Wuz, n. 9, novembre 2002

 

Armando Audoli

 

The Catcher in the Rye


di Salinger

 

Ogni anno, ai primi accenni della stagione estiva, le vetrine delle librerie d’ Italia improvvisamente si imbiancano tutte : distese, allineate con ordine, disposte a ventaglio, impilate o sparpagliate come la spuma di una libresca cascata, le candide copie einaudiane del Giovane Holden vi pullulano in tutta la loro essenziale sobrietà .
Ma l’ euforia dell’ estate intensifica, giusto un poco ogni volta, l’ incessante vitalità  commerciale di un’ opera (The Catcher in the Rye) che, nello stesso luglio 1951 in cui vide la luce, venne selezionata come libro del mese dal Book-of-the-Month Club, scelta che parve imprimere lo scatto decisivo al successo di Salinger, divenuto, après, un fenomeno di massa con l’ edizione tascabile apparsa nel marzo 1953, un mese prima della pubblicazione di Nine Stories.
Nel 1961 (anno della fortunata epifania – suggerita forse da Carlo Fruttero – della seconda traduzione italiana, quella di Adriana Motti, tuttora ristampata dall’ Einaudi) il romanzo aveva già  venduto un milione e mezzo di copie soltanto negli Stati Uniti. Nel 1975 avrebbe superato la barriera dei nove milioni. A metà  degli anni Ottanta se ne continuavano a stampare, negli USA, circa quattrocentomila all’ anno, mentre sono più di sessanta milioni le copie vendute a oggi in tutto il mondo.

Un caso editoriale e letterario d’eccezione, senza pari, quello di The Catcher in the Rye, sul quale si proietta l’ombra misteriosa di un autore impostosi per sottrazione (di opere, di immagini, di interviste, di apparizioni pubbliche) : di un uomo -Jerome David Salinger- che, fuggito il secolo, si è dichiarato morto al mondo, isolandosi (dal primo gennaio 1952, giorno del suo trentaquattresimo compleanno) a Cornish, una località  tra le montagne boschive del New Hampshire, nel silenzioso esercizio certosino del cesellare leggendarie prose orgogliosamente inedite per non meno di otto ore al giorno, tutti i giorni, eccetto quelli sprecati a querelare con astio maniacale e rabbioso accanimento chiunque, figlia compresa, si ostini a non prestar fede al suo fondamentalista odi profanum vulgum.

Un coup de maitre, di un maestro di ricercatezza formale, di un vero e proprio stilista dalle mille finezze, che così si era presentato in una nota autobiografica nell’ editio princeps del capolavoro in questione (nota tradotta nella prima e ingiustamente spregiata versione italiana di Jacopo Darca, un libro pirata pubblicato nel 1952 dall’ editore Gherardo Casini di Roma, stampato nelle Officine Stianti di San Casciano Val di Pesa, con il titolo Vita da uomo) : "Sono nato a New York nel 1919 e intorno a New York ho trascorso la maggior parte della mia vita. Frequentai la scuola di Manhattan, l’ accademia militare in Pennsylvania e tre istituti superiori senza peraltro conseguire nessun titolo accademico. A diciotto anni feci un delizioso viaggio in Europa. Dal ’42 al ’46 fui in Europa con la IV divisione di fanteria.   Ho cominciato a scrivere da quando avevo quindici anni, ma ho pubblicato il mio primo racconto nel 1940, quando ne avevo ventuno. Penso che molti dei miei amici rimarranno addolorati o colpiti da alcuni capitoli di questo libro. I miei amici migliori sono ragazzi e mi dispiacerebbe che questo libro fosse messo su di uno scaffale che non sia per loro a portata di mano".

Ora,  non sono molte di più le cose che sappiamo di Salinger : sappiamo che il 6 giugno 1944 partecipò allo sbarco in Normandia; che il suo incarico consisteva nello scovare agenti e collaboratori della Gestapo, interrogando i prigionieri tedeschi o la popolazione civile francese; che sempre in Francia incontrò Hemingway, impegnato come corrispondente di guerra; che a un certo punto, già  cesellatore certosino, si lasciò sedurre dal buddismo zen; che il 13 febbraio 1960 gli nacque il figlio Mattew; che nel 1961 uscì in volume Fanny and Zooey e nel 1963 Raise High the Roof Beam, Carpenters and Seymour : An introduction; che l’ ultimo, lunghissimo, racconto pubblicato apparve il 19 giugno 1965 sul "New Yorker", e si intitolava Hapworth 16, 1924; che nel 1967 divorziò da Claire Douglass; che nel 1974, dopo nove anni di silenzio, un’ edizione pirata dei suoi primi racconti (Complete uncollected Stories of J.D. Salinger, in due volumi) venne distribuita nell’ area di San Francisco, e anche nelle librerie di New York e Chicago, per opera di ignoti, e che Salinger ottenne l’ immediato sequestro delle copie illegali (i responsabili dell’ operazione però, non furono mai identificati); che nel 1980 accettò di incontrare, seppur brevemente, Betty Eppes, una giornalista di Baton Rouge; che nell’ agosto del 1986 mosse un’ ingiunzione contro la pubblicazione di una biografia non autorizzata, costruita dallo scrittore e poeta inglese Ian Hamilton su scritti e lettere mai apparsi in precedenza (l’ ingiunzione divenne definitiva l’ anno successivo – sollevando un acceso dibattito, tecnico e ideologico, sul delicato terreno dei diritti di autore – e della biografia uscì, nel 1988, una versione purgata, ugualmente preziosa : In Search of J.D. Salinger, New York, Vintage Books); che nel 1987 partecipò, insieme ad altri collaboratori del "New Yorker", alla protesta contro la sostituzione dell’ ottuagenario direttore William Shawn, decisa dal neo editore della rivista; che dal gennaio del 1997 si favoleggia della pubblicazione a sé di Hapworth 16, 1924, prospettata per i tipi di una piccola casa editrice, la Orchises Press, diretta da Roger Lathbury, professore di inglese alla George Mason University in Virginia (ma da allora i media hanno ventilato anche altri nomi possibili); che Salinger è stato anche fotografato negli anni Ottanta in una cittadina del Vermont, non lontano da Cornish : le immagini lo ritraggono all’ uscita di un supermercato in compagnia di Coleen O’Neill, una giovane donna, sposata (secondo alcune fonti) una decina d’ anni fa; che nello stesso anno egli ha, infine, bloccato, di nuovo a New York e con l’ ennesima azione legale, la proiezione di Pari -un film del regista iraniano Dariush Mehhrjui- per presunte violazioni di copyright, in quanto la pellicola sarebbe un adattamento abusivo di Fanny and Zooey (la notizia trova conferma sul "Corriere della Sera" del 22 novembre 1998).
Questi, dunque, i lineamenti umanamenti biliosi di un immortale sopravvissuto a se stesso, immortale già  solo per l’ invenzione di una straordinaria metafora e di un titolo intraducibile (i titoli, come i versi, si possono ‘imitare’, non tradurre).

"I’d just be the catcher in the rye" è apparentemente la geniale risposta – elaborata sull’ errata percezione di un verso di Robert Burns : "If a body catch a body / Coming through the rye" – sfoderata dal giovane Holden Caulfield contro l’ inevitabile "Cosa farai da grande ?", ma è – nel profondo – una metafora non meno potente, anche se più ironica, di quelle al centro del
Pifferaio di Hamelin, del Picnic at Hanging Rock di Joan Lindsay o de Il dolce domani di Russel Banks.
"Ad ogni modo – bisbiglia Holden alla sorellina Phoebe -, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell’ immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’ orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’ acchiappatore nella segale e via dicendo".
Una metafora e un titolo che hanno fatto perdere la testa a milioni di lettori, a centinaia di critici, e a decine di traduttori, portando questi ultimi quasi al delirio. Ne è un divertente esempio la nota dell’ editore alla succitata versione italiana del 1961 : "Catcher è chiamato uno dei giocatori di una squadra di baseball, il ‘prenditore’, cioè colui che, munito di guantone, corazza e maschera, sta dietro il batsman (battitore) per cercare di afferrare la palla lanciata dal pitcher (lanciatore) se il battitore non la respinge con la sua mazza. Col nome di rye si designa comunemente il whisky-rye, popolare tipo di whisky ottenuto dalla fermentazione della segale o di una mescolanza di segale e malto. Il titolo The Catcher in the rye
, letto come puro accostamento di parole, suona come potrebbe suonare da noi Il terzino nella grappa".
Meglio Il giovane Holden, meglio Vita da uomo !

