958) e La suora giovane (1959), entrambi accolti nella collana "Coralli".
Gli anni del giudizio, contrariamente alle aspettative dell’ autore, ottiene un successo di pubblico alquanto modesto, mentre La suora giovane, scritta di slancio e ispirata da una confidenza dell’ amico pittore Mino Rosso, viene accolta con grande entusiasmo sia dalla critica che dal pubblico, decretando la fama internazionale di Arpino. Vincitore del premio ‘Borselli’ e finalista allo ‘Strega’, il romanzo, ceduto da Mondadori a Einaudi perchè giudicato di qualità  modesta, è invece la prova decisiva della piena maturità  raggiunta da Arpino.

La Mondadori ha commesso un grave errore di valutazione nel sottostimare la potenzialità  de La suora giovane, errore avvalorato tra gli altri anche da Sereni e Vittorini, e cerca subito di porvi rimedio richiamando a sè lo scrittore renitente, per non lasciarsi sfuggire la sua produzione futura. Si svolge così il periodo mondadoriano di Arpino, che tra alti e bassi, silenzi e compremessi, litigi e pacificazioni, vede la pubblicazione di quattro romanzi ( tra cui il premio ‘Strega’ L’ ombra delle colline) e due raccolte di racconti. Ma lo scontro tra Arpino e la casa editrice milanese, più volte scongiurato grazie alla mediazione degli amici mondadoriani, si riaccende già  dopo la pubblicazione di Un’ anima persa nel 1965, dando vita a una lunga e infruttuosa diatriba.
La polemica, che riguarda questa volta la scarsa considerazione e l’ esigua pubblicità  destinata ai libri di Arpino, corrode inevitabilmente anche i profondi rapporti d’ amicizia con Vittorio Sereni e Alberto Mondadori, il primo definito dallo scrittore "uno che legge solo la Gazzetta dello Sport", il secondo criticato duramente per i suoi rigidi "modi dittatoriali".
L’ intera questione si conclude, grazie all’ intervento pacificatore di Eric Linder, con lo scioglimento del contratto nel 1968.
Da allora Arpino non pubblicherà  più con Mondadori e inizierà , invece, un vero e proprio vagabondaggio da una casa editrice all’ altra, passando da Rizzoli, la cui collana ‘La Scala’ accoglierà  alcuni suoi romanzi e racconti (tra cui Il buio e il miele), per poi tornare all’ Einaudi a cui Arpino destinerà  buona parte della sua produzione per l’ infanzia, senza trascurare editori come Feltrinelli, Garzanti e Rusconi.

Da ricordare è anche la sua carriera giornalistica, che egli ha sempre affiancato a quella letteraria. Le due attività  infatti, non sono mai state in conflitto tra loro, ma complementari. Per un autore come Arpino, così coinvolto con l’ attualità  e desideroso di essere "testimone del suo tempo", l’ obbligo di osservare la realtà  e di mescolarsi ad essa è fondamentale. L’ unica differenza tra lo scritore e il giornalista, sta, secondo Arpino, nella scrittura : "fisiologica" e quindi spontanea per quest’ ultimo, "patologica" tormentata e fortemente meditata per il primo. E’ proprio nel settore giornalistico che Arpino dà  libero sfogo alla sua passione sportiva, soprattutto calcistica, celebrata nei memorabili commenti ai mondiali di calcio del 1970 in Messico e rielaborata nel celebre romanzo Azzurro tenebra edito da Einaudi nel 1977.

L’ esperienza e la conoscenza del mondo editoriale spingono inoltre Arpino ad avventurarsi, assieme all’ amico Mario Maffiodo, in un’ audace e meritoria iniziativa. I due danno vita, nel 1975, a una rivista, ‘Il racconto’, che ha l’ intento di riscattare un genere letterario, il racconto appunto, con una grande storia alle spalle, ma ai più ancora misconosciuto. Il primo numero esce in edicola nel giugno 1975, esibendo un’ eccellente veste tipografica. Gestito con la consulenza editoriale di Luigi Treccani, il periodico si adatta perfettamente ai gusti di Arpino, molto selettivi in materia di letteratura. Accanto a Steinbeck e Faulkner, Scott Fitzgerald e Joseph Roth, egli dà  spazio a Buzzati e Flaiano, Piero Chiara e Italo Cremona, e a rubriche di satira affidate a umoristi del calibro di Franca Valeri e Enzo Jannacci.
Nonostante la nobiltà  della missione, il periodico dura solo undici numeri e chiude i battenti nel 1976 : Arpino non aveva fatto i conti con le innumerevoli difficoltà  di gestione.

