Incontriamo Marco Magagnin di Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori che, in occasione di un ciclo di interviste per Maremagnum.com, ci racconta l’interessante vicenda editoriale di una delle storiche collane di Mondadori, diventata oggetto di collezionismo.

In calce l’articolo a firma di Mauro Chiabrando, pubblicato sulla rivista Charta.

Grandi collane: uno sguardo alla “Medusa””
(Storia e numeri di un progetto editoriale)

di Mauro Chiabrando
Pubblicato sulla rivista Charta, n. 61 (2002)

Dal 1933 al 1971, in qualunque casa dove entrassero libri, la “Medusa” di Mondadori ha rappresen­tato la prima vera grande collana di narrativa contemporanea capace di fidelizzare il lettore nel tempo. Dall’alto dei suoi 535 titoli, 138 autori di ogni paese tra cui 18 premi Nobel, due colla­ne figlie (una rossa “I Qua­derni della Medusa” 1934­-1967, 75 titoli, e l’altra aran­cione “La Medusa degli ita­liani” 1947-1961, 128 titoli) e grazie a una veste grafica indovinata al punto da far diventare quella cornice verde sinonimo di buone letture, la “Medusa” è ancora oggi un “monumento” con pochi termini di paragone nel panorama dell’edito­ria italiana novecentesca. Basta una scorsa al suo cata­logo per vedere affiorare l’affresco di un‘epoca e anche qualcosa di più.  Nel contesto di quello che Pavese definì «il decennio delle traduzioni»,  la nuova collana era nata dopo una «lunga e minuziosa preparazione»  sulla scorta del cre­scente successo ottenuto dalle versioni italiane di au­tori stranieri contemporanei che da tempo (si pensi a Morreale o alle collane di Gian Dauli come “Scrittori di tutto il mondo” di Mo­dernissima e poi di Corbac­cio) andavano nella direzione di sprovincializzare la “stagnante” cultura italiana dell‘epoca. Mondadori era approdato alla letteratura straniera contemporanea solo nel 1932 pubblicando i “Romanzi della Palma”, fascicoli periodici dove, accanto ai successi di Vicky Baum, uscivano anche autori di peso come Saint-Exupéry, Mauriac, Maurois, Lewis. Ma si trattava di una collana troppo popolare per soddisfare anche nella forma le aspettative di un pubblico esigente.

L’“ALBATROSS ITALIANO”
Nel frattempo Mondadori si era già  fatto un’esperien­za stampando i primi volumi della collana “The Albatross”. L’idea di creare una collana di testi inglesi e americani in lingua origina­le in formato agile “da stazione ferroviaria” e destinata ai turisti americani ed europei in giro per il Continente era venuta, in anticipo di tre anni sui Peguin Books, a John Holroyd Reece, titolare a Parigi delle Editions du Pégase. Giovanni Mardersteig, autore della grafica e del logo dell’“Albatross”, lo aveva voluto con Mondadori e Borletti tra i soci dell’Officina Bodoni nel 1930. La collana, destinata a prendere il posto della vecchia Tauchnitz di Lipsia, dal punto di vista tipografico era una sintesi di rigore e pulizia classica. Nel progettare la “Medusa” per conto di Mondadori,  Mardersteig era dunque partito da lì, la­sciando non poche somiglianze tra le due collane al punto che Enrico Piceni, responsabile dell‘ufficio stampa, l’aveva definita l’“Albatross italiano”. Proprio a Piceni Mondadori aveva affidato l’incarico di trovare il nome alla nuova collana. Tra i nomi estratti dal dizionario mitologico di Fernando Palazzi, “Medusa” piacque subito a Mondadori e alla direzione generale. Il disegno del marchio fu commissionato all’illustratore Bruno Angoletta. Ne uscirà una testa di Medusa “ammansita” e caratterizzata da due alucce: una connotazione simbolica talmente indovinata che avrebbe contribuito non poco alla fortuna della collana.