Come sfizio e per rifarsi l’ orecchio, ecco il tintinnare di alcuni (meno deliranti) tentativi stranieri : Der Fanger im Roggen (1962) è la prova illustre di Heinrich Boll (mentre Hermann Hesse aveva già  recensito The Catcher in the Rye sul finire del 1953); Carmen Criado, nel rendere in spagnolo El guardià n entre el centeno (Madrid, Alianza, 1978), usa il termine guardià n che ha il significaro letterale di ‘guardiano’, senza connessione alcuna col mondo sportivo; Nad propast’ju vorzi, la traduzione russa di Rita Rajt-Kovaleva (Kiev, Visca Skola, 1986); e Rugiuose prie bedugues (Vil’njus, Vaga, 1986) quella lituana di Ponlas Gasiulis, starebbe per Al limite del precipizio, in mezzo alla segale; splendida poi l’ intuizione di Annie Saumont, grande veterana delle lettere francesi : il suo L’attrape coeur brilla per originalità  e raffinatezza (Paris, Robert Laffont, 1953, collection ‘Pavillons’)

Ma il mito di Holden ha pur avuto un principio : nel 1949 Salinger cominciava a farsi conoscere, anche se la notorietà  era ristretta agli eleganti salotti letterari di New York. Egli stesso, nevrotico protettore della propria fantasia, ossessionato dall’ inflazione provocata dai plausi non desiderati, avrebbe dovuto rendersi conto che il peggio (o il meglio) era quanto mai prossimo. Dall’ estate del 1949 all’ estate del 1950 non dovette occuparsi d’altro se non della stesura del Catcher. Si trasferì in una casa d’ affitto a Westport, nel Connecticut; per "compagnia e svago" prese Benny, un grande cane nero, di cui tutti notavano l’ incredibile somiglianza con il padrone : "Non si deve perder tempo – diceva Salinger – a spiegare a un cane, sia pure in parole di una sillaba, che ci sono momenti in cui un uomo ha bisogno di stare alla sua macchina per scrivere".
Pare gli piacesse Westport, e probabilmente fu lì che concluse The Catcher in the Rye, anche se un’ altra ricostruzione, difficile da sostenere, teorizza che Salinger compì lo sforzo estremo per terminare il romanzo : "In una calda stanza ammobiliata sulla Third Avenue, con la sopraelevata che passava vicino. Si chiuse là  e ordinava fagioli di Lima e panini mentre si liberava del libro" (Gavin Douglas, intervista a Time).
Più verosimile è la ricordanza del direttore editoriale di Harcourt Brace, Robert Giroux, secondo il quale Salinger prese seriamente la sua stretta di mano e inviò il manoscritto di The Catcher in the Rye all’ editore, a un anno dal loro primo incontro : "Lo trovai un libro notevole e mi ritenevo fortunato di esserne l’ editore. Ero certo che sarebbe andato bene, ma devo confessare di non aver mai pensato, neanche per un attimo, che potesse diventare un best seller. Raccontai al mio capo, Eugene Reynal, la mia vicenda con Salinger, compreso l’ episodio della stretta di mano, e lui disse : ‘ In un certo senso è come se avessimo già  un contratto’. Pensai che avrebbe detto di sì semplicemente su questa base, ma lui lo ignorò. Non mi resi conto di essermi cacciato in un grosso pasticcio finchè, quando lo ebbe letto, non mi disse : ‘Ma questo Holden Cauldfield è forse pazzo ?’. Mi disse anche di aver dato il libro a uno dei redattori che si occupavano di libri di testo per le scuole. Dissi : ‘Libri di testo ? Cosa c’entra ?’. ‘E’ su uno studente di liceo, no ?’. Il parere del redattore di testi scolastici fu negativo e così si concluse la faccenda". (R. Giroux, lettera a Ian Hamilton, 2 maggio 1984).
Salinger narrò a un amico d’ esser stato portato a pranzo da Giroux, insieme a Dan Wickenden (un altro editor di Brace), e che "quei bastardi" esigevano una revisione del testo. Si trattenne dall’ ira – pare per tutto il pranzo – ma subito dopo telefonò a Harcourt Brace per farsi restituire il manoscritto.

