Il sillabario era uno strumento per imparare a identificare le lettere dell’alfabeto e, scegliendole, formare le parole. Talvolta le lettere erano tagliate a forma di piccole tessere e riposte in tasche apposite del quaderno. Riconosciute ed estratte, comporre parole diventava un gioco. Elementare e intelligente.
Mi viene in mente Papini che , contrario all’estetica di Croce, per rifiutarla canticchiava: "Benedetto è quella cosa/ che ti inventa anche il ‘Breviario’/ preferisco il sillabario/ ci si impara assai di più".

Con il suo libro, Parise voleva dirci che preferiva la semplicità del sillabario alla complessità dell’analisi, per descrivere la vita.
E’ un’amabile provocazione, perchè la semplicità asserita è apparente. In Sillabari Parise, elencando le lettere dalla A alla S e iniziando con ‘amore’ per finire con ‘solitudine’ scrive dei sentimenti umani, con lucidità, durezza e poesia.
L’autore, affascinato dall’oggetto, lo trasformò in metafora per il suo titolo, però, la forma usata per narrare è la parabola, una raccolta di Contes Moraux, del suo e anche del nostro tempo.

Goffredo Parise
Sillabari
Adelphi