“Non è saggio usare la moralità nei giorni feriali, così succede che poi la troviamo in disordine la domenica”.

Scrittore acuto, attento umorista e ora anche all’indice dei libri proibiti.

Il provvedimento della Friend Central School di Philadelphia, che esclude dal programma di letteratura Le Avventure di Huckleberry Finn perché contiene la parola “nigger” – usata ben 219 volte, badate bene – avrebbe probabilmente fatto sorridere Mark Twain, che del moralismo della società americana si fece più volte beffe nei suoi scritti.

Il libro, scritto nel 1884, racconta le avventure di Huck Finn, un adolescente che scappa dal padre violento lungo il Mississippi accompagnato nel suo viaggio da uno schiavo in fuga.

La motivazione addotta dall’amministrazione scolastica per escludere quello che da sempre è considerato un classico della letteratura americana lascia perplessi: la parola incriminata insegnerebbe agli adolescenti americani il razzismo, tant’è vero che nel 2011 era già stata pubblicata una versione “pulita” del volume, dove la parola “nigger”era stata sostituita con il termine “slave”.

“Non è solo una parola”, ripetono i sostenitori del provvedimento, dimenticando che l’intento di Twain, come quello del resto di molti scrittori , era semplicemente riprodurre il linguaggio della sua epoca, anche come forma di caratterizzazione dei personaggi…insomma, presunti “insulti” ma a ragion veduta.

Si pensa così con tristezza alla  miopia delle amministrazioni scolastiche  – non solo quelle americane naturalmente -che oltre ad allontanare gli studenti da classici che sarebbe opportuno leggessero, li privano del ruolo fondamentale dei loro insegnanti, il cui compito è quello di esplicare il contesto e aiutarli a capire che Huckleberry Finn, in realtà, è un formidabile atto d’ accusa contro lo schiavismo (di cui proprio il negro Jim, costretto alla fuga, è il più nobile protagonista).

Twain naturalmente non è il primo scrittore passato sotto la lente di questo genere di revisionismo: prima di lui ci sono stati Bradbury – che impiegò tredici anni a scoprire che l”editore aveva tolto da Fahrenheit 451 parole come “inferno” e “aborto” – Conrad, Dahl e persino Chauser per citarne solo alcuni, e senza che questi puerili tentativi abbiano in nessuno modo cambiato le sorti del mondo.

Forse le sorti del mondo le cambierebbe l’idea che l’arte non debba essere inoffensiva e accessibile, ma un momento di riflessione e il motore di un reale cambiamento.

@Antonietta Usardi

 

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