Wuz n. 5, maggio 2003

 

Armando Audoli

Saint Exupery e le Petit Prince,

nato Little Prince

 

 

 

Un volo di notte. Vol de nuit, alla lettera. Due parole con in mezzo una preposizione, semplicemente: ed ecco – dalla folgorazione di un titolo – il senso sospeso e misterioso della vita di un insonne. Un volo di mattina, in pieno giorno: alla luce (nero paradosso) il mistero speculare del nulla, l’enigma – più volte rimandato – della morte di un avvertito.

Raffinato ed essenziale, perfezionista eternamente insoddisfatto che riuscì a scrivere il principe dei piccoli libri del Novecento, pupillo di Gide e intimo di Drieu La Rochelle, idealista contraddittorio e poeta dell’aviazione per antonomasia, Antoine de Saint-Exupéry – è cosa fin troppo nota, nonché parte fondante del suo leggendario romanzo di vita – sparì a quarantaquattro anni compiuti da un mese (era nato a Lione il 29 giugno del 1900). Il più celebre e celebrato d’ogni altro moderno Icaro non lasciò traccia di sé durante la sua nona e ultima missione, quella iniziata alle otto e tre quarti del 31 luglio 1944 con l’obiettivo di sorvolare la regione di Grenoble-Annecy, e finita non si sa come, fra le tredici e le quindici dello stesso giorno, al largo della Corsica. Dal battesimo dell’aria alle esequie del mare, dal 1912 al 1944.

ucida e fredda, la scienza ipotizzò l’abbattimento da parte di un Focke-Wulf della DCA tedesca.

Capitanata dall’estro wagneriano di Jules Roy (Passion et mort de Saint-Exupéry, Paris, Julliard, 1964), l’effimera linea romantica – in disgrazia da quasi mezzo secolo – preferì, invece, fantasticare, immaginando la caduta quale compimento del destino d’un eroe coraggioso e scettico insieme, assolutamente sui generis, tutto emotività eleganza e poesia; prospettarono, i romantici, l’ennesimo e fatale incidente di Saint-Exupéry, causato da un guasto nel motore del Lightning P38, mentre il nostalgico Antoine tentava di sfuggire al fuoco della contraerea nemica, dopo aver leggermente deviato la rotta per vedere i luoghi della propria dorata, aristocratica infanzia di nobile decaduto; o, forse, per scoprire cosa fa la luna al mattino, quando non si vede che il sole.

Ipotesi. Infanzia perduta e purezza lunare: temi cari a Saint-Exupéry, il quale rimase, in fondo, sempre il coccolato e viziato Tonio (limosino per ascendenza paterna, provenzale per parte di madre), l’enfant prodige della capricciosa fanciullezza trascorsa fra Lione e Le Mans, il biondissimo “Roy Soleil” morbosamente legato – da artista in piena regola – a mamma Marie, pazza per il suo sensibile “Pique la lune”: un bambino dotato e certo particolare, con quel naso all’insù, a pizzicare la luna, un naso che anche nell’adulto non divenne mai il tratto di una certa volgarità somatica, come vorrebbe qualche rigido fisiògnomo, ma rimase un simbolo evidente, una metafora del guardare in alto e dall’alto, una proiezione del continuo aspirare al cielo. Pure l’arco infantile della bocca, un fremito appena di labbra, non cambiò mai sul volto di Saint-Exupéry e, anzi, si tese maggiormente quando – scrittore ormai affermato – al canto preferì l’incanto, il sorriso al riso; lo possiamo ammirare, il famoso sorridere di Saint-Ex, in decine e decine di foto che paiono scattate sul set di un film di Leconte: era un’espressione che tradiva il pudore di una squisita gravità, un’espressione su cui egli confessò di aver giocato molte volte la vita, ed eluso la morte.

“Grand Saint-Ex à qui rien ne fut impossible et qui laisse d’inguérissables blessures au coeur de ceux qui l’ont vu, même une seule fois, sourire”, dice Léon Paul Fargue.

E le parole del piccolo principe, che – sul suo piccolo pianeta – ha mirato il sole tramontare quarantaquattro volte in un giorno (o quarantatré, a seconda delle redazioni autografe e dattiloscritte), hanno per noi un suono ambiguo, sibillino, premonitore…

“– Le jour des quarante-quatre fois tu étais donc tellement triste?”, chiede inquieto l’io narrante.

