Virginia Woolf: una donna che ha fatto la storia della letteratura inglese del Novecento guerreggiando con le idee al posto delle armi.

Virginia Woolf: una donna che ha amato la vita.

 

Era il 28 marzo 1941 quando Virginia Woolf si trovava nella sua stanza inondata dalla luce che filtrava tra i rami degli alberi del piccolo frutteto di cui Leonard si prendeva cura con devozione.

Aveva due lettere di fronte a sé, una indirizzata alla sorella Vanessa, l’altra destinata al marito:

«Carissimo,
sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco neanche a scrivere come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.

V.»

Era tutto pronto, non restava altro che mettersi il soprabito, prendere il bastone da passeggio, salutare la premurosa Louie[1] e sgattaiolare fuori di casa; nessuno si sarebbe insospettito d’altronde tutti sapevano quanto ella amasse passeggiare tra i Downs inglesi lungo le rive del fiume Ouse. Giunta in un luogo appartato, poco distante da Monk’s House[2], Virginia lasciava a terra il suo bastone, prendeva due pietre, le infilava nelle tasche del soprabito e iniziava la sua discesa nel letto del fiume.
Al dolce e pacifico Ouse non restava che accogliere materno il corpo di una moderna Ofelia.

«Contro di te mi scaglierò, invitto e irriducibile, o Morte.»[3]

A casa Woolf il tempo passava ma della padrona nessuna traccia. Leonard iniziava a comprendere che qualcosa di terribile doveva essere accaduto alla moglie e si precipitò in un’affannata ricerca che purtroppo non portò a nessun risultato.
Solo qualche giorno più tardi, 4/5 chilometri più in là rispetto a Rodmell, alcuni bambini intenti a giocare proprio in prossimità del fiume notarono il corpo esanime di una donna: Virginia era tornata a far visita alla sua amata Asham House[4] trovando finalmente la pace.

«Tutto ciò che voglio fare è prendere nota di un curioso stato d’animo»[5]

Anche la morte, per Virginia, faceva parte di uno dei tanti curiosi ‘stati d’animo’ che la assalivano nei momenti più disparati durante le giornate ma di questa sensazione, in particolare, non può registrarne le emozioni sulla carta per poi utilizzarle durante i suoi ‘esercizi di scrittura’ che spesso si trasformavano in lunghi e complessi romanzi, una volta ritornata nel mondo reale.
Stream of consciousness (flusso di pensiero): con questo nuovo metodo di scrittura Virginia rompeva completamente con la letteratura contemporanea, mandando in frantumi i rigidi schemi secondo cui una narrazione avrebbe necessariamente bisogno di personaggi ben definiti, di una ‘trama d’azione’ e una temporalità ben precisa. Da Jacob’s Room – 1922 – in avanti, tutta questa rigida impalcatura viene smantellata in favore di una narrazione priva, o quasi, di trama e abitata da soggetti che sono appena accennati, come dipinti ad acquerello, ma dotati di gallerie psicologiche impervie e profonde. L’abilità di virginia in questo nuovo metodo di fare letteratura?
Dirigere sapientemente lo sguardo del lettore tra le righe che racchiudono la vita vera, la vita vissuta ed espressa con una poesia e una precisione che non ha eguali.

«Frattanto le onde, frangendosi sulla spiaggia con colpi sordi, risvegliavano un’eco come di ceppi abbattuti.»[6]

Suoni, profumi, qualsiasi elemento proveniente dal mondo esterno sembrava essere sfruttato dalla scrittrice come espediente narrativo per accompagnare il lettore tra una galleria e un’altra. Poco importa quale romanzo abbiate di fronte, se saprete LEGGERE e dare tempo e spazio alla voce delle parole acuendo al massimo tutti i vostri sensi, scoprirete che ogni personaggio nella storia conserva un profondo messaggio, un misterioso groviglio di pensieri che salgono in superficie e arrivano alla mente in ordine sparso. E badate, il lettore non deve esse lì per fare ordine o per capire, in fondo cosa ne possiamo sapere noi di chi sia il tizio z che ha avuto una lite con y che a sua volta ha riferito il tutto al Mr x – il nostro protagonista – che mentre è intendo a passeggiare per le strade di Londra ripensa a quell’episodio ponendosi a sua volta delle domande a riguardo.
Capite che la questione si farebbe davvero molto complicata perciò il dubbio resta: come dovremmo leggere dunque questi romanzi?
Credo di poter affermare con un certo grado di sicurezza che uno dei metodi possibili possa essere quello di lasciarsi andare e non intestardirsi nel voler applicare il consueto metodo di lettura a cui siamo abituati – quello, per intenderci, che necessita di informazioni e schemi ben precisi – ma piuttosto ascoltare la voce dei personaggi sulla scena gustandone ogni singolo ‘momento d’essere’ perché ciascuno di essi merita, in egual misura, di essere osservato nella sua interezza, solo così sarà possibile abbassare per qualche istante il ‘velo di Maya’ che filtra quella che possiamo immaginare essere la VERA realtà della vita.

