Wuz, n.3, maggio-giugno 2005

 

Armando Audoli

 

Sergio Corazzini

all’ombra del sole

 

Sergio Corazzini non è un poeta crepuscolare : è il poeta crepuscolare. Nel senso che del crepuscolarismo è l’anima stessa, sfinita e graffiante insieme, mistica e terragna, spirituale e minuziosamente minimalista (ah, il soliloquio delle piccole cose!); nel senso che del crepuscolarismo è la coscienza profonda, dolce e cattiva a un tempo, lirica e prosaica, acida e sentimentale, inquieta sempre per costituzione. Già , Corazzini, un’ anima – in fondo – imprendibile, quella sua d’esteta. Essa, proprio quando si presenta pregna di lirismo, vestita in ‘bianco minore’ (come una povera monacella virginale), giusto allora ti spiazza, rivelando di schianto un’ occulta natura violenta : un’ indole perversa e nera, morbosamente attratta dal fascino macabro della morte e della brulicante putrefazione. Il crepuscolarismo : una declinazione ironica di gaie tristezze, un rosario di malinconie, cadaveri e rose sul limite dell’ombra.

Folgorante per brevità  e tipicità , la febbrile parabola creativa di Corazzini (inscindibile dal tragico laccio di un’ esistenza divorata dalla malattia) lo ha svincolato dal non così esile novero dei poeti contemporanei a lui affini. Poeti che, in realtà , non costituirono mai un movimento canonico, pur ricamando tutti -con fili d’ oro- sul prezioso tessuto del simbolismo franco- fiammingo.
Troppo spesso e troppo a lungo frainteso, sommariamente liquidato come fragile ed estenuata promessa della nostra lirica di primo Novecento, scandagliato in modo insufficiente nella sua infinita complessità  psichica e intellettuale, Corazzini era un genio dall’ intelligenza energica e sottile; il suo cervello bambino scattava lontano, spinto da una lucidità  impressionante, da una consapevolezza abnorme e lungimirante.

Per capirci, leggiamo un passo del 1906, tratto dalla sua recensione a Lumi d’ argento, una raccolta poetica dell’ amico Umberto Bottone (il futurista Auro d’ Alba) : "Umberto Bottone langue a la fievole chiarità  di pochi Lumi d’ argento, se ne compiace intimamente e canta di molte cose tristi : dei salici piangevoli, delle chiese, dei ceri e, naturalmente, della morte. Perchè la morte, oggi, è adorata da giovinetti poeti che se ne vantano amanti tra pallidi sorrisi di sconforto e sentimentali malizie, graziosamente feroci contro un fratello soave qualunque. Tutto ciò fa pensare, non so precisamente con quanta voglia di sana reazione, alla concezione pura del sovraumano e all’ infinita ridicolezza di quanti piagnucolino sulle bare, non già  per vera e propria convinzione, ma semplicemente per fare della letteratura. Per la sincerità  si perdonano molte opere come molti uomini, ma il volersi fingere nell’ ombra quando si è, tutti, nel sole, provoca risa di pietà  e, se vogliamo, di rimpianto".
Altro che fragilità  lamentosa da querule signorine d’ altri tempi ! Corazzini non si fingeva placidamente nell’ ombra : vibrava nel buio più fondo. Non adorava la morte per manierismo letterario : la venerava come unica tiranna della sua vita. Non piagnucolava sulle bare : nella bara fissò per sempre gli occhi, ormai asciutti, di pallido ventenne. Tumide gli erano rimaste soltanto quelle sue labbra talmente carnose, una rossa ferita aperta dal male di vivere e serrata dal mal sottile.

