Wuz, n.8 ottobre 2003

Armando Audoli

 

The Hobbit di

J.R.R. Tolkien

 

Truccato dalla speciale fantasia effettistica di Peter Jackson (eccentrico visionario, precoce e sensibile talento neozelandese del bad taste cinematografico), amplificato dal clangore di epiche battaglie in dolby digital e sbandierato a giorni alterni su tutte le gazzette di tutto il mondo, il nome di Tolkien è oggi familiare anche a chi – discendente in erba dell’evo audiovisivo – non si sarebbe mai azzardato a uscire dall’ irridescente seminato di DVD e Playstation; anche a chi di stampato non riconosce che i circuiti elettronici. E’ un nome quasi universalmente noto : inflazionato, in una parola.

Tolkien. John Ronald Reuel Tolkien, per dirla tutta. Chissà  se si stupirebbe, adesso, di un tale trionfo planetario Vittoria Manino Parente, che -ormai vent’ anni fa- chiosava : "Non sorprende che il lavoro di Tolkien sia stato definito ‘uno dei pochi classici moderni’ ed abbia goduto immediatamente il favore del pubblico, particolarmente negli Stati Uniti, dove si è creato un vero e proprio culto di Tolkien, con la formazione di ‘clubs’ di ammiratori e la pubblicazione di curiosi esercizi di erudizione filologica, consistenti nell’ applicazione del metodo comparativo allo studio delle lingue inventate dall’ autore.
Inevitabilmente, sulla scia del successo editoriale, si è inserito anche l’ aspetto dello sfruttamento commerciale per un prodotto che ‘fa moda’ : dopo la nota riduzione cinematografica de Il Signore degli Anelli, di enorme popolarità , l’ immagine di un mondo fantastico di atmosfera medievale con parecchie concessioni al gusto dei racconti dell’ orrore, è stata sfruttata attraverso la produzione di complicati giochi da tavolo ispirati alla lotta col Drago, o di modellini da collezione riproducenti gli eserciti di orchi e folletti, un po’ come i soldatini di piombo di un tempo.
Più recentemente uno studioso di mitologia ha riordinato, in un fantasmagorico ‘bestiario’ illustrato, tutti gli abitanti, la flora e la fauna della ‘Middle-earth’, nel tentativo di tradurre in immagini le affascinanti descrizioni di Tolkien, avvalendosi del contributo di undici illustratori (David Day, A Tolkien Bestiary, London, 1979). In questo caso non si tratta tanto di un ulteriore sfruttamento di immagine quanto di una creazione più originale ispirata all’ opera letteraria della quale vuole celebrare la grandezza, sebbene il confronto con le scarne ed essenziali illustrazioni inserite da Tolkien stesso in The Hobbit sia stridente".
(V. Manino Parente, Un filologo narratore : J.R.R. Tolkien, "Schedario", n. 190, Firenze, luglio/agosto 1984, pp. 126-127).

Eccoci subito al punto : The Hobbit – la prima (la somma, secondo molti) prova narrativa edita di Tolkien – era, nell’ edizione originale, un libro di raffinata essenzialità , molto"anni Trenta", illustrato solo in bianco e nero, con composta eleganza didascalica e intonata precisione; era, insomma, quanto di più silenziosamente lontano si possa immaginare dall’ assordante e abbagliante restyling moderno dell’ universo tolkieniano.
Allontaniamoci dunque, per un po’, dal Tolkien divo dello star system mondiale, e andiamo a cercare -con esercizio d’ archeologia- il professore di Leeds e Oxford (che, nonostante traboccasse di Englishness, era nato a Bloemfontein, in Sudafrica, il 3 gennaio 1892), proviamo a resuscitare il filologo puntiglioso ma con estro, lo studioso appassionato del Beowulf (in cui gli piaceva sentire il gusto amaro della morte), l’ Inkling sommesso che si perdeva nei pub a parlare di Tertulliano, il maniaco dell’ esattezza e del dettaglio, il signore del linguaggio (dei linguaggi), l’ illustratore compassato che scandiva a boccate di pipa l’ ansia trattenuta e un’ ambizione smisurata, l’ artista in pantofole tutto genio e regolatezza. E fa sorridere, detto per inciso, il pensare quanto e come a Tolkien -nel corso degli anni, col montare del successo- sia stato dato di tutto e di tutti i contrari possibili : dell’ accademico, del pacifista, del guerrafondaio, dell’ ecologista, del fascista, dell’ hitleriano, dell’ eroe fantasy, dell’ idolo new age, del filosofo, del poeta, del semplice, del complesso, del carnivoro, del vegetariano, del profondo, del superficiale, del conservatore, del progressista, dell’ anticipatore, del manierista….

