Charta, n. 68

Quando all‘inizio degli anni Settanta, sull‘onda della riscoperta del fumetto e della sua promozione al rango di prodotto autorale, ci si incominciò a interrogare sui grandi figurinai della prima metà  del XX secolo (grafici, cartellonisti, autori di bozzetti di moda, disegnatori di fumetti, illustratori di libri), ci si accorse che le tracce di un paio di essi (e non dei minori) si perdevano nelle tenebre. Successive ricerche permisero di ritrovare quelle di Renzo Ventura (autore dei disegni per lo scandaloso e denunciatissimo libro di Mario Mariani intitolato Le adolescenti), rivelando che in realtà  egli si chiamava Lorenzo Contratti e che aveva finito i suoi giorni nel 1940, dopo una lunghissima degenza in una clinica per malati di mente; mentre la sorte di Beppe Porcheddu, scomparso misteriosamente nel 1947, aspetta ancora di essere chiarita. Non risulta che Porcheddu avesse mai svolto attività  politica di nessun segno, e comunque a quel punto la guerra era ormai abbastanza lontana da far sperare che tutti i conti che aveva lasciato aperti fossero stati saldati; ma resta il fatto che dopo essere stato visto uscire un‘ultima volta dal Casinò di Sanremo, dove si recava saltuariamente, l‘uomo si dissolse nel nulla e nessuno ne seppe più niente. Le fonti concordano sul luogo e la data di nascita (Torino, 1898), sul fatto che era figlio di un ingegnere sardo inurbato a Torino e concessionario del sistema Hennebique per le costruzioni in calcestruzzo armato (usato fra l‘altro per la costruzione dello stabilimento Fiat del Lingotto) e che esordì “precocemente” sul “Corriere dei piccoli” nel 1909. Una “precocità “ che personalmente considero vagamente sospetta, anche alla luce del fatto che in questa annata del “Corrierino” non sono riuscito a trovare traccia del Nostro (che invece compare come autore di una storia intitolata Il quintetto ““ dei nanetti senza un tetto nel 1940-41). Mentre mi paiono più plausibili, anche se non tutte accertate di persona, le collaborazioni a “Le vie d‘Italia” (1921), “Numero” (1922), “La lettura” 30 (1923), “Il secolo XX” (1926) e “Il Giornalino della Domenica” (1927).
Ma quello che qui ci interessa non è tanto il copertinista, né l‘autore tout court (nel 1928 venne pubblicata una cartella di suoi disegni in tiratura limitata, con prefazione di quel Leonardo Bistolfi che lo aveva introdotto nel mondo delle arti figurative torinesi: disegni non sempre convincenti e assai discontinui fra loro) quanto l‘illustratore di libri e di storie a fumetti. Poiché è soprattutto in questi due campi che il suo segno particolarissimo ebbe modo di dare il meglio di sé, meritandogli un posto nel- l‘Olimpo dei grandi, accanto a Rubino, Tofano, Cambellotti, Angoletta e alcuni (pochi) altri.

AI LIMITI DELLA CARICATURA

Che cosa significa “segno particolare”? Che Porcheddu ““ soprattutto nelle composizioni al tratto, in bianco-nero o in seppia ““ parte dalla grande tradizione classica del disegno verista, che ha visto eccellere nell‘Ottocento Gustave Doré (in aperto contrasto con il soggetto spesso barocco e fantastico delle sue tavole) e ha avuto un decoroso epigone novecentesco nel nostro Gustavino; ma utilizza questo tipo di tratto per esasperare le caratteristiche fisiche dei suoi personaggi, deformandoli ai limiti della caricatura e ricollegandosi alla tradizione espressionista dei Dà¼rer, dei Rembrandt, degli Ensore dei Goya. Ne deriva un segno cupo e grottesco che può piacere molto o molto lasciare perplessi, ricco di atmosfere contrastanti fra loro, nodoso come un tronco d‘ulivo calabro o pugliese inopinatamente cresciuto nelle zolle dell‘Europa centro-settentrionale; e non è un caso che i suoi parenti più prossimi, anche a non voler uscire dal mondo della letteratura per l‘infanzia, non si affaccino alle sponde del Mediterraneo ma a quelle del mare del Nord, fra le brume scandinave della serie di libri per bambini Bland Tomtar och Troll. Questo segno particolare (che peraltro è già  riconoscibile nelle collaborazioni ai periodici di cui si è detto) accomuna la maggior parte delle opere del- l‘artista a partire dalla fine degli anni Venti, quando l‘illustrazione di libri diventa una delle sue attività  principali (premiata nel 1934 al Concorso per l‘Illustrazione del Libro), affiancandosi alla collaborazione con la ditta Ars Lenci, per cui disegna molti bozzetti di giocattoli e statuine (che forse realizza personalmente in ceramica, ma di questo non ci sono prove sicure). Unica iniziativa anomala è, nel 1938, la scenografia per il film Ettore Fieramosca di Alessandro Blasetti, che rappresenta uno dei punti di forza di un film peraltro non fra i più validi di questo regista. Ma ritorniamo ai libri. Fra i molti possibili titoli citiamo Angelo di bontà  di Nievo, Un po‘ di destino di Gian Bistolfi, Le avventure del Barone di Mà¼nchhausen di Raspe, Le tentazioni di sant‘Antonio di Flaubert, tutte conferme della sopraenunciata opinione che il tratto personalissimo di Porcheddu si esplichi più felicemente nei disegni monocromatici del testo che nelle tavole a colori fuori testo. Come tutte le regole, anche questa ha le sue eccezioni: si veda ad esempio la copertina del Mà¼nchhausen, risolta a tinte piatte e in modo apertamente caricaturale ma dotata ““ con tre animali agonizzanti infilzati sui baffi appuntiti del famoso barone ““ di una vena drammatica e vagamente sadica del tutto inconsueta in un libro dedicato all‘infanzia.