Sergio Corazzini venne al mondo il 6 febbraio 1886, nella capitale (in via Lucina 17), dal romano Enrico e dalla cremonese Caterina Calamani. La famiglia si trasferì presto, però, in via dei Sediari, una strada nelle adiacenze di piazza Navona. Il ceppo paterno era tipicamente papalino; infatti sia il nonno Filippo, sia il padre, furono a lungo impiegati della Dataria pontificia. Enrico Corazzini, oltre ad amministrare tenute di casa Del Drago, con poderi a Fara Sabina, aprì una tabaccheria sulla via del Corso e un ufficio di rappresentanza di vini e di profumeria. Il poeta frequentò le prime classi delle elementari a Roma. Il benessere economico della famiglia, negli ultimi anni dell’ Ottocento, permise a Enrico di iscrivere Sergio e Gualtiero, i due figli maggiori, (in famiglia c’ era pure un terzo figlio minore, Erberto) al Collegio Nazionale Umberto I di Spoleto.
Spoleto, negli ultimi anni del secolo scorso, era ancora un centro di villeggiatura per la buona società  romana, e vi passavano l’ estate due autorità  letterarie della città  eterna : Febea, la moglie di Luigi Lodi, e Ugo Ojetti. Pare che Sergio avesse una sorta di invasamento per l’ eleganza di Ojetti, proponendosela come riferimento assoluto. La tradizione biografica vuole l’ ambiente mistico umbro, traboccante di francescanesimo, quale parziale spiegazione di certi abbandoni spiritualizzanti del cantare di Corazzini (comunque religiosissimo per educazione domestica). Primi affettuosi sodali furono per lui Antonio Muratori, Carlo Tridenti e Alfredo Tusti. Nel 1898 Sergio, innamorato dei burattini e ottimo scolaro, probabilmente già  malato di tubercolosi, tornò a Roma insieme al fratello poichè il padre, spregiudicato artefice di alcune fatali speculazioni in borsa, non era più in grado di pagare le rette del collegio. Il tracollo finanziario era imminente. Corazzini riuscì per un pelo a terminare il ginnasio, ma non potè frequentare il liceo; costretto a cercare un lavoro trovò impiego presso una compagnia di assicurazioni, la ‘Prussiana’, il cui ufficio era situato in una casa di via del Corso : "Chi batte alla mia porta ? Sei tu, cara ?/Vieni con l’ alba alla mia cella triste ?/L’ inchiodi forse questa grigia bara ? ". Ispirati all’ ufficio-prigione di via del Corso, questi tre versi dai Soliloqui di un pazzo (una lirica della raccolta Le aureole) tradiscono uno sconfinato tormento.

Nelle testimonianze dei più affezionati, il poeta -vittima predestinata di persone e circostanze- appariva circonfuso da un eccessivo alone di martirio, a causa degli sfortunati risvolti della sua vita privata. Fausto Maria Martini, per esempio, stigmatizzava la compagnia assicuratrice, che lo faceva lavorare per novanta lire al mese "nell’ ammezzato di una vecchia casa in fondo al Corso; molto squallidi uffici, e alla stanzetta di Sergio, la prima delle tre o quattro tenute dall’ agenzia, si accedeva da una scaletta a chiocciola aperta in fondo all’ angusta portineria della casa". Alfredo Tusti preferiva, invece, infierire sulla figura del padre, tacciato di volgarità , autoritarismo e violenza. Lo stesso Martini rincarava la dose, dipingendolo "ostinato giocatore di Borsa, disposto a godersi la vita fuori dalla famiglia", e accusandolo di avere aggravato, con le sue scenate compulsive, le delicate condizioni di salute del figlio.  Esagerazioni agiografiche ?  Aneddotica fantasiosa d’ ascendenza romantica ? Siamo d’ accordo con Antonio Piromalli nel dire che : "Abbandonare gli studi ed essere costretto a lavorare oscuramente,senza amore, senza scopo, fu il primo contatto con la vita, la prima delusione della vita, e le considerazioni del pazzo dei Soliloqui riflettono una situazione reale che occorre tener presente per evitare di crearsi di Sergio un’ immagine romanzesca,
quella di un adolescente fantasticante e malato di ebrezze di sogno".

Il 1902 fu un anno decisivo nella fulminea biografia di Corazzini : cominciava ad ardere la passione divorante per la poesia e iniziavano, consolatrici dopo l’ opprimente lavoro, le assidue frequentazioni del Caffè Sartoris (dal 1906 il luogo prediletto per gli incontri sarà  il Caffè Aragno) : e all’ Aragno lo ritroveremo, a distanza di una manciata d’ anni, in compagnia dei suoi amici poeti : Alberto Tarchiani, Tito Marrone, Remo Mannoni, Antonello Caprino, Giuseppe Caruso, Gino Calza Bini, Guido Sbordoni, il folle Donatello Zarlatti, l’oracolare Giuseppe Vannicola, il ‘grande fratello’ Corrado Govoni. Con loro il letterato ragazzino -già  sinistramente tossicchiante- era solito trascorrere il maggior tempo possibile, le serate e le notti soprattutto, in prolungate passeggiate sull’ Appia Antica o sulla Salaria, a cercare chiese fuori mano o, meglio, abbandonate; a inseguire spasmodicamente un’ idea da orchestrare in versi.
"Il povero indimenticabile Sergio lo vedo sempre come a vent’ anni, con quella sua andatura incerta, a corto respiro come il volo dell’ allodola prima di prendere quota, o come quella di una bella ragazza troppo ammirata : con quella sua faccia un po’ reclina, gli occhi sorridenti, e la voce così soave e calda in quella bocca sensuale, che baciava col trasporto di una donna innamorata" : queste le tarde parole di Govoni, appese al filo della memoria.
Ancora, le testimonianze dell’ epoca abbozzano un Corazzini in pose forzate da vizioso maudit, da mistico dandy, ricercato nell’ abbigliamento e sensibile al Pernod (ostentava un’ andatura ondeggiante, cappelli a larga tesa ed eccentrici papillons). Il tutto propiziò la nascita del mito di Corazzini (Martini lo chiamava ‘semidio’), il mito di una creatura angelica e convulsa, destinata a bruciarsi per eccesso d’ ispirazione.
"La cifra del dandismo corazziniano -sottolinea Francois Livi- è una cultura francese ostentata fino al limite della provocazione, su uno sfondo di accenni a misteriose perversioni, di allusioni a droghe, all’ alcool, a malattie della psiche e dell’ anima".

Il 17 maggio 1902, Sergio pubblicò sul ‘Pasquino de Roma’, il suo primo sonetto : un guizzo in dialetto romanesco che si intitolava ‘Na bella idea. Era un periodo frenetico, denso di collaborazioni con giornali e riviste, non solo regionali. Il rapporto più assiduo, fino al termine del 1904, fu con il periodico satirico-umoristico ‘Marforio’ (cinquantotto presenze); in quantità  decisamente inferiore i contributi per le altre testate romane (quali ‘Rugantino’, ‘Capitan Fracassa’, ‘Gran Mondo’, ‘La Vita Letteraria’) o nazionali (‘Gazzetta del Popolo della Domenica’ di Torino, ‘La Colomba’, ‘La Stella e l’ Aurora’, ‘L’ Amore Illustrato’ di Milano, ‘Giornale d’ Arte’, ‘Don Marzio’, e ‘La Tavola Rotonda’ di Napoli, ‘Scienza e Diletto’ di Cerignola,      ‘L’ Unione Sarda’ di Cagliari).
Osserva Angela Ida Villa, autorità  assoluta nel campo delle filologia corazziniana : "La produzione ‘sparsa’ del primo Corazzini sembra obbedire a una regia tutto sommato coerente, che si sposta or qua or là , sempre però nell’ ambito di filoni intercomunicanti nell’ area del neoidealismo mistico…Quando, a due anni dagli esordi, Corazzini dà  alle stampe Dolcezze (siamo nella primavera del 1904) ha dunque alle spalle un archivio personale di poetica già  in gran parte impostato a cui poter attingere".

Dolcezze, il debutto di Sergio nel mondo ufficiale dei letterati, è una plaquette tirata dalla Tipografia Cooperativa Operaia Romana, certamente in un numero esiguo di esemplari. Era il maggio 1904. Oggi, come tutte le raccolte del poeta, è un cimelio introvabile, assente addirittura nelle pubbliche biblioteche. Dolcezze contiene sette prove inedite, in aggiunta ai testi già  apparsi in rivista. Ma la ‘dolcezza’, vocabolo tanto caro alla musa di Corazzini, aveva già  un sentore di sangue, un sentore non dolce ma ossessivamente dolciastro : "Il mio cuore è una rossa / macchia di sangue dove / io bagno senza possa / la penna, a dolci prove / eternamente mossa. / E la penna si muove / e la carta s’ arrossa / sempre a passioni nove. / Giorno verrà  : lo so, / che questo sangue ardente / a un tratto mancherà  / che la mia penna avrà  / uno schianto stridente / e allora morirò." E’ lo straordinario manifesto cantante di quello che la Villa definisce ‘neoromanticismo poetico corazziniano’.
Un neoromanticismo spezzato, innervosito dai colpi di tosse, soffocato sul nascere dai grumi di saliva e sangue.
A un soffio da Dolcezze, allo scadere del 1904, Sergio, con l’ affanno sincopato di chi sa di non farcela, volle dare alle stampe L’ amaro calice. Confezionato in novembre dalla stessa tipografia che aveva impresso l’ opera prima, il testo si abbandonava senza più riserve, alle seduzioni della morte, virando verso un neomisticismo di intonazione nordica. E si sentivano già  tutte, in controcanto, le voci degli idoli simbolisti del giovanotto romano : da Samain a Tailhade, da Moréas a Verhaeren, da De Régnier a Rodenbach, da Maeterlinck a Jammes, da Schwob a Laforgue, dal confessionale Louis le Cardonnel al fanciullo moribondo Jean de Tinan.

In mezzo alle prime due prodezze prosodiche, è da segnalare nel mese di luglio del 1904, l’ effimera impresa pubblicistica di ‘Roma Flamma’, misconosciuto mensile letterario, del quale vide la luce solo il primo numero. ‘Roma Fiamma’ che si presentava ai lettori come "l’ unica giovanile rivista letteraria che si pubblichi a Roma’ era un tentativo originalissimo di importare in Italia gli stilemi prerafaelliti e simbolisti europei, rimuginati in chiave crepuscolare. Gli interventi erano accesi e battaglieri (Sergio si scagliò, in un articolo nazionalista, contro il Mal franzese), al pari dell’ emblema del giornale, realizzato appositamente da Adolfo de Carolis : una spada sguainata su un campo di fiamme. Assieme a Corazzini erano coinvolti in redazione Govoni, Tusti e il wildiano Biagio Chiara.
Intanto la cerchia delle liaisons poetiche di Sergio andava progressivamente infittendosi : Giorgio Lais, Guido Milelli, Guglielmo Genua, Stefano Cesare Chiappa, Guido Ruberti, Alessandro Benedetti, Beniamino De Ritis, Armando Granelli, Carlo Basilici, Yosto Randaccio, Federico De Maria, Giuseppe Piazza, Cesare Giulio Viola, Umberto Fracchia, erano i nuovi adepti. Attorno alla figura carismatica di Corazzini cominciava a prendere corpo un sodalizio artistico che aveva per bandiera il simbolismo nel campo della figurazione e della lirica poetica, l’ antipositivismo e l’ idealismo irrazionalistico nell’ alto dominio del pensiero, il nazionalismo come ideologia politica. E non potevano certo mancare contatti con il cenacolo poetico di via Principe Amedeo, guidato da Rosario Altomonte. Notevoli anche i rapporti con gli artisti della bohème capitolina . Gino Severini, Umberto Boccioni, il versatile Duilio Cambellotti, il maledettissimo Raoul dal Molin Ferenzona.

Con il sopraggiungere del 1905 le condizioni di salute di Sergio ebbero un repentino e brusco peggioramento. Lo attestano le molte lettere, indirizzate a Aldo Palazzeschi (all’ intenso scambio epistolare non seguì mai un incontro), missive in cui Corazzini parlava di ‘grave insidia’ alla propria salute, lamentando la sofferenza causatagli da una non ben precisata operazione.
"Una noia profonda mi tiene -si sfogava c
on Guido Sbordoni- una grande languidezza paralizza i miei gesti e vivo seduto in un avito seggiolone, meco ragionando di molte varie e tetre cose".
Nonostante gli impedimenti organici, nel 1905 Sergio si lanciò presentando agli appassionati romani la lettura in pubblico di versi suoi e degli amici Ruberti e Tusti, lettura tenuta da Armando Mazza, il 17 marzo nella sala degli ‘Autori lirici e drammatici’ al Nazionale. Il 25 maggio poi, nella medesima sala fu Chiappa a leggere versi di Corazzini, Randaccio e Orsini. Approfittando d’ aver gradualmente rotto il ghiaccio con la pubblica scena, il poeta ebbe l’ ardire di cimentarsi con la scrittura teatrale : nel mese di maggio Il traguardo venne rappresentato al Metastasio di Roma. Il traguardo. Scene drammatiche in un atto apparve presto anche come opuscolo a sé, a Napoli, come undicesima uscita delle Edizioni del ‘Giornale d’ Arte’. Il successo del saggio scenico fu veramente scarso : la critica sollecitò l’ autore a continuare a scrivere versi e a dimenticare tali infelici conati.

Un paio di mesi appena e fu la volta della terza raccolta : Le aureole, nove testi inediti su dodici. Il libro, raffinata plaquette pronta a luglio, portava il marchio della solita cooperativa tipografica romana. Chiosa perfettamente Idolina Landolfi : "Ridotta alla metà  la presenza della forma-sonetto, la raccolta esibisce evidenti progressi formali, ben rappresentati da La finestra aperta sul mare : il poeta si destreggia abilmente sulla complessa tastiera che ormai gli appartiene e si muove in libertà , tra lunghe pause distensive e improvvisi grumi di poche, scandite sillabe; arricchisce il verso con iterazioni, con assonanze che sembrano rincorrersi a distanza, con rime distribuite con parca sapienza".
Lo stesso Corazzini si accorse di un certo cambiamento, come confessava a Remo Mannoni in una lettera dell’ estate 1905 : "Versi ne scrivo pochini  pochini. Mi accorgo, e non so s’ io debba gioirne o dolermene, di acquistare un’ oscurità  e una sintesi molto nebulosa delle cose, e perciò gran parte dei miei ultimi scritti, credo, non riuscirà  intelligibile a prima lettura".
Dopo un soggiorno estivo a Nocera Umbra, Sergio venne coinvolto, in autunno, nel progetto e nella realizzazione di ‘Cronache Latine’, importante quindicinale del cenacolo corazziniano : il primo numero uscì il 15 dicembre 1905, seguito da altri due soli fascicoli (il 1 e il 15 gennaio 1906). Strepitosa la grafica e le illustrazioni di copertina della rivista, così come le speciose decorazioni della carta intestata redazionale, inarrivabili lampi di genio del ‘perfido giovanotto’ Raoul dal Molin Ferenzona.
Ferenzona -pittore, incisore e poeta simbolista d’ eccezione- merita una piccola parentesi. Nacque in riva all’ Arno nel 1879 e si spense a Milano nel 1946, vittima delle proprie stravaganze e della propria nevrotica maniacalità  (sempre sull’ orlo della follia), che lo rese vagabondo per l’ Europa e disperato fino all’ ultimo respiro. Raoul, l’ incontenibile, aveva maggior dimestichezza con le cliniche psichiatriche, piuttosto che con le mura domestiche. Autore di velenose acqueforti tirate in pochi esemplari e di libri assai rari, se non addirittura realizzati in copia unica (manufatti, questi, che sembrano tesori) è oggi un artista di culto, per pochi iniziati. Spesso paragonato ad Alberto Martini, col quale condivideva una sentita tensione esoterica, non è tuttavia mai stato degnato delle stesse attenzioni critiche.