Tolkien : un colosso. "L’ intima convinzione che la sua patria reale si trovasse nella campagna del West Midland – suggerisce il massimo biografo Humphrey Carpenter (J.R.R. Tolkien : a biography, New York, Houghton Mifflin Company, 1977) – aveva orientato, fin dagli anni dell’ università , la natura del suo lavoro accademico. Gli stessi motivi che lo avevano condotto a studiare il Beowulf, Sir Gawain e l’ Ancrene Wisse avevano ora creato un personaggio che chiudeva in sé tutto ciò che Tolkien amava del West Midland : Bilbo Baggins, lo Hobbit".
Tolkien non ha mai saputo – o voluto – dire con precisione come fosse arrivato a coniare la parola "Hobbit". Si dovette trattare, invero, più che di una calcolata elucubrazione, di una germinazione spontanea, e possiamo escludere – con Daniel Grotta (The biography of J.R.R. Tolkien, Philadelphia, Running Press, 1976) – la combinazione di "rabbit" (coniglio) e (Thomas) Hobbes, come ipotizzò il pur magistrale critico americano Edmund Wilson.
"Non so da dove sia venuta quella parola" confessava Tolkien "Impossibile seguire i percorsi della propria mente. Può darsi che ci fosse un’ associazione con il Babbit di Sinclair Lewis, ma certamente non con rabbit, al contrario di quel che ritengono certuni. Babbit era caratterizzato dalla stessa autocompiaciuta mediocrità  borghese degli Hobbit, e i suoi orizzonti erano altrettanto limitati dei loro"
Un’ altra suggestiva teoria sull’ origine del nome Hobbit è quella di Paul Kocher, l’ autore di Master of Middle Earth, a parere del quale nell’ Oxford English Dictionary si trova la definizione del termine Middle English hob (o hobbe) come di "rustico" o "contadinaccio", una specie di Robin Good Fellow, l’ equivalente inglese del "piccolo popolo" della mitologia dei Celti. "E -riflette Grotta- siccome gli Hobbit mostrano molte delle caratteristiche proprie degli hobs (statura bassa, animo semplice, amore per la campagna), può darsi che Tolkien inconsciamente abbia tradotto una parola che gli era indubbiamente familiare in un essere di fantasia".

Se Carpenter scorge in Bilbo Baggins il primo Tom Bombadil (altro essere di Tolkien alto un metro e venti), nonchè l’ esile Timoty Titus, lo stesso Tolkien era narcisisticamente consapevole della somiglianza tra il creatore e la creazione : "In realtà  – scrisse con un’ ironia di tono tutta sua – sono uno Hobbit, in ogni cosa tranne che nella statura. Amo i giardini, gli alberi e le fattorie non meccanizzate; fumo la pipa e apprezzo il buon cibo semplice (non surgelato), e detesto la cucina francese; mi piacciono, e oso indossarli anche in questi giorni cupi, i panciotti ornati. Vado matto per i
funghi (raccolti nei campi); ho un senso dell’ umorismo molto semplice (che anche i miei critici più entusiasti trovano noioso); vado a letto tardi e mi alzo tardi (quando è possibile). Non viaggio molto". Si noti, poi, che Tolkien diede alla casa di Bilbo il nome di "Bag End", il medesimo della fattoria di sua zia Jane, nel Worchestershire.

Impossibile, invece, stabilire con precisione quando Tolkien iniziò a buttar giù la sua storia. Il manoscritto non mostra indicazione di date, e persino l’ autore non fu mai in grado di risalire all’ esatta origine concreta del libro. Scrisse in un’ annotazione : "Non sono sicuro, ma ritengo che The unexpected party, il primo capitolo, fu scritto rapidamente prima del 1935, ma sicuramente dopo il 1930, quando mi trasferii al numero 20 di Northmoor Road". E in altro luogo segnò : "Su un foglio bianco scarabocchiai ‘In una caverna sotto terra viveva uno Hobbit’. Non sapevo e non so il perchè. Non feci altro per alcuni anni che disegnare la mappa di Thror. Ma, nei primi anni Trenta, tutto ciò divenne The Hobbit".
Oppure dovremmo fidarci di un ricordo riportato da Daniel Grotta sulla base di una testimonianza del figlio di Tolkien Michael (il secondogenito, nato nel 1920) ? Nell’estate del 1928, mentre leggeva una serie particolarmente noiosa di compiti di esaminandi, Tolkien ne trovò uno con una pagina bianca. "Uno dei candidati – disse – misericordiosamente aveva lasciato una pagina immacolata, ed è forse la cosa migliore che possa capitare a un esaminatore, e io ci scrissi su : ‘In un buco del terreno viveva uno Hobbit’. I nomi facevano sempre nascere nella mia mente l’ idea di un racconto, e finii così per convircermi che dovevo scoprire che aspetto avevano gli Hobbit. Ma quello era solo l’ inizio; le idee mi balenavano da sole, senza che io dovessi lambiccarmi il cervello". La traccia che ci sia stata un’ interruzione tra l’idea e la composizione del corpo della storia è visibile – nero su bianco – in una postilla scarabocchiata da Tolkien su una carta originale del primo capitolo : "L’ unica pagina conservata della prima bozza dello Hobbit, che non andò più in là  del primo capitolo".

Qualunque sia la datazione esatta delle prime righe (1928, 1930 o 1931 : questione da genetisti del testo), il manoscritto dello Hobbit mostra che la versione originaria della maggior parte dell’ intreccio fu stesa in un lasso temporale relativamente breve, l’ inchiostro, la carta e la grafia sono omogenei, le pagine numerate consecutivamente, e non c’è alcuna significativa suddivisione in capitoli; la stesura appare sciolta e naturale, poche esitazioni, minime le cancellature e le correzioni.
Qualche curiosità  : in un primo tempo il drago si chiamava "Pryftan", il nome di "Gandalf" era stato assegnato al capo dei nani, mentre lo stregone si chiamava "Bladorthin"; il nome del drago fu presto volto in "Smaug", dal verbo germanico smugan, che significa "sgusciare attraverso un buco". Tolkien considerava tale attribuzione "uno stratagemma filologico". Invece il nome "Bladorthin" fu mantenuto per un certo periodo, e fu solo a revisione avanzata delle ultime bozze che il capo dei nani fu ribattezzato "Thorin Scudo di Quercia" e il nome "Gandalf", tratto come sempre dall’ Edda antica, fu destinato allo stregone : ed era perfetto, poichè il termine in islandese significa "elfo magico".


Fra le pochissime persone che videro il manoscritto dello Hobbit ci fu una laureata, Elaine Griffiths, della quale Tolkien era stato tutor, e che era entrata in intimità  con l’ intera famiglia. In virtù d’ una raccomandazione del maestro, Elaine era stata assunta a Londra dalla casa editrice George Allen & Unwin, per rivedere una versione divulgativa (di Clark Hall) del Beowulf. George Allen & Unwin era uno stampatore di lontane ed elette origini : con la denominazione iniziale George Allen & Sons era stato, dal 1871,  l’ editore di  John  Ruskin;  la fondazione ufficiale della casa editrice risale al 1884 e, nel 1986, essa si è fusa con la Bell & Hyman, formando la compagnia Unwin Hyman.

Un giorno del 1936 – The Hobbit era ancora incompiuto – una rappresentante della direzione della Allen & Unwin andò a Oxford per discutere di un progetto con Elaine Griffiths. Era la coetanea Susan Dagnall; anche Susan era stata studentessa d’ inglese a Oxford : le due si conoscevano bene. Dall’ amica apprese l’ esistenza di una narrazione per bambini, parzialmente incompleta ma di grande interesse, opera del professor Tolkien. La Griffiths suggerì a Susan Dagnall di recarsi in Northmoor Road per provare a ottenere in visione il dattiloscritto. Incontrare Tolkien e ottenere il testo non fu, per Susan, impresa difficile. The Hobbit arrivò così a Londra ed entusiasmò la solerte lettrice; ma il racconto si interrompeva alla morte del drago, o appena oltre, e per essere sottoposto all’ editore necessitava del seguito. Susan Dagnall rimandò il lavoro a Tolkien, sollecitando il completamento e prospettando la pubblicazione per l’anno seguente.
Tolkien riprese a scrivere. Il 10 agosto 1936 poteva affermare : "Lo Hobbit è ormai quasi finito e l’ editore lo sta reclamando". Mise sotto suo figlio Michael, a riposo da scuola in quanto ferito a una mano, perchè lo aiutasse nella battitura, anche se il ragazzino poteva usare solo la sinistra. Per la prima settimana di ottobre il tutto era concluso, e il battuto fu spedito agli uffici della Allen & Unwin, non distanti dal British Museum : portava il titolo The Hobbit, or There and Back Again.

Il presidente della casa editrice, Stanley Unwin, convinto che i bambini fossero i migliori giudici della narrativa per loro nominalmente concepita, diede The Hobbit a suo figlio Rayner, di dieci anni, che – dopo averlo letto- commentò : "Bilbo Baggins era uno Hobbit che viveva nella sua hobbit-casa e che non aveva mai avuto avventure. Il mago Gandalf e i suoi amici nani lo persuasero a seguirli. Ebbe avventure divertenti combattendo orchi e troll : alla fine raggiungono la montagna solitaria, dove uccidono Smaug, un drago cattivo; dopo una terribile battaglia con gli orchi egli torna a casa ricco ! Questo libro, aiutato da mappe, non ha bisogno di alcuna illustrazione, è bello e va bene per tutti i bambini tra i cinque e i nove anni". Rayner, il primo critico ufficiale, si guadagnò uno scellino per la recensione, e il libro venne approvato. Nel giro di una settimana la Allen & Unwin scrisse a Tolkien per informarlo che desiderava pubblicare The Hobbit.

Nonstante l’ acuta osservazione del piccolo Rayner, si decise di corredare il libro di illustrazioni. Tolkien, poco convinto del proprio talento figurativo, offrì all’ entusiasmo spronante degli editori un certo numero di disegni realizzati ad hoc, accompagnati dall’ osservazione : "Questi disegni mi sembrano solo confermare che l’ autore non sa disegnare". Alla Allen & Unwin erano d’ opposto avviso, e accettarono con convinzione ben otto delle sue illustrazioni in bianco e nero. Pur avendo già  una pallida idea delle complesse operazioni che precedono e preparano la pubblicazione di un libro, Tolkien non mancò di stupirsi e frastornarsi dell’ esubero di fastidiose complicazioni avute nei mesi a venire; l’ incompetente leggerezza di editori e tipografi era un ve
ro tormento, un refrain che lo accompagnò fino alla morte (avventa a Bournemouth, il 2 settembre 1973).