PINOCCHIO A TRE COLORI

Ma c‘è un‘altra eccezione molto più vistosa, ed è l‘edizione Paravia del 1942 de Le Avventure di Pinocchio, che il sottoscritto ““ che Pinocchio non lo ama più che tanto ““ considera il capolavoro dell‘illustratore e una delle tre o quattro migliori edizioni illustrate del celebre evergreen di Collodi (alla pari con quelle di Mussino, di Topor, forse di Mattioli e di Mosca, ma questo è un discorso che faremo caso mai un‘altra volta). Qualche lettore in vena di polemiche potrebbe anche contestare l‘affermazione che i disegni di Porcheddu per questo libro siano a colori, poiché la tavolozza è rigorosamente ristretta a tre soli colori, il rosso mattone, l‘azzurro carta da zucchero e il bianco biacca, cui si aggiunge naturalmente il nero. Ma i tre colori diventano poi cinque perché l‘artista ha avuto la geniale trovata di realizzare i disegni su cartoncini non bianchi ma, a seconda dei casi, grigio chiaro o beige. Lo sfondo che rimane libero dal disegno diventa così “in negativo” colore, acquistando una sua precisa e spiazzante valenza cromatica; e il segno grafico di cui già  si è parlato, come sempre di impronta grottesca ma assai più stilizzato che negli altri libri, è asservito a un impianto compositivo di ogni singola tavola che appare ancora oggi straordinariamente moderno. Prendiamo a caso, fra i molti possibili esempi, la tavola in cui Pinocchio vola sul dorso del colombo: il paesaggio sottostante (con nuvole che sono piccoli laghi e torrenti di biacca sullo sfondo di un cielo non azzurro ma beige, e montagne che fanno pensare ai picchi dirupati della Monument Valley) ha un‘asprezza e una drammaticità  da pianeta alieno che mi sembra più coerente con il clima sadico e l‘intento metaforico della fiaba di Collodi di quanto non lo siano i dolci colli toscani fotografati in modo così accattivante da Dante Spinotti nel recente film di Roberto Benigni.

I FUMETTI

Resta un ultimo angolino da esplorare, in questo pianeta Porcheddu così anomalo nella nostra cultura figurativa del Novecento, ed è quello dei fumetti. L‘artista riesce a prenderci in contropiede anche qui, poiché (a parte la già  accennata collaborazione al “Corriere dei piccoli”) fa una sola incursione nel campo del fumetto ma riesce nondimeno a lasciarci un segno suo personale. La storia di cui stiamo parlando è stata pubblicata postuma nel 1948 nella collana degli “Albi d‘oro”, un calderone in cui la Mondadori gettava alla rinfusa storie disneiane e avventurose, anteguerra e postguerra, inedite e ristampate, americane e autarchiche, integrali o selvaggiamente tagliate e reimpaginate. La pattuglia nazionale era ben rappresentata da firme come Cesare Zavattini e Federico Pedrocchi ai testi, Giovanni Scolari, Guido Moroni Celsi, Rino Albertarelli, Franco Caprioli e Pier Lorenzo De Vita ai disegni. In questa squadra Porcheddu si inserì di prepotenza con una sola lunga storia, pubblicata in due albi intitolati Il castello di San Velario e Il mistero degli specchi velati che restano fra i più intriganti di quella fascinosa ma caotica collezione mondadoriana. Pare che la storia sia stata scritta da tale Eros Belloni, ma questo nome mi giunge nuovo e non è neppure accreditato nei “titoli di testa”, che parlano di un “grandioso romanzo realizzato da Beppe Porcheddu”. Come che siano andate le cose, la trama echeggia decorosamente illustri modelli del romanzo gotico e dell‘avventura marinara (da Walpole a Stevenson a Coleridge, con una struttura a scatole cinesi che ricorda vagamente il Manoscritto trovato a Saragozza di Potocki), anche se risulta un po‘ disordinata e si conchiude in modo un po‘ troppo repentino. Molti personaggi sono ricchi di fascino, come Beppe Tordo, un vecchio soldato reduce delle guerre napoleoniche e mutilato d‘un braccio, o Giannantonio Piacque-a-Dio, il marinaio maledetto che dice di aver veleggiato per duecento anni a bordo del vascello fantasma. Ma la cavalcata attraverso castelli misteriosi, grotte sulla scogliera, battaglie e abbordaggi, vive soprattutto del respiro dei disegni, affidati al consueto e sapiente gioco di equilibrio tra verismo ed espressionismo e caratterizzati da una inconsueta libertà  compositiva delle vignette all‘interno della pagina. E non è un caso che Antonio Faeti, nel suo ormai classico Guardare le figure, affidi proprio a questi due albi a fumetti la sua disanima dell‘arte di un autore che spicca come una nuvola nera, foriera di chissà  quali tempeste e inquietudini, nel mondo sostanzialmente stilizzato e solare dei nostri figurinai.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *