Wuz n. 6, luglio-agosto 200

Ferruccio Giromini

 

Sto al primoposto

 

 

Corpo allampanato e ciondolante. Testa a uovo con occhioni sbarrati e naso squadrato e storto. Giacca lunga rossa con mantellina (la si chiamava “pellegrina”) e cappelluccio a bombetta, anch’esso scarlatto. Ampie brache bianche da marinaio. Lunghissime scarpe strette da pagliaccio chic, rosse pure queste. E un saltellante cane bassotto giallo sempre a mezzo. Indimenticabile, inconfondibile, immodificabile, è dal 28 ottobre 1917 che la sagoma dinoccolata del Signor Bonaventura circola, con lunare brio, nell’immaginario d’Italia. Nato sulle paginone del “Corriere dei Piccoli”, lo si è avvertito fin da subito quale perfetta maschera moderna italiana, erede legittimo di Arlecchino e Pulcinella accanto solo a Pinocchio e Totò – un’impresa per pochi davvero. Il segreto del suo successo è bino: da un lato la sua buona sorte esagerata, quasi apocalittica; dall’altro la sua presenza stilizzata e recitante in sé e per sé, quasi un unico segno per un impeccabile simbolo.

Forma e sostanza del personaggio vanno ascritte a un unico autore: Sergio Tofano, che firmandosi “Sto” lo progetta a tavolino (in due giorni di lavoro fumante, secondo la cronaca) quale ideale contraltare futurista ed ottimista del tapino Fortunello, antieroe d’importazione americana; uno faceva ridere per le sue infinite disgrazie, l’altro donerà allegria per i suoi inesauribili successi. Buone venture, appunto, malgrado gli ostacoli frapposti alternativamente dai deuteragonisti Barbariccia e Il Bellissimo Cecè. L’ormai proverbiale incipit in doppio ottonario “Qui comincia la sventura / del signor Bonaventura” funge da sigla di apertura, mentre quella di chiusura è l’immancabile milione guadagnato fortunosamente.

Ha scritto in proposito il pedagogista Antonio Faeti, nel suo imperdibile saggio Guardare le figure (Einaudi, 1972): “Del resto, con il meccanismo dell’iterazione, che ce lo mostra sempre povero all’inizio di ogni storia e ricco al termine di essa, la convenzione su cui Tofano si basa evidenzia ancor di più l’impalpabile, ma categorica dissacrazione proprio di quello che rappresenta, per la nostra società, il primo e più importante dei valori, cioè il denaro. Fiumi di soldi scorrono invano tra le mani di questo etereo milionario che non capitalizza, pago di riproporre ogni volta se stesso nella sua divisa bianca e rossa, con il fido bassotto ai piedi. Per Bonaventura il milione non è altro che uno di quegli oggetti che usano i clowns. Egli lo esibisce, come un naso finto o un fiore che spruzza l’acqua, nella colorata arena di un circo in cui le gags traggono spunto dalla frenesia che la gente sembra opporre al quieto disimpegno, alla sorridente noncuranza del protagonista”. Naturalmente Sto non arriva affatto per caso a un risultato così eclatante, né è autore solo di tal figliolo cartaceo; e sarebbe fargli un torto non riconoscergli tutti gli altri suoi meriti.

Sergio Tofano nasce a Roma nel 1886, da un alto magistrato napoletano colà trasferito. Più che alla Legge, come avrebbe voluto la tradizione familiare, o alle Lettere (in cui si laurea con una tesi sui ruoli brillanti nella commedia ottocentesca), il giovane si consacra più volentieri al Teatro, diplomandosi intanto all’Accademia di arte drammatica di Santa Cecilia. Nel 1908-1909 ecco il suo duplice debutto, al fianco di due famosi Novelli, padre e figlio: sulle scene col padre, il grande attore Ermete, e sulla carta stampata col figlio, Enrico, scrittore e illustratore meglio conosciuto col soprannome di Yambo.

“Pupazzettaro” inveterato fin dai tempi dell’asilo, il signorino Sergio alterna dunque da subito due carriere intrecciate, di qua calcando il palcoscenico nel ruolo di “brillante” con Cesare Dondini e con Virgilio Talli, di là esemplificando le proprie intuizioni registiche nel racconto disegnato per i più importanti periodici, umoristici e per l’infanzia, del tempo: dapprima sul fiorentino “Giornalino della Domenica”, sul milanese “Corriere dei Piccoli”, sul napoletano “Ma chi è?…”, sul romano “La Casa”, dal 1914 sui torinesi “La Donna” e “Numero”, e dal 1915 via via sul milanese “La Lettura”, sul romano “Noi e il Mondo”, sul fiorentino “La Voce”. Quest’ultimo era diretto da Eugenio Colmo, scrittore e disegnatore più noto come Golia; “Il Teatro dei Piccoli” era invece diretto da Vittorio Podrecca, altro nome preclaro nella storia dell’umorismo italiano. È proprio tra questi ingegni, e Pitigrilli, Dudovich, Enrico Sacchetti, e nella fertile età dell’oro dell’illustrazione italiana, che han modo di crescere con grazia la matita e la penna di Sto. Ha cominciato a firmarsi così, infatti, con uno pseudonimo minimo e modesto che tuttavia gioca anche spiritosamente sul doppio senso, oltre che graficamente su una sintesi che diverrà la sua cifra più caratterizzante.