Più o meno ricco di dettagli, è certo che tale episodio infiammò la naturale insofferenza provata dal nostro autore nei confronti degli editori; così quando il libro fu finalmente accettato da una casa editrice di Boston (Little-Brown), Salinger già  prevenuto, inasprì presto il rapporto. Egli prese di punta John Woodburn, il direttore della Little-Brown di New York, e gli imputò la colpa di alcuni dei tratti maggiormente sguaiati del lancio pubblicitario del libro, ancor prima della pubblicazione. Ad esempio, appena furono pronte le bozze di The Catcher in the Rye, Woodburn telefonò a Salinger, a Westport, per riferirgli che il Club del Libro del mese lo aveva scelto per la selezione di mezza estate. Il riflesso di Salinger a questa notizia fu quello di domandarsi se non fosse meglio rinviare la pubblicazione. Woodburn pensò bene di raccontare l’ aneddoto alla stampa, sicchè – ancor prima che il romanzo vedese la luce – si era precocemente creata la griffe dell’ autore eccentrico, stravagante, intollerante.

Un fatto che non arrivò ai giornali lo ha rievocato Angus Cameron, il grande capo della Little-Brown : rammentava di aver ricevuto una telefonata di John Woodburn (agitato e confuso), di poco precedente la faticosa pubblicazione del volume; Salinger premeva perchè non si mandassero le bozze definitive (in realtà  le copie omaggio per le recensioni) ai giornalisti e ai critici. Non voleva nessun tipo di pubblicità  e si era impuntato sulla rimozione della sua fotografia dal retro della sopraccoperta. Cameron si precipitò a New York nella speranza di farlo ragionare : "Vuoi che il tuo libro sia pubblicato o soltanto stampato ?". Infine Salinger si piegò, ma riluttante e insoddisfatto. E in seguito ottenne la soppressione della fotografia.
A proposito Irene Bignardi ha recentemente raccontato su "La Repubblica" (Copertina zen obbligatoria, 4 ottobre 2002) la storia curiosa di una delle tante angherie salingeriane, quella relativa all’ immagine di copertina della prima edizione Einaudi : "Da un’ idea di Gi
ulio Bollati, che era allora una delle anime creative della Einaudi, si decise di mettere in copertina un bel disegno (colorato) di Ben Shahn, un ragazzo che lecca un cono gelato. Il libro fu stampato e mandato in libreria. E contemporaneamente ne venne mandata una copia, con tanto di saluti e omaggi, all’ autore, ma non alla sua famosa casella postale del New Hampshire, a quella meno celebre del suo agente. Scoppiò, per dirla alla Holden Cauldfield un casino d’ inferno. Salinger, ricorda Roberto Cerati, memoria storica della Einaudi, fece sapere attraverso il suo agente italiano, Eric Lindner, che era furioso : altro che Ben Shahn, la copertina doveva essere bianca. Bianca e punto. Alla Einaudi non restò che prendere tutte le copie rimaste in magazzino (poche, ci si apprestava già  a una ristampa), rivestirle con la nuova candida e  minimalista vestina, e rimandarle in libreria. Ogni edizione successiva è rimasta così. Di conseguenza anche la nostra.".

La foto di cui si parlava poc’anzi – presente soltanto nella prima tiratura della prima edizione Little-Brown – merita, invece, un discorso a parte, trattandosi d’un elemento di notevole interesse artistico : essa era, infatti, un’ opera di Lotte Jacobi, la straordinaria fotografa Johanna Alexandra Jacobi Reiss, conosciuta per alcuni meravigliosi ritratti, fra cui spiccano quelli di Auden, di Chagall, di Einstein, di Robert Frost, di Peter Lorre, di Thomas Mann….Lotte era nata nel 1896 a Thorn, nella parte occidentale della Prussia, ma quando aveva due anni gli Jacobi si trasferirono non lontano, a Posen. Nel 1916 si sposò, e un anno dopo ebbe il figlio John. Allorchè Posen divenne polacca, nel 1921, ella raggiunse Berlino, dove, dopo una lunga separazione, nel 1924 divorziò dal marito; fu allora che decise di intraprendere una carriera nel campo della fotografia e del cinema, studiandoli all’ università  di Monaco e, contemporaneamente, all’ Accademia Statale Bavarese. La fotografia era un patrimonio genetico familiare : il bisnonno di Lotte, Samuel Jacobi, aveva visitato Parigi fra il 1839 e il 1842, ottenendovi una macchina fotografica, una licenza e alcune istruzioni da Louis Jacques Mandé Daguerre in persona; tornato a Thorn, aprì uno studio che divenne il business di famiglia, per generazioni.
Completati gli studi regolari (1926-’27), la Jacobi iniziò la propria carriera professionale di fotografa e regista (diresse quattro film). Dall’ ottobre del 1932 al gennaio del 1933 lavorò in Tadjikistan e in Uzbekistan; ritornò a Berlino nel febbraio del 1933 : Hitler era andato al potere un mese prima. Appena le persecuzioni razziali accennarono a degenerare, Lotte abbandonò la Germania insieme al figlio diretta a New York, ove giunse nel settembre 1935 e aprì un altro studio (in Manhattan). Nel 1940 si unì all’ editore e scrittore tedesco Erich Reiss, che si spense nel 1951. Nel 1955 lasciò New York, per cambiare vita a Deering (anche lei era approdata al New Hampshire) : aveva deciso di dedicarsi all’ insegnamento (in un nuovo studio) e alla politica, praticata a lungo con impegno e passione. Morì a novantatre anni, nel 1990.