«Io de-sostanzio apposta, in un certo senso, perché non mi fido della realtà – che sia così a buon mercato. Voglio andare oltre. Ma ho il potere di esprimere la vera realtà?»[7]

È questo che si chiede una Virginia che ha da poco iniziato a esplorare quel nuovo metodo di scrittura basato totalmente sul ‘flusso di coscienza’ di cui abbiamo appena parlato: inizia timidamente con Jacob’s Room (La stanza di Jacob) nel 1922, lo sviluppa in Mrs Dalloway (La signora Dalloway) nel 1925 e lo porta forse al massimo sviluppo con To the Lighthouse (Al faro) nel 1927 per poi toccare l’apice con The Wave (Le onde) nel 1931.

Accanto a queste produzioni più impegnate e più difficili da sostenere per il suo corpo sfinito da continue crisi depressive che la obbligavano a lunghi periodi di riposo a letto, Virginia componeva romanzi più leggeri – si fa per dire –, più superficiali rendendo omaggio a uno dei suoi più grandi amori – dedica il celeberrimo Orlando, scritto nel 1928, alla compagna-amica Vita Sackville-West – e si divertiva a dare voce a un immaginario cagnolino ispirato al suo adorato Pinka, un cocker spaniel donatole da Vita, in Flush. A Biography (Flush. Biografia di un cane) pubblicato nel 1933, o ancora si dilettava tenendo conferenze in collegi femminili dalla cui esperienza ne usciva poi contrariata nel riscontrare negli occhi delle giovani studentesse una fioca luce che probabilmente non avrebbe permesso loro di percorrere a testa alta il proprio sogno di diventare donne scrittrici indipendenti dallo stipendio dei propri mariti – A room of one’s own (Una stanza tutta per sé).

Insomma, durante la sua vita Virginia ha avuto modo di affermarsi come intellettuale a tutto tondo: è stata correttrice di bozze per la casa editrice fondata insieme a Leonard nel 1917, la Hogarth Press, si è affermata come critica letteraria, è stata un’amante delle passeggiate nelle campagne inglesi eseguite spesso in compagnia del marito, è stata un’ottima ospite durante i pomeriggi e le serate trascorse a chiacchierare e discutere di qualsiasi argomento potesse far «scendere il toro in arena e scatenare la corrida»[8] in compagnia degli amici del Bloomsbury Group che non si sono mai stancati di dare scandalo e inneggiare alla libera espressione artistica – letteraria, teatrale, pittorica – e sentimentale, è stata una grande amica, è stata una moglie riconoscente, è stata un’amante affettuosa ed è stata una zia molto divertente.

«Nessuno, credo, è mai stato così sballottato su e giù dal suo corpo come me.» [9]

Leggendo questo passaggio tratto dal diario di Virginia, ho come l’impressione che sia proprio questo il motivo per cui si fa tanto fatica a leggerne le opere; perché, per riuscire a comprendere sul serio un piccolo pezzetto di quel ‘reale’ di cui sopra, è necessario calarsi poco alla volta nella sua follia facendosi aiutare – almeno, questo è il mio consiglio – dai preziosi diari che sono stati raccolti e in cui Woolf ha registrato importanti informazioni in merito allo sviluppo delle proprie opere e del proprio metodo di scrittura e di analisi del mondo terreno e spirituale insieme. Dal 1897, all’età di 15 anni, Virginia aveva iniziato a compilare diligente le pagine raccolte in quaderni ad anelli gelosamente custodite almeno fino al 1915. Un piccolo salto e, nel 1917, Virginia, da poco rimessasi dall’ennesima forte crisi, ritornava nella sua casa di campagna di Asham e ritrovava con gioia il suo compagno di viaggio; ne rise curiosa di rilegge ciò che vi aveva appuntato all’epoca e decise di riprenderlo con più frequenza fino al 24 marzo 1941, quattro giorni prima di prendere la fatale decisione di voler finalmente esperire quella sensazione così terribilmente affascinante che è la Morte.

Vita e Morte, sono sempre stati questi i due poli che hanno tenuto in equilibrio il mondo e tra di essi, Virginia vede una terza dimensione dalla quale non riesce a fuggire: gli esseri umani sembrano dimostrare un maggior attaccamento alla vita per paura di incontrare la Morte – uno stato di immobilità e di assenza di cui tuttavia non bisogna avere paura. La curiosità nei confronti di quello che noi crediamo essere il Nulla è esattamente quello che Virginia ha voluto indagare svelando all’uomo la brutalità, l’ingiustizia e la meravigli della vita.

