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Stefano D’Arrigo al Gabinetto Vieusseux.

Le carte di Horcynus Orca

di Gloria Manghetti

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 105 – maggio2019)

Nel dicembre 2006 Jutta Bruto D’Arrigo telefonò all’Archivio Contemporaneo del Gabinetto Vieusseux. I contatti, dopo la scomparsa del marito nel 1992, erano stati rari e sempre segnati da reciproca, affettuosa simpatia. Per quanto la voce lasciasse trapelare un po’ di stanchezza, si intuiva facilmente la ferma volontà di dare quanto prima sistemazione ai documenti che nel tempo era venuta raccogliendo, tutti afferenti alla figura e all’opera dell’autore di Horcynus Orca: corrispondenza, manoscritti, fotografie, ritagli di giornale, libri, riviste, materiali pubblicitari, tesi di laurea… Un nucleo consistente e di estremo interesse, relativo in larga parte agli anni successivi alla scomparsa di Stefano D’Arrigo, ma non solo; numerose anche le carte anteriori, tra cui alcune lettere. Si trattò di una telefonata esplorativa, originata dal desiderio di conoscere la disponibilità del Gabinetto Vieusseux ad accogliere nuovi documenti a integrazione del Fondo intestato al marito, che lo stesso D’Arrigo nel 1985 aveva donato all’Istituto fiorentino. La risposta non poteva che essere immediata e affermativa, ben comprendendo attraverso le parole di Jutta l’importanza di un insieme prezioso nel nome del grande scrittore, ancora una volta generosamente offerto a titolo gratuito al Vieusseux. Jutta ne fu molto contenta e chiese di poter organizzare il trasferimento in breve tempo, rendendosi disponibile a sovrintendere di persona ai necessari lavori di allestimento delle casse che già nel gennaio 2007 giunsero in palazzo Corsini Suarez, sede dell’Archivio. La speranza era di incontrarla a Firenze per poterle mostrare di persona il Fondo D’Arrigo nella sua completezza, ma purtroppo Jutta morì nel novembre di quello stesso anno e in molti ne ricordarono, a ragione, l’amorevole dedizione con cui era stata vicina al suo compagno, interlocutrice attenta e severa.

Il suo ruolo era stato fondamentale anche quando nel maggio 1985 Giorgio Zampa, allora conservatore dell’Archivio Contemporaneo, scrisse a Stefano D’Arrigo illustrando le finalità di quel settore tanto tenacemente voluto da Alessandro Bonsanti, di cui oggi porta il nome: «raccogliere, ordinare e conservare manoscritti, carteggi, documentazione in genere, dei maggiori scrittori italiani del nostro secolo». Subito dopo aggiungendo: «Sarebbe naturalmente mia grande ambizione quella di poter fare accedere qui le tue carte; mi considero tra i protoammiratori dell’Horcynus e sono sempre più convinto della grandezza dell’opera: sarei felice di poter ospitare qui, tra Cecchi, Montale, d’Annunzio, Pascoli, Rosai, Soffici e tanti altri, i manoscritti del romanzo da te tanto a lungo elaborato, e, in ogni caso, tutte le altre carte che tu credessi di potervi unire». Solo due mesi dopo il Presidente del Gabinetto Vieusseux, Beppe Manzotti, inviava ai coniugi D’Arrigo una lettera ufficiale per ringraziarli di «tanta liberalità» nell’avere deciso di donare all’Archivio “A. Bonsanti” «un materiale di alto valore filologico che testimonia la genesi e il formarsi lento del grande lavoro occorso per il compimento dell’Horcynus Orca»; e insieme li informava di avere potuto ammirare i documenti appena arrivati, un’occasione «unica» di custodia e di studio per l’Archivio, che nel 1985 stava per compiere i suoi primi dieci anni di vita. Quel gesto inatteso e discreto destò una qualche sorpresa tra i filologi e nel mondo dei neonati centri preposti alla conservazione delle carte d’autore se, a distanza di pochi anni, c’era chi si chiedeva, mal celando una insana competizione tra istituti, che fine avessero fatto gli autografi di D’Arrigo.

Tra i numerosi materiali, oggetto nel tempo di vari cantieri di ricerca, il nucleo preponderante è sicuramente quello costituito da manoscritti, abbozzi, stesure di testi del grande romanzo a cui lo scrittore siciliano lavorò per oltre vent’anni, testimoniandone il lungo e tormentato processo creativo ed editoriale, concluso infine con la pubblicazione nel 1975. Una prassi variantistica mai interrotta e divenuta leggendaria, che il Fondo D’Arrigo oggi al Gabinetto Vieusseux restituisce con fedele precisione. A colpire in particolare il riflesso in quelle carte del modus operandi di un narratore che, in un auto-esilio gelosamente difeso e al contempo sofferto, aveva dedicato tutte le energie a scrivere e riscrivere il libro della sua vita inseguendo il capolavoro. Fogli di dimensioni diverse, talvolta giuntati assieme con la colla e vergati con penne colorate, veri e propri manufatti che prendono l’aspetto di artigianali aquiloni; oppure, un semplice tovagliolo di carta, nervosamente scritto a penna biro con inchiostro blu in ogni parte, quasi un’opera d’arte che Jutta non a caso indicherà «da incorniciare». Scartafacci graffiati da correzioni mai definitive, che rimandano alla fisicità dell’atto creativo di D’Arrigo, alla straripante materialità del suo laboratorio. Nelle carte del Fondo, un tempo a Roma nell’appartamento di via dell’Assietta a Monte Sacro, è documentata tutta la fatica del dire, dello scavare parole dentro i grovigli dell’esistere, in una spasmodica ricerca linguistica, essa stessa spia e rivelazione del mestiere dello scrivere. Impossibile non riconoscere in questo insieme unico, che lascia trasparire, pagina dopo pagina, il rigoroso, incontenibile senso critico di D’Arrigo verso il proprio lavoro, la conferma degli innumerevoli e stupefatti racconti di chi lo ha conosciuto. Alcuni hanno persino parlato di un fenomeno quasi patologico, soffermandosi sulla quotidiana immersione tra le carte di un monstrum che poteva capitare di vedere appese con mollette a corde, come panni ad asciugare. E si è anche detto che per descrivere tale drammatica gestazione, una sorta di «“romanzo del romanzo”», sarebbe stato necessario «libro di “avventura”». Al di là dei molti, troppi, pettegolezzi sull’autore e sulle sue ossessioni, piace qui richiamare le parole di Mimma Mondadori che, nel tornare con la memoria a D’Arrigo e al legame di autentica stima e amicizia che ebbe con il padre Arnoldo, così scriveva:

Ricordo un cartello appeso nello studio […]: «Dimenticati di Verga». Sui pavimenti erano sparse le bozze e manoscritti chilometrici per tutta la casa, e lui ci camminava sopra con le sue inseparabili scarpette da aereo. Scuoteva la testa parlando di Manzoni: «Ha rovinato il più bel romanzo italiano sciacquandolo in Arno». E imprecava contro le «stampelle della lingua»: virgolette, puntini, parentesi. Poneva a se stesso delle sfide di scrittura che gli costavano sforzi inauditi. Non voglio giudicare il valore del suo romanzo, ma confesso che è una delle poche persone in cui ho sentito il genio.

[continua]

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