SUCCESSO IMMEDIATO
Sotto la regia dell’ideatore Luigi Rusca, all’epoca condirettore generale della Mondadori, la “Medusa” veniva inaugurata nel marzo del 1933, con Il grande amico di Alain-Fournier (tiratura di 5.000 copie). Ogni volume, «agile e solido, impeccabile nella carta e nei caratteri» era «rilegato in cartoncino flessibile» e in «formato comodo per lo scaffale, per il capezzale e per la tasca». Sui cataloghi la collana veniva presentata come il prolungamento all’età contemporanea del programma della “Biblioteca Romantica” che da tre anni stava conquistando con grande successo «al patrimonio letterario italiano i capolavori della letteratura narrativa dal Seicento all’Ottocento». Con la “Medusa” infatti si voleva offrire al pubblico italiano un ampio squarcio sulla narrativa mondiale contemporanea «a distanza sempre brevissima e spesso anche contemporaneamente alle edizioni originali». A questo ambizioso progetto avevano subito aderito, accordando il diritto esclusivo di pubblicazione in traduzione italiana delle loro opere nella “Medusa”, i francesi: Morand, Colette, Maurois, Mauriac, Gide, Lacretelle; gli inglesi Galsworthy, Huxley, Priestley, Woolf, Sackville West, Maugham, Webb, Lawrence, O’Flaherty, Aldington, Kennedy, Garnett; gli americani Lewis, Dos Passos, Faulkenr, Buck, Anderson; i tedeschi: Fallada, Feuchwanger, Arnold Zweig, von Scholz, Thomas e Heirich Mann, Hesse, Frank, Roth, Dàblin; i danesi: Lauesen, Gunnarsson; l’olandese Van Schendel; il polacco Choromansky; il finlandese Sillanpàà; l’islandese Gudmundsson; il russo Bunin. L’intento di fare concorrenza alle edizioni originali in lingua francese, la cui quota di importazione in Italia era allora doppia rispetto alla Gran Bretagna o alla Germania, si rivelò presto fallace, almeno per il pubblico colto della “Medusa” che avrebbe continuato a preferire la lettura degli autori transalpini in lingua originale, come dimostrano le basse tirature delle rare ristampe dei titoli francesi. Ben diverso fu l’esito rispetto a lingue meno conosciute come l’inglese o il tedesco. E adesso, pover’uomo? di Hans Fallada, secondo titolo uscito, ebbe in quattro anni ben cinque edizioni per una tiratura complessiva di quasi ventimila copie. Il titolo seguente, Ancella del Nobel inglese Galsworthy, esaurì velocemente le 5.000 copie iniziali collezionandone altre 10mila in 4 edizioni dal 1934 al 1938. Sempre tra i primi titoli La buo­na terra dell’americana Pearl Buck, sull’onda dell‘omonimo film MGM, ottenne un gradimento anche superiore. Nei primi due anni, con una media di 300 copie vendute al giorno, si pubblicarono 44 titoli e si proseguì fino agli anni della guerra al ritmo di 10-15 titoli l‘anno. Le prime tirature della “Medusa”, il cui prezzo di copertina (interessante per l’epoca, visto che un quotidiano costava 30 centesimi) passò quasi subito da 9 a 10 lire, prudentemente oscillavano tra le 2-6mila copie. Ben presto, tuttavia, in più di un caso le urgenti ristampe imposero lanci da 20mila copie fin dalla prima tiratura. Tra il 1937 e il 1942 con otto edizioni Katrina di Sally Salminen sfiorò le centomila copie vendute e nel 1940-43 La prima moglie di Daphne Du Maurier giunse a vendere addirittu­ra 140mila copie.