«La vita, insomma, è molto solida o molto instabile?»[10]

Non credo ci sia una risposta a questa domanda.
L’unica certezza che abbiamo è che è esistita una donna a cavallo di un secolo che ha tentato, più che di fornire una risposta, di far cresce i dubbi che avrebbero potuto sviluppare un’indagine tanto complessa.
Di questa stessa donna ho voluto parlare in 31 incontri giornalieri durante questo mese di marzo, per ricordare al mondo che sono esistite e che esistono donne – e uomini accanto a esse – di straordinaria intelligenza e dotati di una curiosità e di una vitalità che sono sempre a rischio di estinzione.
Perciò, leggete Virginia Woolf e non fatevi spaventare nel caso in cui doveste inizialmente non riuscire a entrare in sintonia con il testo, con la narrazione; date tempo al tempo e soprattutto siate rispettosi di voi stessi e dei vostri sensi che dovrete acuire per bene e, se un titolo non dovesse piacervi, abbandonatelo e prendetene un altro!
Sperando di avervi quantomeno fatto cadere in quel tremendo stato di imbarazzo della scelta tra più titoli, non mi resta altro che augurarvi una buona lettura che, in questo momento in cui l’Italia deve fermarsi, non mi sembra affatto un cattivo augurio.

Per accompagnarvi lungo il cammino ho pensato di indicarvi qualche link interessante:
Italian Virginia Woolf Society
Virginia Woolf Project
Leonard Woolf – On the Formation of the Bloomsbury Group and on Virginia Woolf [Sottotitoli in inglese]
Nadia Fusini racconta Virginia Woolf
Lezioni in inglese tenute da Elisa Bolchi [itVWS]
Virginia Woolf su Maremagnum.com

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Noemi Veneziani

[1] Louie Mayer (1912 – ?) servì come capocuoca presso Monk’s House dal 1934 alla morte di Leonard Woolf avvenuta il 14 agosto 1969
[2] Cottage risalente al XVI secolo, sito nella cittadina di Rodmell nell’East Sussex, è stato acquistato dai coniugi Woolf nell’estate del 1919.
[3] The Wave, Le onde. Citazione tratta da: Il giardino di Virginia Woolf, Caroline Zoob, L’Ippocampo, 2014
[4] Asham House era una gotica dimora sita nei Downs inglesi poco più a sud del centro cittadino di Firle. La stessa venne affittata da Virginia, con un piccolo contributo da parte della sorella Vanessa, nel 1911. L’anno seguente sarebbe diventata la dimora estiva dei giovani sposi Woolf fino allo sfratto nel 1919.
[5] 30 settembre 1926: Diario di una scrittrice, Virginia Woolf, a cura di Nadia Fusini, Mondadori, I Meridiani, 2012
[6] The Wave, Le onde, Virginia Woolf, trad. It. Giulio De Angelis, Mondadori, 1956
[7] 19 giugno 1923: Diario di una scrittrice, Virginia Woolf, a cura di Nadia Fusini, Mondadori, I Meridiani, 2012
[8] Con questa espressione Virginia fissava nel diario i suii ricordi inerenti agli incontri settimanali del Bloommsbury Group al 41 di Gordon Square nel quartiere londinese di Bloomsbury
[9] 11 febbraio 1928: Diario di una scrittrice, a cura di Nadia Fusini, Mondadori, I Meridiani, 2012
[10] 4 gennaio 1929: Diario di una scrittrice, a cura di Nadia Fusini, Mondadori, I Meridiani, 2012


Chi è Noemi?

Mi chiamo Noemi e sono una bibliofila in erba.
Credo che siano proprio questi i due termini che più mi definiscono; il mio nome e la mia passione per i libri che, da qualche tempo, si sta raffinando dandomi la possibilità di arricchire la mia libreria di belle e preziose edizioni d’epoca – ho una collezione molto modesta ma ho l’intenzione di farla
crescere poco a poco acquisendo sempre più abilità per saper acquistare con coscienza di causa e un sano spirito critico.
Ho conseguito la laurea in Studi Filosofici nel 2015 e, da quel momento fino alla fine di questa estate 2019 ho svolto un lavoro impiegatizio potendo dedicare ai libri e alla scritturai il poco tempo libero.
Oggi tento, “pericolosamente”, di dedicarmi interamente ai libri tentando di realizzare il sogno di una vita.
Amo la cultura, venero la lettura, lo studio mi regala nuova vita mentre la scrittura mi aiuta nell’arduo compito di divulgare tutto ciò che so, che imparo e continuo a imparare.

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