Il piccolo principe non risponde. Sulla suggestione autobiografica di questo seducente passaggio si è soffermato, a lungo e con estrema delicatezza, Mohammed Ridha Bougueraa dell’università di Tunisi. “Ogni fiaba è un presagio” fu il commento di Pamela Travers, in una delle prime recensioni a Le Petit Prince, apparsa sullo “Herald Tribune”.

Enigmi. Tutto, dunque, scomparve nel mare, col corpo massiccio – da grosso crostaceo – del maniacale pilota cancerino, già appesantito dalle anchilosi e dalle fratture riportate nei vari accidenti di volo; tutto, compreso l’aereo, ove egli si sentiva incastrato come una pipa in un astuccio, allorché, a diecimila metri d’altezza, era solito fare il censimento dei suoi ricordi. Solo in alto poteva isolarsi e meditare.

A parte la presunta ricostruzione parziale del Lightning P38, realizzata con i rottami reperiti nel maggio 2000 dal sommozzatore marsigliese Luc Van Rell, una cosa – invero – è stata restituita dall’acqua: un falso, probabilmente. Nel settembre del 1998 un pescatore di Marsiglia tirò su un oggetto all’apparenza straordinario, la gourmette in argento massiccio di Saint-Exupéry; da subito le perizie per accertare l’autenticità del bijou si sono susseguite senza un esito definitivo.

A noi il cimelio, la santa reliquia, interessa solo per un motivo specifico: sembra che la gourmette porti inciso l’indirizzo (386, Fourth Avenue, New York) di Reynal & Hitchcock, l’editore americano di Saint-Exupéry, oltreché il nome di Consuelo, la sua bella e fascinosa moglie argentina di origine salvadoregna. Consuelo Suncin de Sandoval (1902-1979), per esteso. Antoine – allora direttore dell’Aéropostal argentina – la conobbe a Buenos Aires nel 1929 e la sposò il 23 aprile 1931. Ella si era trovata precocemente vedova per due volte: ventiduenne aveva perso il primo marito, un militare messicano, e a ventinove anni il secondo, l’eccentrico scrittore guatemalteco Enrique Gómez Carrillo, un ricchissimo dandy amico di Oscar Wilde, morto un anno dopo le nozze. Consuelo, fortunata ereditiera, incoraggiò con passione l’arte di Saint-Exupéry; fu sua, per esempio, la geniale invenzione del titolo Vol de nuit. Ma, come il fiore a lei ispirato nei famosi capitoli de Le Petit Prince, Consuelo viveva sotto una campana di vetro, celava le proprie menzogne con una tosse inquietante (soffriva di crisi asmatiche) e aveva quattro spine: era superba e volubile, vanitosa ed egoista. Non bisogna mai ascoltarli i fiori. Basta guardarli e respirarli. Così il matrimonio ebbe il pathos d’un calvario.

Ma torniamo al punto: Reynal & Hitchcock e l’edizione originale de Le Petit Prince. The Little Prince, precisamente. Il 21 dicembre 1940, da Lisbona, Saint-Exupéry si era imbarcato – in veste di rifugiato – a bordo del Siboney, un piccolo piroscafo dell’American Export Lines. Per caso, fece il viaggio con Jean Renoir. Il 31 dicembre scese a Manhattan come una celebrità: i suoi editori lo aspettavano e gli avevano preparato il terreno. Eugene Reynal (1902-1968) e Curtice Hitchcock, con le rispettive mogli Elizabeth e Peggy, si diedero molto da fare – soprattutto economicamente – per confortare l’autore a disagio in terra straniera: furono innanzitutto amici, poi editori. Dopo un breve contatto con la complessa personalità di Saint-Exupéry, Reynal e Hitchcock cominciarono a sospettare che tutti i francesi di New York soffrissero di esaurimento nervoso; ma sapevano di avere per le mani un grande autore, e resistettero. Consuelo raggiunse Antoine in America solo il 6 novembre 1941, alla vigilia dell’uscita di Flight to Arras (6 febbraio 1942).