 

I TRADUTTORI
Erano già  in libreria i primi 24 titoli quando, per presentare anche con ampio corredo di immagini gli autori e i traduttori della nuova collana, nel dicembre 1933 uscì l’Almanacco della “Medusa” 1934, volume di 392 pagine, impreziosito con un’allegoria e molte piccole illustrazioni del so­lito Angoletta. L’idea di affidarsi per le traduzioni a letterati e scrittori famosi, come era accaduto per la “Romantica”, non sempre aveva dato buoni esiti. Leone Ginzburg sulla “Cultura” aveva infatti pesantemente criticato quel­la scelta chiamando in causa Marino Moretti e la sua discutibile versione di Una vita di Maupassant. Si ricorse così a una squadra di giovani traduttori specia­lizzati nelle varie letterature e spesso in contatto di­retto con gli stessi autori, alcuni dei quali erano an­che scrittori che di quell‘incarico avrebbero potuto giovarsi come trampolino di lancio per la loro carriera letteraria. A loro erano anche affidati vari compiti tra cui le proposte e suggeri­menti su opere da pubbli­care, pareri di lettura, oltre alla responsabilità  dei tagli e degli adattamenti dei passaggi a maggior rischio. Traducevano anche Lavinia Mazzucchetti o Giacomo Prampolini, responsabili di sezione, come del resto il supervisore della collana Enrico Piceni. Della squadra dei traduttori/scrittori della “Medusa” facevano parte, tra gli altri, Marise Ferro (Mau­riac), Bonaventura Tecchi (Hans Carossa), Cesare Pavese (Dos Passos) ed Elio Vittorini (Lawrence e Maugham). Tra i traduttori puri c’erano invece Barbara Allason, Alessandra Scalero, Salvatore Rosati, Er­vino Pocar, tanto per citar­ne alcuni.

LA CENSURA
Nell’introduzione dell’Almanacco della “Medusa” 1934 l‘editore aveva premesso che la collana attua­va la direttiva del Duce di «aver fede nell’ingegno italiano; evitare limitazioni agli scambi, nella produ­zione delle opere dell’ingegno». Lo stratagemma tuttavia non sarebbe bastato a distogliere anche da quella collana l’occhio sempre più vigile della censura di regime, passata nel volgere di pochi anni dalla semplice “bonifica del libro” all‘azione pre­ventiva, metodica e discreta del Minculpop fino all’epurazione sistematica degli autori ebrei, ebreizzanti, o comunque di tendenze decadenti. Le segnalazioni giungevano anche da zelanti “esponenti” del regime come Carlo Barduzzi che quando era console a Odessa si era ac­canito nel dare la caccia agli esuli italiani antifascisti. Nel breve periodo in cui fu a capo della “sezione letteraria” del Centro Studi Anticomunisti (organizzazione privata e segreta fi­nanziata dal ministero dell‘Interno) Barduzzi segnalò (26 maggio 1937) al mini­stro degli Esteri Ciano quanto fossero pericolose le traduzioni di quei «romanzi specie di autori israeliti aventi quasi sempre un fondo di sovvertimento morale e soprattutto quelli della collezione “Medusa” del Mondatori [sic!])». In seguito (dicembre 1937) se­gnalò anche l’Almanacco della “Medusa” 1934, il cui sequestro venne ordinato da Mussolini in persona solo il 21 maggio 1938 con la motivazione che «vi erano scritti di ebrei tedeschi». Con quali effetti concreti non sappiamo, poiché all’e­poca l’Almanacco risultava ormai già esaurito. Ma erano solo avvisaglie poiché, dopo le leggi razziali dell’autunno del 1938 e peggio ancora dopo l‘entrata in guerra, la scure della censura sarebbe calata pesantemente sugli autori e i traduttori della “Medusa”, recidendone le fonti: gli autori tedeschi scelti da Lavina Mazzucchetti erano or­mai al bando in Germania perché ebrei o invisi a Hitler e non si potevano più pubblicare nemmeno quel­li dei paesi nemici. Non restavano che le briciole di autori turchi o norvegesi.

L’AIUTO DEL CINEMA
La guerra, infatti, rallentò notevolmente l’uscita dei titoli nella “Medusa” (8 nel 1942, 6 nel 1943, 4 nel 1944). Sul “Giornale della Libreria” del settembre 1945, Mondadori, rientrato dal forzato soggiorno elvetico, annunciava il rilancio immediato di varie collane storiche tra cui la“Medusa”, “immiserita” negli ultimi anni dalle «continue e rinnovate proibizioni di autori e di opere» attraverso la proposta dei testi predisposti in passato e bloccati dalla censura fascista. Tra questi venivano annunciati: Molti matrimoni di Sherwood Anderson, Fi­gli perduti di Philippe Hériat e Il potere e la gloria di Graham Greene, Quelli di sotto del messicano Maria­no Azuela, Narciso Nero di Rumer Godden e Come era verde la mia vallata di Richard Llewellyn (da allora al 1947 10 edizioni e 60mila copie stampate). Sebbene, per la mancanza di car­ta e di energia, la produzio­ne stentasse ancora a riprendere a pieno ritmo (su 160 titoli usciti, il listino delle disponibilità  della collana nel febbraio 1946 riportava soltanto 24 titoli), ben presto i fattori della ripresa ebbero il sopravvento. Come era già capitato, un potente aiuto venne dal cinema in grado di fare an­che raddoppiare le potenziali richieste di un romanzo: l’interpretazione melo­drammatica di Jennifer Jones spinse nel 1947 il Ber­nadette di Werfel sul tetto delle 50mila copie e lo stesso avvenne con Gary Cooper e Ingrid Bergman in Per chi suona la campana di Hemingway, n. 166, pubblicato nel 1945.

THE HEMINGWAY SERIES
Proprio di quest’ultima opera insieme a Addio alle armi Mondadori aveva ottenuto a fatica dallo scrit­tore americano i diritti per l’edizione italiana, diritti che Giulio Einaudi gli negava per Avere e non avere e per Il sole sorge ancora. Giunto in visita in Italia nel settembre del 1947, con la moglie Mary, Hemingway fu ospite di Arnoldo Mondadori e del figlio Alberto con cui strinse una cordiale amicizia. In quell’occasione lo scrittore si impegnò sulla parola a suggerire romanzi per un’apposita serie da porre sotto la sua egida. Per le “Hemingway Series” lo scrittore suggerì sei titoli e nel luglio 1950 mandò da Cuba una breve presentazione dei primi tre: African Queen (La Regina d’Africa, n. 261) di Forester, The Big Sky (Il grande cielo, n. 264) di Alfred Bertram Guthrie e The Man Eating Leopard (uscito nei “Quaderni del­la Medusa”, n. 36, nel 1951) di Jim Corbett. Verificato tuttavia che in Italia non c’erano le condizioni di mercato per una collana autonoma, di comune ac­cordo fu deciso di inserirli nella “Medusa” con il bre­ve giudizio di Hemingway all’interno di ogni volume e uno speciale contrassegno in copertina. Era lo stesso, messo in “bella copia” sotto forma di timbro dall’ufficio grafico della casa editrice, che Hemingway aveva scarabocchiato con mano incerta per il mare a forza 7 sul retro di una ricevuta nel marzo del 1950, quando era a bordo del transatlan­tico “Ile de France” durante la traversata inaugurale verso l’Europa. Oltre ai tre titoli già menzionati, il marchio hemingwayano apparve con l’aggiunta della scritta “La prima Medusa illustrata”” nell’e­dizione di quello che si an­nunciava come «il capola­voro della letteratura americana contemporanea», Il vecchio e il mare (n. 306). Quel racconto fu un altro grande successo della collana (15mila copie della prima tiratura subito esau­rite, 50mila in tre anni, nel 1963 toccò il 141° mi­gliaio), le cui vendite be­neficiarono, anziché risentirne, dell‘uscita in ante­prima della traduzione della Pivano su un supple­mento di quaranta pagine al settimanale “Epoca” nel 12 dicembre 1952 sull’esempio di “Life” che, poco prima, in due giorni aveva “bruciato” 5 milioni di copie.