Il fallimento non scoraggia però lo scrittore, ancora molto attivo in ambito letterario. E’ del 1975 il romanzo Domingo il favoloso, edito da Einaudi e pubblicato inizialmente a puntate su ‘La Domenica del Corriere’ con il titolo Correva l’ anno felice.
Un altro feuilleton, questa volta apparso su ‘La Stampa’, porta alla pubblicazione l’ anno seguente del romanzo Il primo quarto di luna. I due libri, assieme a Randagio è l’ eroe, del 1972, costituiscono una sorta di ‘trilogia fantastica’ e utopistica da ricondursi al filone picaresco della produzione di Arpino.

L’ eclettismo di Arpino lo spinge inoltre a visitare un po’ tutti i generi, passando dal teatro, con pièces grottesche come L’ uomo del bluff, Donna amata dolcissima, e Oplà  maresciallo, e poi tornare alla favolistica (Le mille e una Italia, Zio computer, Il contadino Genè, Leonardo. Un genio si confessa), e infine non trascurare generi minori, ma non per questo meno importanti come l’ epigramma e la poesia dialettale. E’ del 1970 infatti la pubblicazione della raccolta di epigram
i satirici Fuorigioco edita da Rizzoli e impreziosita dalle illustrazioni di Maria Luisa Gioia, mentre nel 1982 esce presso l’ editore Daniella Piazza di Torino il libretto Bocce ferme che riunisce le composizioni dialettali nate dalla collaborazione di Arpino con l’ ‘Almanacco piemontese di vita e cultura’ edito da Andrea Viglongo.
Con lo pseudonimo di Massimo Riserbo, Arpino si fa infine conoscere come abile umorista, prendendo di mira in modo a volte affettuoso, a volte fortemente sarcastico, i personaggi più illustri della società  italiana dell’ epoca, da Andreotti a Craxi, dalla Fallaci a Dario Fo, da Gassman a Rivera, ricordandoli nei suoi celebri e graffiamti epitaffi. Mentre ennesimo frutto del suo estro satirico è la breve raccolta di prose dedicate alle donne della storia e della letteratura, dal titolo Le bambinacce, edito dalla Cesati di Firenze nel 1987.

Nell’ ultimo decennio di vita, Arpino prende sempre più le distanze dalla società  che lo circonda e dal suo individualismo sfrenato e soggettivismo esasperato. In essa lo scrittore riscontra il seme di una dilagante corruzione che non ha risparmiato nemmeno il suo adorato calcio. La scrittura di Arpino si fa allora via via più aggressiva e il suo stile narrativo, con il romanzo Il fratello italiano, si trasforma nella sconfortata denuncia di una realtà  che non ammette più approcci per metafore. La sua onestà  intellettuale lo porta ad isolarsi progressivamente da un sistema culturale in cui non si riconosce più, e che ha svenduto i suoi ideali per desiderio di potere e di successo : ciò contribuirà  ad accelerare l’oblio e il silenzio con il quale, ancora oggi purtroppo, tutta la sua produzione deve fare i conti.

Ripercorrendo l’ attività  letteraria, e non solo, di Giovanni Arpino, è possibile ricostruire seppur in maniera inevitabilmente parziale, gli aspetti di fondo della sua personalità  : eccentrica, sopra le righe e spesso contraddittoria. L’ indole malinconica, la testardaggine tutta ‘piemontese’, la verve ironica e spesso polemica che lo hanno sempre caratterizzato, sono tutte magistralmente rappresentate e impersonate da una lunga schiera di tipi e personaggi che Arpino ha cercato, senza tregua, nella realtà  di tutti i giorni, e ha trasformato poi nei protagonisti delle sue opere.
La sua è stata veramente un’ esistenza votata alla scrittura, e a questa non rinuncerà  neppure nell’ ultimo periodo di vita, quando costretto a letto per un cancro alla gola, continuerà  a realizzare articoli e a lavorare alla stesura dell’ ultimo romanzo, La trappola amorosa, pubblicato postumo da Rusconi nel 1988.
In una breve  ma significativa confessione, in calce all’ edizione SEI (1983) del racconto per ragazzi Il viale nero, Arpino dichiara : "Qualcuno disse che la vita è un compito da affrontare in piedi. E così è lo scrivere. Chi non sa scrivere in piedi, moralmente parlando, è uno che imbroglia, che non obbedisce al suo dovere, un facilone che bracca il successo e non la verità  dolente ma sovrana della scrittura".
E’ questa la viva espressione di una devozione assoluta.


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