Non è affatto facile seguire un ordine nel suo procedere apparentemente svagato fra teatro, libri e periodici. Attenendosi a questi ultimi, dopo la Prima Guerra Mondiale Sto saltabecca inizialmente tra “Teatro”, “Il Secolo XX”, “La Giberna” e “Guerin Meschino”, poi tra “Pasquino”, “Satana-Beffa”, “In Penombra” e “Lidel”; negli anni Venti abborda “Vogue”, “Comoedia”, “Novella”, “Vanity Fair” (a Boston! con un contratto regolare come illustratore stabile!), “Le Grandi Firme”, “Almanacco Bemporad della donna italiana”, “Le scimmie e lo specchio”; negli anni Trenta “Il Dramma”, “Il Travaso delle Idee”, “Scenario” e gli inserti settimanali della “Gazzetta del Popolo” (“Sezione per i piccoli” e “Fuori Sacco”); negli anni Quaranta “Sipario”, “Carosello”; e fino a tutti gli anni Sessanta, in un’infinita andata-e-ritorno, il “Corriere dei Piccoli” con il Signor Bonaventura.

È indubbio che la fama di Sto si fondi anzitutto su tale maschera fissa un poco irreale, forse, ma quantomai accattivante e quindi longeva. Eroe involontario, distratto quanto basta da sembrare a volte addirittura un minus habens, Bonaventura non è esattamente un campione da fumetto, bensì il perno di storie illustrate a quadretti e commentate in versi. In tal senso, è il personaggio adatto a
fare da fil rouge col resto delle attività vitali del polimorfico Tofano. Bonaventura diventa primo attore di numerose pièces teatrali, Bonaventura diventa protagonista di molteplici volumi illustrati. E tanto fra quinte e sipario quanto fra testatine e tavole fuori testo, Tofano ha modo di scatenarsi – ma molto giudiziosamente – come meglio gli riesce. Ora interprete e regista, scivolando leggero (d’una leggerezza intesa in senso calviniano) tra geometrie scenografiche di preciso stampo futurista e vellutati costumi in panno Lenci; ora arguto cantastorie e filastroccatore, assecondando la propria ispirazione genuinamente poetica con una rallegrante vena surreale; ora figurinaio pulito ed ecumenico, affidando il proprio segno asciutto a una linearità regolare Art Déco che non indulge mai a un decorativismo fine a se stesso. La parola-chiave è sempre la stessa: elegante essenzialità, e si potrebbe dire più precisamente distillazione espressiva. Per una allegria piroettante, sempre però venata di lievissima melanconia.

Deliziosa in verità è – e rimane – qualsiasi opera del suo ingegno. A rivederlo recitare in vecchie registrazioni Rai, per quanto grigie e nebulose, ancora oggi se ne apprezza lo straordinario senso della misura, l’arguzia equilibrata del gesto e della parola. A rileggerne le operette in versi o in prosa, per fortuna ristampate più volte, ancora oggi se ne gode la portentosa gaiezza e quella saggezza amichevole ben mascherata di sorridente levità. Per chi ha avuto modo di annoverarlo tra le prime letture o tra i primi significativi incontri con lo spettacolo – lo si verifichi pure in un sondaggio do it yourself – quasi per tutti Sto permane al primo posto, o su di lì.

La sua indefessa attività di illustratore, per volumi scritti di pugno suo o di altri, lo porta, infatti, ad affinare un segno che, partito dall’eredità morbida della Secessione, si attesta in breve su una stilizzazione geometrizzante che privilegia efficacemente l’essenzialità della linea. Dopo qualche esperimento iniziale, il suo stile si impone quindi come uno dei più efficaci nel comunicare con pochissimi tratti un immaginario tanto moderno e dinamico quanto luminoso e garbato. Già i primi libri che Sto firma come illustratore (anche quando, come a volte si usa per furbizie commerciali, sotto copertine realizzate da artisti più affermati), suscitano tra il pubblico degli intenditori un interesse e un entusiasmo non ancora sopiti. Ad esempio l’ironica revisione in fascicolo La vispa Teresa allungata da Trilussa (Carra, 1917), con 16 illustrazioni in nero (ma copertina di Ugo Finozzi); o Allegretto di Arnaldo Fraccaroli (Sonzogno, 1920), spaccato di vita milanese dedicato alla gente di teatro e piacevolmente illustrato in bianconero; o il raro e ricercato Storie di cantastorie (Vitagliano, 1920), bellissima raccolta di filastrocche nonsensical decorata fuori testo con tavole a colori e nel testo con disegni virati in verde; o anche La scacchiera davanti allo specchio di Massimo Bontempelli (Biblioteca Bemporad per i ragazzi, 1922); e, dedicato ancora a Bontempelli, Il castello delle carte di Giuseppe Fanciulli (S.E.I., 1930), racconto che interpreta il gioco dei castelli di carte con disegni in bianconero e tavole a tre colori.