GRANDI TRAGUARDI
Al traguardo dei 300 titoli, raggiunto nel settembre 1952 con Il cercatore di Dio di Sinclair Lewis fu calcolato che nella collana erano state stampate complessivamente circa 5 mi­lioni di copie. Dal n. 258 fu abbandona la versione in brossura per una rilega­tura con incisioni in oro e sovraccoperta a due colori a cui dal 1958 (n. 401, Il volto del tempo di J. T. Farrell) si aggiunse una cornice dorata. Per tutti gli an­ni Cinquanta e oltre la “Medusa” veleggiò alla media di oltre 15 titoli l’anno. Nel periodo 1950­-57 si arricchì di oltre 150 titoli, in parte nuovi in parte recuperati da altre collane, di autori noti e affermati: Mann, Greene, Werfl, Kafka, Remarque, Sinclair Lewis, Neumann, Maugham, Wolf, Alding­ton, Huxley ecc. Insieme al rilancio di Scott Fitzge­rald e di Faulkner, nella “Medusa” apparvero per la prima volta Bellow, Pro­kosch, Bàll, Fante e molti altri ancora. Tuttavia, an­che in presenza di autori importanti, non sempre alle 6-7mila copie della prima edizione seguirono altre ristampe. A meno che il libro anticipasse un film di grande successo come Da qui all’eternità (8 Oscar) di J. Jones, grazie al quale nel 1954 furono vendute in un anno oltre 40mila copie in tre edizioni. O anche che, come nel caso Lolita di Vladimir Nabokov, ancor prima dell‘evento cinematografico (il film di Kubrick è del 1962) fosse lo stesso clamore dello scandalo a sospingere le vendite al re­cord di dieci edizioni e 90mila copie esaurite in cinque mesi (maggio-otto­bre 1959), tiratura destinata a raddoppiare nel giro di tre anni.

IL TRAMONTO
Sotto la direzione di Vitto­rini, dal 1960, anno della pubblicazione dell’Ulisse di Joyce (50mila copie vendute in pochi mesi), al 1964 nella “Medusa” ven­nero immessi autori americani (la McCullers), giapponesi (Tanizaki), polacchi (Brandys), russi (Leonov) tedeschi (Andersch), bosniaci (Andric) e altri giudicati innovativi. Nel 1966, anno della scomparsa di Vittorini e della chiusura dei “Quaderni della Medusa” di cui aveva mantenuto la direzione, si giunse alla boa dei 500 ti­toli festeggiata con un ca­talogo commemorativo. Tra i lettori c’era ancora chi collezionava la “Medusa”, magari anche in prima edizione, prenotando dal libraio i titoli an­nunciati, come faceva l’at­tore Ernesto Calindri, sempre a caccia dei nume­ri esauriti sulle bancarelle. Ma alla fine degli anni Sessanta cominciò l’inesorabile declino, invano con­trastato con il restyling “fotografico” della copertina, che si sarebbe con­cluso nel 1971 (per ironia della sorte lo stesso anno della scomparsa di Arnol­do Mondadori), quando uscì un solo titolo, Programmazione omicidi di Lo­ren Singer. Il tentativo di fare rinascere la collana in brossura con la “Medusa serie Ottanta” (1979-82, 23 titoli usciti) e con la “Medusa serie 80” nuova serie (1983-86, 13 titoli usciti) non ebbe migliore fortuna. La gloriosa stagione della “Medusa”, come quella di molte altre collane longeve, era ormai definitivamente tramontata.

 

Consulta il Catalogo storico Mondadori sulla “Medusa”

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