I primissimi abbozzi de Le Petit Prince risalgono al Natale del 1939, ma la concezione vera e propria dell’opera succedette immediatamente il rientro di Saint-Exupéry a New York, dopo una conferenza in Canada, tenuta fra l’aprile e il maggio 1942, e dopo un accesso prolungato di atroci spasimi per un’infiammazione della cistifellea. Egli distillò fino all’ultima goccia la propria sofferenza fisica e metafisica in un libro esoterico, che nacque come una sorta di terapia: e fu di nuovo Elizabeth Reynal a venirgli in soccorso. Sin dalla metà degli anni Trenta, sui margini di lettere, di pagine con dedica, nel mezzo di equazioni matematiche e progetti meccanici (due vecchie passioni), sulle tovagliette dei ristoranti, aveva preso a danzare un personaggio schizzato da Saint-Exupéry, presente anche sui bordi del manoscritto di Pilote de guerre: una specie di Pierrot senza calotta e con la gorgiera rimpiazzata da una sciarpa al vento (simile alla coda di una cometa), uno strano Pulcinella di mare umanizzato, un mimo senza età, alla Barrault (l’embrione aveva ancora le sopracciglia). Preoccupata per l’afflizione di Antoine, Elizabeth gli chiese se non gli sarebbe piaciuto scrivere un libro per bambini sul suo “petit bonhomme”, tanto per distrarsi e cogliere al volo l’ascesa improvvisa della Reynal & Hitchcock, dovuta ai successi di Pamela Travers (l’autrice di Mary Poppins). Acquistata una modesta confezione di acquerelli in un emporio della Eight Avenue, Saint-Exupéry si mise al lavoro. Vergò e disegnò Le Petit Prince durante l’estate e l’autunno del 1942, nel suo consueto disordine, sfruttando le solite esplosioni di energia notturna potenziate da caffè, gin, Coca-Cola e fumo di sigarette, le cui abbondanti tracce sono visibili sul manoscritto. Scrisse con penne (l’adorata Parker in primis) e matite diverse; revisionò, scartò e prese appunti au bord; arrivò perfino a dipingere sul lato sbagliato della carta da lucidi. A proposito: il manoscritto originale, in fogli sciolti, è custodito alla Pierpont Morgan Library di New York; si tratta dell’indecifrabile testo (132 pagine scritte, 8 di scrittura e illustrazioni, 35 solo illustrate) donato da Saint-Exupéry a Silvia Hamilton-Reinhardt, al momento della sua partenza per l’Africa del Nord, alla fine dell’aprile 1943. La Bibliothèque nationale de France possiede, altresì, un dattiloscritto completo, con correzioni dell’autore e qualche disegno, appartenuto alla virtuosa del pianoforte Nadia Boulanger.

Il traduttore Lewis Galantière vide con i propri occhi che Saint-Exupéry cestinò almeno un centinaio di pagine per ogni cartella inviata all’editore, e che era ossessivamente puntiglioso nei confronti della gestazione della prosa e delle immagini.

Gran parte della stesura definitiva de Le Petit Prince venne completata entro metà ottobre 1942. Reynal e Hitchock, che nei mesi precedenti avevano saputo ben poco del progetto, si entusiasmarono; Hitchcock scrisse, a proposito del futuro capolavoro: “Sono pieno di ammirazione per questo libriccino e nutro grandi speranze per il suo successo”. Il contratto venne stipulato in novembre, quando Saint-Exupéry – che stava per accontentare Consuelo con una delle più belle ville di Manhattan (al 35 di Beekman Place) – era di nuovo a corto di denaro, e quando il testo stava per andare in composizione. La Reynal & Hitchock diede un anticipo all’autore, sebbene nulla venisse definito se non nell’ultima settimana del gennaio 1943, quando fu chiaro che Le Petit Prince non sarebbe uscito in febbraio, come sperava la casa editrice; l’accordo originario si trasformò in un contratto per due libri. Saint-Exupéry ottenne un anticipo di tremila dollari per l’opera in cantiere e per un volumetto, mai realizzato, in cui avrebbe dovuto rappresentare la posizione della Francia e dei francesi nel mondo moderno. Una modifica apportata al contratto con l’editore canadese, firmata nel marzo 1943, prevedeva che il secondo libro fosse un romanzo, la cui pubblicazione era prevista per l’autunno successivo. Sul principio dell’inverno, Saint-Exupéry continuò a rimaneggiare le illustrazioni de Le Petit Prince e a tormentarsi sul loro possibile posizionamento nell’impaginazione. Il 29 febbraio aveva sottoscritto due accordi con la Reynald & Hitchcock, lasciando all’editore Maximilien Becker una procura che lo autorizzava a prendere qualsiasi decisione relativa a Terre des hommes, Pilote de guerre e Le Petit Prince. Pare che l’umore di Saint-Exupéry fosse particolarmente buono, in quel periodo d’attesa: attendeva impaziente un’uniforme da aviatore francese, un foglio d’imbarco per il Nord Africa e la stampa della sua piccola squisitezza letteraria.