Alternando l’attività di teatrante a quella di disegnatore per bambini e non solo per bambini, Sergio Tofano acquisisce in particolare una invidiabile abilità nell’arte del raccontare, non affidata semplicemente all’intuito innato ma pure alla riflessione teorica. È rimasta storica una sua serie di ragionamenti raccolti nell’articolo Recitare per i bambini (in “Scenario” n.5, maggio 1937), che vale la pena di riportare una volta di più: “… Dunque teatro per bambini: ossia teatro, come si è detto innanzi, per il divertimento di un pubblico di bambini. Un teatro che prima di tutto colpisca piacevolmente la loro immaginazione: quindi la materia più preziosa da trattarsi a tale scopo è quella fantastica, fiabesca, avventurosa; il genere quello comico, umoristico, caricaturale. Ma, per carità, niente quadretto familiare, niente bozzetto patriottico, niente oleografie patetico-sentimentali; non storie lacrimevoli di piccoli saltimbanchi maltrattati o di spazzacamini affamati, né drammetti pietosi di orfanelli e trovatelli derelitti; non gesti edificanti di scolaretti probi né nobili azioni di balilla eroici. E soprattutto nessuna preoccupazione moraleggiante ed educativa. Capita così di rado che i bambini si possano portare a teatro: quelle poche volte che capita, facciamoli ridere, poveri piccoli, e non stiamo lì col fucile spianato della morale, della religione, dell’amor patrio, dell’educazione… facciamoli ridere, vivaddio, a teatro: che ogni loro risata accenderà un raggio di più di felicità nella loro esistenza, predisponendoli così all’ottimismo e risvegliando in essi il senso della bontà: più benefica quindi dei predicozzi, dei pistolotti e soprattutto della retorica…”.

Tali opinioni controcorrente, così chiaramente antiretoriche in un’epoca viceversa sì gonfia di magniloquenze come quella fascista, rendono subito comprensibile il favore con cui le sue opere, dal palcoscenico alla biblioteca, vengono via via accolte al loro uscire e poi così caramente coltivate nella memoria di diverse generazioni. I bambini – e gli adulti che bambini sanno tornare – trovano in Sto sempre un amico immediato e diretto, con cui ridere e sorridere senza altre preoccupazioni. È un amico d’infanzia, uno zio che fa fare cavalluccio sulle sue ginocchia ai nipotini beati, un complice di divertimenti puliti, un beneducato e disinteressato dispensatore di buonumore.

Ed è capace di sorprendere, sfornando anche volumi, realizzati ora in collaborazione e ora in solitaria, che vantano pregi di grande originalità. Tra tali rarità, si può citare Il giuoco della musica (Signorelli, 1936), grande albo oblungo illustrato a colori e con tavole ripiegate, su testo di Franca Tardani, dedicato all’apprendimento delle note musicali. Oppure ecco il libro tratto dall’omonimo film del 1942, firmato come regista dallo stesso Tofano: Cenerentola e il signor Bonaventura (Istituto Editoriale Cisalpino, 1944), una riduzione realizzata da Bruno Paolo Arcangeli e illustrata a colori da Sto e in bianconero da Castagna. Oppure ancora troviamo il singolare Felicetta e Felicino ovverosia il terzetto della felicità (Istituto Geografico De Agostini, 1946), esempio di libro illustrato con disegni schematizzati semplicemente come quelli dei bambini e con un testo scritto a mano, in una calligrafia “dinamica” pronta a piegarsi e a rincorrere le immagini.