Costretto a ridisegnare le mappe, in quanto nelle prime versioni c’ erano troppi colori, non fu neppure assecondato nella sua idea di inserire una mappa generale in fondo al volume, e quella di Thror nel corso del primo capitolo. L’ editore aveva stabilito di utilizzare le due cartine come risguardi, per cui la divertente trovata delle lettere invisibili, che sarebbero duvute apparire solo in controluce, fu pur essa cassata. Tolkien, forzato a impegnarsi minuziosamente nella correzione delle bozze, lo fece -a onor del vero-  non solo per colpa d’ altri. Quando, nel febbraio del 1937, gli consegnarono l’ impaginato, egli sentì la necessità  di martoriarlo con una quantità  impressionante di modifiche e variazioni, di pentimenti e varianti; nello specifico, non gli piacevano più i passi in cui si rivolgeva ai lettori più piccoli, e s’ era poi accorto di certe minime  incoerenze e imprecisioni nelle descrizioni topografiche : difetti enormi, intollerabili, per la sua esasperata inclinazione al perfezionismo. Pressando i tipografi, si era assicurato che le rettifiche occupassero uno spazio identico a quello delle parole o frasi originali; in definitiva si trattò di una preoccupazione inutile, dato che in tipografia optarono per una risistemazione radicale dell’ intera sezione revisionata dall’ autore. The Hobbit venne al mondo il 21 settembre 1937 : assai bella era la legatura del volume (8°, pp. 320+2 di advertisments, prima tiratura di 1.500 esemplari), in piena tela verde con impressioni blu scuro (un fregio in alto e il drago in basso) da disegni di Tolkien, a cui si deve una sopraccoperta davvero splendida (stampata in bianco, nero, verde e blu) che nella tiratura originale portava -e porta- un errore corretto a mano dagli editori ("Dodgeson" al posto di "Dogson", nel risvolto posteriore).

Tolkien vibrava di nervosismo in attesa delle reazioni dell’ ambiente oxfordiano. Allora egli ricopriva un incarico presso l’ istituto di ricerca Leverhulme e sogghignò : "Credo che ora troverò serie difficoltà  a spiegare alla gente che questo non è il frutto principale delle mie ricerche del 1936-’37". Vana remora: Oxford si mostrò impassibile. Il libro era ancora fresco di stampa, allorchè -dalle colonne del "Times"- Clive Staples Lewis, critico di punta del "Times Litterary Supplement" e amico di Tolkien proclamò : "Tutti coloro che amano quel genere di libri per ragazzi che possono essere letti e riletti dagli adulti dovrebbero prendere nota che una nuova stella è apparsa nel firmamento. A un occhio esperto alcuni personaggi sembreranno quasi mitopoietici".
Ma Lewis non fu certo l’ unico a esaltarsi : la critica rispose con ottimo riflesso, a parte qualche scettica eccezione.
La prima edizione di The Hobbit a Natale era già  esaurita. La ristampa seguì immediata, e vi furono reintegrate quattro delle cinque illustrazioni a colori che inizialmente Tolkien aveva prodotto per il suo libro. La seconda tiratura fu di 2300 copie, delle quali 423 vennero distrutte nel bombardamento su Londra del 1940. Pare che Tolkien non avesse mai mostrato alla Allen & Unwin le immagini a colori, dal momento che queste apparvero solo una volta giunte agli uffici londinesi della casa editrice, per essere spedite all’ editore americano del libro, Houghton Mifflin, interessato da un po’ al capolavoro di Tolkien, addirittura in anticipo rispetto all’ edizione inglese. L’ uscita americana, che non si fece attendere, bissò il successo inglese con un’ ovazione corale della critica d’ oltre oceano, e l’ opera vinse il premio del "New York Herald Tribune" come miglior libro per ragazzi della stagione. Stanley Unwin, galvanizzato e ingolosito, si rese conto di avere uno straordinario best seller nel suo catalogo e non ci pensò due volte a incalzare quello che a lui sembrava il nuovo Lewis Carrol (e non mancarono sorrisi maligni ad un simile confronto) : "Un vasto pubblico l’ anno prossimo farà  un gran clamore per saperne di più da lei circa gli Hobbit !".

E un seguito ci fu, lo sappiamo bene : ma si tratta di un’ altra storia, di altre battaglie, che alla lunga ci riporterebbero -come il chiudersi di un cerchio, come il giro di un anello- agli effetti speciali di Peter Jackson, ai DVD e ai giochi della Playstation 2.


 

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