The Little Prince uscì il 6 aprile del 1943 per i tipi della Reynald & Hitchcock, prima nella disciplinata traduzione inglese di Katherine Woods e, a un soffio di distanza, nella versione francese (Le Petit Prince). L’edizione originale si presenta come uno snello volume in 8° di 93 pagine, rilegato in tela salmone con impressioni marrone e vestito da una sovraccoperta illustrata; esiste, inoltre, una tiratura di testa di 525 copie, legate in tela tanè chiaro (sempre con sovraccoperta) e firmate dall’autore. Successivamente Gallimard fece causa alla Reynal & Hitchcock per il copyright del libro, poiché Saint-Exupéry aveva un contratto in esclusiva con l’editore parigino. Nel 1948 la corte decise sul caso e, nel medesimo anno, si spense Curtice Hitchcock: Eugene Reynal, allora, vendette la casa editrice e i diritti del Piccolo Principe alla Harcourt Brace and Company.

“Saint-Exupéry cambiava la gente, almeno finché era in sua compagnia”, notò Galantière. “La sua presenza rendeva coraggiosi i pavidi, timidi gli sfacciati, chiudeva la bocca ai bugiardi… Aveva uno sguardo che bloccava al volo qualsiasi idiozia”.

“Come ogni idealista – puntualizza Stacy Schiff (Saint-Exupery, a biografy, New York, Knopf, 1994) – portava tutti al suo livello. Era la stessa qualità che Saint-Exupéry ammirava in Werth, che, come scrisse, riusciva a ‘nobilitare’ il meccanico che gli riparava la Bugatti con una semplice stretta di mano”. All’amico Léon Werth (1878-1955), scrittore e finissimo saggista di Remiremont, Saint-Ex dedicò Le Petit Prince.

Nel giugno 1943 il titolo rimase per una settimana nella classifica dei libri più venduti del “New York Times” e per due mesi in quella dello “Herald Tribune”. Ottimo risultato, non eccelso. Entro l’autunno ne furono vendute circa trentamila copie in inglese e settemila in francese. Orson Welles, che in novembre aveva adattato del materiale tratto da Vol de nuit e da Terre des Hommes per trasmissioni radiofoniche di propaganda, scoprì The Little Prince in maggio. Alle quattro del mattino si recò a leggere il testo al suo socio d’affari, il quale lo ascoltò in vestaglia e non ebbe tregua finché non ottenne un’opzione cinematografica di due mesi per Welles, che aveva intenzione di farne un film almeno parzialmente realizzato con la tecnica dei cartoni animati. Il progetto andò in fumo a causa della mancata collaborazione fra Orson Welles e Walt Disney.

Forse anche per Saint-Exupéry – politicamente imprendibile e scorretto com’era, rissoso e aristocratico utopista di destra contrario alle dittature, monaco laico consacrato alla teologia del volo – Disney sarebbe stato troppo. Altro era il suo sentimento, alto il suo sguardo: una lucida e folle mistica dell’aria. “Sono proprio immagini colte a volo d’uccello – chiudiamo con le parole del filosofo svizzero-torinese Vittorio Mathieu (Un aviatore e la poesia, Torino, 1954) –, e sentimenti che nascono dal rapporto tra il pilota e l’apparecchio, ciò che rende Vol de nuit e gli altri libri di Saint-Exupéry indimenticabili: orizzonti che si inclinano, alberi che fuggono di sotto, montagne che ballano, il ‘pugno di luci’ di un villaggio di notte, o le stelle con cui si è assolutamente soli quando, sotto, una coltre di nubi cancella perfino l’esistenza della terra. In genere, in queste immagini, l’uomo che vola è fermo, e si muove l’universo intorno a lui; quando l’uomo acquista la percezione del proprio movimento, vuol dire che le cose si mettono male: l’apparecchio balla o non risponde, la tempesta si è scatenata”.