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Tutta la terra in una goccia di mare

Stefano D’Arrigo e Horcynus Orca

di Walter Pedullà

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 105 – maggio2019)

La prima volta che sentii parlare di Stefano D’Arrigo fu quando nel 1958 Giacomo Debenedetti mi disse di essersi commosso fino alle lacrime leggendo un poemetto di un critico d’arte che aveva esordito l’anno prima con i versi di Codice siciliano. Il volume vinse il Premio Crotone della giuria e in quell’occasione iniziò per me una fraterna amicizia, che durò fino alla sua morte, avvenuta nel febbraio del 1992. La moglie trovò morto il settantaduenne marito col corpo raccolto nella posizione fetale dei greci antichi che si facevano deporre dentro una giara, come D’Arrigo aveva scritto in Pregreca, che è un poemetto sulle migrazioni mediterranee.

In Horcynus Orca, l’opera che George Steiner giudica un «capolavoro assoluto» della letteratura mondiale, D’Arrigo immaginò un futuro in cui i delfini, datosi l’appuntamento nello Stretto di Messina da tutto il mondo, avrebbero iniziato dalla Sicilia l’invasione della Terra che in millenni remoti era stato dominio loro, cioè del mare. I mammiferi che tanto somigliano agli uomini avrebbero tuttavia occupato un pianeta già abbrutito dalla guerra: i veri barbari, i fascisti, sono già dentro i confini dell’Impero d’Occidente.

Si intitolavano I giorni della fera i due capitoli inediti di un romanzo che, diffusi dal «Menabò» di Calvino e Vittorini, furono la rivelazione di un narratore dotato di originalità linguistica, fantasia estrema e musica di moderna consonanza. Il grande siracusano gli propose la pubblicazione del libro nella migliore collana di Mondadori. Sarebbe dovuto uscire nel 1961, ma D’Arrigo ci mise quindici anni per correggere la bozze del romanzo che nel 1975 si assestò nel terzo titolo, quello passato alla storia come Horcynus Orca.

Il secondo è invece I fatti della fera, che è il titolo della stesura arrivata per prima alle bozze (ce n’è una ancora inedita, La testa del delfino) e pubblicata da me nell’edizione Rizzoli delle opere di D’Arrigo quale prova del mutamento subìto dal romanzo nei quattro lustri che ne assegnano la nascita alla seconda metà degli anni Cinquanta (cioè il neoespressionismo), la crescita agli anni Sessanta (neosperimentalismo e neoavanguardia) e la maturità alla prima metà degli anni Settanta (il ‘nuovo realismo’ che può essere anche ‘selvaggio’ o iper-realista). Comunque , infaticabile work in progress concepito nel ’56 e concluso nel ’75, Horcynus Orca ora è opera che avanza nel tempo riempiendosi delle sempre più sofisticate interpretazioni di cinquantasei polivalenti e ammalianti episodi che una cosa nominano e dieci suggeriscono.

Ciccina Circè è anzitutto una «femminota», cioè un’abitante di un paese calabrese, Bagnara, dove le donne lavorano e dove sono i maschi ad accudire la casa e i bambini, ma è anche altro. Nel romanzo l’eccezione della realtà fa da avanguardia a un domani in cui sarà norma un rovesciamento del rapporto tradizionale fra i due sessi e fra moltissime alternative (Bene e Male, parola e fatto, lingua e dialetto, follia e saggezza, utile e dilettevole, aristocratico e plebeo, ecc.). Però al protagonista – ’Ndrja Cambrìa –  nella notte sembra anche una sirena, una divinità infera, un’amante pure troppo materna, la donna che alla luce del sole si guadagna la vita prostituendosi con gli inglesi. È permesso congetturare che ogni donna è tutto questo insieme o secondo occasioni e urgenze.

Il romanzo contiene pure l’eventualità che l’uomo ami soltanto la madre o un suo surrogato d’ambo i sessi e che Ciccina Circè sia una dea che fa la puttana, oltre che per bisogno, per amore e per il proprio piacere, anche se ciò la destina a un inferno che è pur sempre una creazione maschile. Un’altra «femminota» ricorda la volta in cui durante un accoppiamento al buio con un ignoto amante le parve d’essere posseduta dagli stantuffi del motore del ferry boat.

Sono ‘questioni ultime’ con le quali il narratore, che non vuole suscitare scandalo (questo ha fretta, D’Arrigo no, lui desidera integrare le trasgressioni, non provoca come Pasolini, assapora ogni parola prima di nutrirsene e di tesaurizzarla), intende far centro nella questione umana che sinora è stata raccontata ad usum delphini, cioè dell’uomo, tanto più se meridionale, che nella questione sessuale anche da progressista è un conservatore. Horcynus Orca è un monumento alla sessualità femminile e compete su questo terreno al più alto livello artistico con Aretino, Joyce, Henry Miller, Giuseppe Mazzaglia, e Ciccina Circè gareggia per spodestare Molly Bloom.

Ho visto per dieci anni quasi quotidianamente il romanzo svilupparsi da seicento pagine a circa milletrecento per aggiungere storie della cui necessità si accorgeva solo l’autore, che infatti si accaniva su ogni lettera dell’alfabeto o accento, stando sdraiato per terra a cercare il mot juste con una penna a quattro colori. Così scopriva e riempiva alcuni tratti vuoti (ha un senso anche la sua ‘prolissità’, arranca la prosa nel superare gli ostacoli della mentalità reazionaria) che erano indispensabili a collegare ogni particolare a tutti gli altri e così approdare alla reductio ad unum che l’opera inconsciamente persegue in ogni parola come un oceanografo in ogni goccia di mare. Lo Stretto è un fiume che, pieno di cadaveri di marinai, sembra l’Acheronte ma la fessura fra Scilla e Cariddi simboleggia quella da cui nasce l’uomo. Nel mare si nasce e si muore, siamo quasi solo acqua. Secondo Savinio, la parola ebraica «maru» significa deserto e morte, ma anche madre e mare, acqua in cui si annega e che è pure liquido amniotico.

Si son dati convegno tutte le lingue e tutti i miti del Mediterraneo in Horcynus Orca, che racconta splendori e misteri, epica ed epicedio, sapori e saperi dell’insondabile elemento che abbraccia l’Isola, nonché la Penisola, insomma la Terra. Le fere nuotano non solo nell’acqua salata ma anche nell’inconscio ulcerato degli uomini d’oggi, che riflettono la propria ferocia in un testo che così diventa il più avvolgente ‘romanzo del mare’ scritto da un italiano.

Ogni storia di un ritorno a casa è un’Odissea, ma quella di Stefano D’Arrigo non ha lieto fine. Qui Ulisse muore, Itaca è un’isola irredimibile. E muore l’Orca, che ha sul fianco una piaga, voragine morale, storica, culturale, che è anzitutto psicologica: cioè rimanda al narratore, soggetto assente che nel romanzo è onnipresente come il mare. Un critico esperto di psicoanalisi ha riscontrato un ‘complesso di castrazione’ che, secondo gli psicolinguisti, è genitore prolifico di metafore, traslati che vanno lontano a raccogliere immagini che corteggiano verità profonde e invisibili. In assenza di Telemaco, il mito pretende la tragedia che lo smentisce e lo inaugura come racconto favoloso di un’epoca a venire in cui vincono i Proci.

[continua]

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