Fortunato primo beneficiario di tante meraviglie doveva essere regolarmente il figlio Gilberto, nato nel 1929 e che due anni dopo avrebbe ispirato a Sto la figura di un altro piccolo Bonaventura comprimario: Pizzirì, la cui denominazione affettuosa rimanda alle ascendenze napoletane della famiglia Tofano. Divenuto a sua volta regista e scenografo, Gilberto Tofano è oggi il più devoto depositario
e sacerdote della memoria e dell’opera del padre; è notizia di questi mesi la sua affettuosa cura di una versione di Bonaventura in animazione computerizzata, miracolosamente in grado di non tradire i tempi cronometrici e gli incanti ingenui della originaria versione cartacea. Quanto a sua madre, l’attrice Rosetta Cavallari, che aveva sposato Sto nel 1923, diede al marito dapprima molti anni di vita familiare serena e condivisa – lei pure disegnatrice e costumista – e poi, nel 1960, il dolore immenso di una morte tragica per suicidio, dopo anni rovinati da una perfida malattia nervosa.

Sergio Tofano, a sua volta scomparso ottantasettenne nel 1973 (il 28 ottobre, la stessa data in cui, esattamente 59 anni prima, per la prima volta Bonaventura aveva fatto capolino dai chioschi), fino all’ultimo calcherà le scene, fino all’ultimo curerà le pubblicazioni e ripubblicazioni dei suoi innumerevoli volumi. Oggi li ristampa Adelphi, tuttora con buona fortuna. Sono tutti seducenti, per la verità, scritti con grazia e illustrati incantevolmente: i primissimi in semplice bianconero, molti in ingegnose ed efficaci bicromie, la maggior parte con rutilanti quadricromie fuori testo. Tra gli oltre sessanta volumi illustrati da Sto tra il 1916 e il 1970 ne vogliamo ricordare ancora alcuni tra i più amati, specie per la musicalità ritmata delle verseggiature oltre che per la fantasia, pure visiva, di azioni e situazioni.

I più richiesti rimangono i titoli classici del suo fortunatissimo personaggio, a partire da I cavoli a merenda e Ecco l’ultima avventura del signor Bonaventura (nelle edizioni di Nino Vitagliano del 1920). Molti altri – La regina in berlina con Bonaventura staffetta dell’Imperatore, Una losca congiura ossia Barbariccia contro Bonaventura, L’isola dei pappagalli con Bonaventura prigioniero degli antropofagi, Bonaventura veterinario per forza – sono stati più volte ristampati decennio dopo decennio, nell’anteguerra da Alpes e Garzanti, in seguito da Mondadori e Rizzoli, presentemente da Adelphi. Piacciono ancora e sempre i gustosissimi Il romanzo delle mie delusioni (uscito la prima volta sul “Corriere dei Piccoli” nel 1917, raccolto da Mondadori nell’amatissima “Bibliotechina della Lampada” nel 1925 e riproposto da Einaudi nel 1977) e Storie di cantastorie (Vitagliano, 1919-20 e riedizioni successive). Adelphi sta per rieditare l’introvabile La regina delle lenticchie (1945), che gode intanto di uno spiccato ritorno d’interesse. E rari e ricercati sono ancora l’elegante edizione pubblicitaria Il Cantastorie per la Campari (la più difficile a trovarsi della serie che annovera anche Mochi, Munari e Sinòpico, cfr. “Wuz” n. 1, pp. 34-39) e soprattutto le due versioni de Le avventure di Pinocchio illustrate da Sto: la prima s.d. (1921) sotto una copertina ancora di Mussino, e la seconda del 1948, nella versione in versi di Grisostomo (probabile pseudonimo del noto bibliofilo Marino Parenti). Inoltre la libreria antiquaria torinese Little Nemo ha appena offerto in vendita una collezione tofaniana d’eccezione, ricca di oltre mille pezzi tra volumi, riviste, lavori pubblicitari e di moda, giocattoli e pupazzi in panno Lenci e legno, dischi, cartoline, disegni originali – rutilante summa di un segno che con più felicità di qualunque altro può definirsi “Novecento”.

Lo ha saputo condensare in un giudizio sapido e completo Paola Pallottino, la storica dell’immagine che al teatrante-disegnatore Sto ha dedicato un volume della sua indimenticata collana “Cento anni di illustratori”, Una linea di sorriso (Cappelli,1978): “Portò con estrema classe i molti doni di cui era dotato. Senza abusarne, ma affinandoli con rara disciplina. Fu elegante, senza essere blasé; arguto, senza diventare maligno; scrupoloso nel trucco, senza feticizzarlo; puntuale nelle caratterizzazioni, senza mai scadere nella macchietta. E anche nel disegno, la pulizia e l’aristocratica tensione della linea non diventavano maniera, sempre sorrette da una fantasia autentica in cui l’evasione anarchica era talmente rarefatta, che le più indiavolate sarabande, le più spericolate acrobazie e gli incidenti più convulsi sembravano svolgersi in un universo riflesso, limpido e bidimensionale fino alla sordità. Una sordità di acquario dove, senza rumore, un surreale, instancabile trovarobe collocasse ogni pezzo al suo posto”.