In quei mesi, a cavallo fra il 1905 e il 1906, il ventaglio dei contatti di Sergio e del suo gruppo si aprì in direzione di Firenze ‘arruolando’ gli affini Marino Moretti e Aldo Palazzeschi.
E’ di questo tempo una perla da non trascurare : l’ alchemico poemetto in prosa Esortazione al fratello, un tripudio di estetismo funebre in modern style, un misto esplosivo di San Francesco e Nietzsche, degno del miglior Gozzano.
Nell’ estate 1906 Corazzini soggiornò a Nocera e a Cremona, città  natale della madre. Intanto usciva il Piccolo libro inutile, volumetto per metà  di Sergio per metà  di Tarchiani. Il testo, che conteneva i versi più celebri dell’ intera produzione del poeta, figurava quale primo ‘quaderno’ di una progettata ‘Biblioteca dei piccoli libri inutili’, collana, abortita dopo la seconda uscita, destinata a raccogliere la migliore produzione dei crepuscolari. Una curiosità  : la quarta di copertina del Piccolo libro inutile porta la seguente dicitura : "I due poveri autori non hanno osato dichiarare il prezzo di questo libro inutile perchè, immaginandolo tale, hanno pensato che nessuno avrebbe mai voluto comprarlo".

Nell’ autunno, senza requie, un’ altra plaquette, la superba Elegia. Anche per questa opera Corazzini non volle cambiare stabilimento tipografico. Nella premura di pubblicare freneticamente, a ridosso immediato della silloge precedente, si celava tutto l’ affanno esistenziale di uno che, ormai, stava facendo il conto alla rovescia.
"Con Elegia -nota Filippo Donini- Sergio ci dà  il suo capolavoro assoluto. Le povere piccole cose animate e partecipi, le care lacrime, la tenerezza amorosa, la nostalgia dell’ infanzia e delle sue favole, i vecchi arredi squallidi, il gusto della preghiera, la pace della rassegnazione, le vie deserte, le vecchie canzoni senza senso e la malinconia dei giorni di festa e i piccoli malati e le povere suore malinconiche : tutti motivi che sono stati o che saranno più cari a Sergio, si ritrovano qui, e si compongono in un tutto omogeneo, ben fuso, senza distacchi e senza stonature…in un unico tono elegiaco, monotono nel fondo (non c’è uno spiraglio di gioia), ma variato nei modi, perchè l’ esperta mano di Sergio sa dosare opportunamente i versi (o le serie di versi) sincopati e tortuosi e alternarli ad altri distesi e cantabili".
Oramai il chiodo fisso di Corazzini era quello di riuscire a dar forma compiuta alla propria cerchia di eletti, concretizzandola in maniera definitiva e più strutturata. Ci soccorre ancora Angela Ida Villa : "La sua idea è quella di costituire un cenacolo sovracittadino che man mano assuma la fisionomia di un movimento : il movimento dei ‘poeti fuori della legge’ (così in una lettera a Palazzeschi del 1907) che imponga combattivamente sulla scena poetica nazionale, contro i detrattori, la poesia del simbolismo mistico e del verso libero". Decivo fu, in tal senso, l’ influsso che l’ allora trentenne Giuseppe Vannicola esercitò sul ‘circolo’  crepuscolare romano, e particolarmente sul gusto letterario di Corazzini, Govoni e Martini. L’ affabulatore Vannicola dovette sembrare, al gruppo dei giovanissimi adepti che lo ascoltavano come un oracolo, un anziano dal fascinoso e ricco passato mondano, una via di mezzo tra Wilde il perverso e il mendico Verlaine.

Sul finire del 1906 Corazzini intonò il suo canto del cigno, il Libro per la sera della domenica, la sua ultima, rantolante fatica letteraria. Impresso in dicembre dalla tipografia Pinci di Roma, il libro era il secondo ‘ quaderno’ della ‘Biblioteca dei piccoli libri inutili’.
A proposito dell’ ultimo Corazzini, ascoltiamo Francois Livi, massimo studioso francese del primo Novecento nostrano : "La poesia di Corazzini si accontenta di giungere ad una situazione ambigua, dormiveglia che precede probabilmente la morte". Magnifico ! "Il nostro dolore, non era dolore d’ amore / né dolore di nostalgia / né dolore carnale. / Noi morivamo tutti i giorni / cercando una causa divina / il mio dolce bene, ed io": La morte di Ta
ntalo
fu davvero l’ estremo grido sadico e snervato di un uomo che non ce la faceva più. Un grido fragoroso di eccitazione fantastica e verbale : "Allo scadere del secolo -conferma Stefano Jacomuzzi- si direbbe che i ‘grandi archetipi’ premono d’ improvviso con urgenza confusa e sconvolgente, scoppiano e si frantumano con generosità  di illuminazioni oniriche, di eccitazione fantastica e verbale".
Tutti gli altri progetti letterari, già  nel cantiere corazziniano dal 1904, naufragarono nel nulla : la traduzione (con Milelli) della Sémiramis di Péladan, il saggio di critica Le torri d’ avorio, i versi delle Epistole agli amici, L’ indifferenza delle cose e altre novelle, il dramma storico in tre atti (e in versi) La duchessa di Bracciano. Si noti, oltretutto, che la dispersione dei manoscritti autografi di Corazzini fa sì che le rarissime edizioni a stampa delle sue opere siano ancor oggi di un’ importanza filologica capitale. Da citare, passando, anche la prima antologia postuma, una scelta di liriche curata dagli amici e pubblicata dall’ editore napoletano Ricciardi nel 1909. Lo stesso anno, Ricciardi, ristampò la crestomazia corazziniana, questa volta arricchita da un’ appendice di testi critici.

Ma torniamo a Corazzini, che stava crollando, corroso nei polmoni e nell’ anima. Nei primi mesi del 1907 si rese necessario un ricovero urgente nella casa di cura di padre Orsenigo dei Fatebenefratelli, a Nettuno. Al rientro a Roma, le condizioni del poeta precipitarono. Gli fece visita Moretti, ma Sergio non lo potè accompagnare per le amate strade. Se ne stava andando. A ventun’ anni. E non presenziò neppure alla lettura dei propri versi tenuta da Tarchiani il 3 marzo, innanzi al pubblico della ‘Società  degli Autori’; tanto era solo un penoso tentativo di riabilitazione tardiva, da parte di tutti quelli che ultimamente non avevano fatto altro che snobbarlo, critici e pubblico.
Il suo cuore d’ aedo, come già  la sua penna, ebbe infine uno schianto stridente. Corazzini smise di respirare il 17 giugno 1907.
Per chiudere, abbandoniamoci al ritmo dolente di alcuni suoi singhiozzi, indirizzati a Palazzeschi il 16 novembre 1906 : "Rispondo alle tue tenerissime parole con un singhiozzo funebre. La nevrosi mi tiene profondamente da vari giorni. Questa è forse l’ ultima crisi. Abbi pietà  di me. Vorrei dirti tante cose dolci e serene ma non so che piangere. Perdonami ! Sento una voglia smisurata di implorare perdono da tutti, oggi. Che stia per morire davvero ? Domani…se resisterò ti dirò quello che sto soffrendo. Imagina, Aldo mio, che non so neppure baciarti, temendo che sia questo l’ ultimo mio ricordo. Perchè non vorrei morire ancora…"

 

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