Al giovane Salinger però, interessava soltanto coccolare il cancro psicologico del proprio ostentato anti-narcisismo, del proprio amore-odio di sé : dunque, via la foto e orecchie tese agli assolo dei recensori americani.
The Catcher in the Rye (Boston, Little-Brown and Company; 8°, pp. 8 + 277 + 3 bianche) uscì il 16 luglio 1951 : il volume, rilegato in tela nera con i titoli dorati al dorso, era vestito da una sgargiante sopraccoperta illustrata, stampata in rosso (tendente all’ arancione), giallo e nero. Il disegno della copertina raffigurava un’ immagine cardine della delicata poetica di Salinger, un cavallo da giostra leggermente stilizzato da Michael Mitchell, misterioso Carneade dell’ illustrazione moderna d’ America e amico del genio newyorchese. Lo stesso Mitchell – negli anni Ottanta – ha venduto undici lettere autografe di Salinger al collezionista Carter Burden, lettere recentemente cedute dalla vedova, con altro rarissimo materiale, alla Pierpont Morgan Library; ovviamente trattandosi di Salinger, il tutto è pressochè segreto, inavvicinabile.

In Italia, alla malevola perplessità  di Giacomo Antonini (L’ adolescente di Salinger, in "La fiera letteraria", 6 giugno 1954) rispose una mirabile pagina d’ eleganza critica del ventottenne Alberto Arbasino (Il Telemaco moderno, in "Il Mondo", 12 agosto 1958); ma il vero chef-d’oeuvre esegetico lo ha espreso, in verità , Vito Amoruso (La visione e il caos : il Decadentismo di Salinger, in "Studi Americani", Roma, 1964; pp. 317-342), il quale suggerisce che, per sentirne la grandezza, non si debba leggere The Catcher a tutti i costi come un romanzo, ma tentare d’ ascoltarlo come una lunga ballata in prosa, percorsa dal brivido di un cantare particolarissimo, da una nervatura fonica accordata sul ritmo tutto interiore del senex puer Holden, considerando siffatta prosa poetico-narrativa – l’ insinuazione sibila provocatoriamente – non un’ opera nuova, inaugurale, bensì un’ estrema epigenìa letteraria, un tardo riflusso americano in risposta alla sontuosa stagione del decadentismo europeo (Amoruso ci rivela quanto la New York in cui si muove Holden sia un "luogo dell’ anima" astratto e simbolico, una "serra calda" simbolista che richiama addirittura Maeterlinck).

Per noi, per tutti, Holden e la sua Manhattan sono appena lievi sfumature impercettibili, suggestioni, musiche : come un po’ di benzina che fa l’ arcobaleno in una pozzanghera o il broncio e poi l’ affettuosa complicità  della piccola sorella, come le anatre nello stagno vicino a Central Park South, come un cavallo da giostra o, in lontananza, l’eco del vernacolo scozzese di Robert Burns ("Gin a body meet a body / Coming through the rye; / Gin a body kiss a body, / Need a body cry ?").
"Holden Cauldfield non è che un istante congelato nel tempo" ha sussurrato Salinger alla tennista Betty Eppes, un giorno del luglio 1980. Forse. 

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