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«Una porta aperta» alle giovani generazioni

 

«Siddharta», scritto nel 1922 e pubblicato nello stesso anno dalla S. Fischer dei Berlino, entra nel panorama letterario italiano nel 1945, grazie a Frassinelli che pubblica la storia di questo figlio di brahmino indiano che nella ricerca di se stesso no sfugge nella trascendenza ma si realizza sulla terra, tra cortigiane e successo, nella comunione con le creature e con la natura. Il libro, finito di stampare il 15 marzo 1945 nella tipografia Carlo Frassinelli in via Conte Verde 9 a Torino, si compone di 212 pagine ed è in formato 10×17 cm, rilegato e cartonato. La traduzione dal tedesco è di Massimo Mila così come la nota introduttiva, anche se lo stesso Mila, con sincerità e molta autoironia, ha poi confessato di essersi avvalso dell’aiuto di Michelangelo Giorda per la stesura di quest’ultima: «[…] devo restituire a chi di dovere le penne di pavone di cui mi sono rivestito, scroccando una fama, assolutamente infondata nel mio spudorato eurocentrismo, di conoscitore del pensiero orientale». Il libro di Hesse incontra il consenso del pubblico sin da questa prima edizione; il vero e proprio boom di vendite, però, si verifica nel 1975, quando entra a far parte della “Piccola Biblioteca Adelphi”. (Maddalena Peruzzi)

Herman Hesse è lo scrittore tedesco più conosciuto in tutto il mondo e «Siddharta» è una delle opere più lette di sempre. Eppure il libro ha avuto una storia singolare, perché la critica ufficiale lo ha sempre considerato un fenomeno letterario minore, uno scritto per adolescenti inesperti, provinciale, chiuso e un po’ retrivo, tanto che solo recentemente si è dimostrata disponibile ad ammorbidire le proprie posizioni. Ladislao Mittner, nella sua monumentale «Storia della letteratura tedesca», sbriga Hesse in due paragrafi, dedicandone ben tredici a Thomas Mann; Italo Alighiero Chiusano invece lo definisce «un profeta facile, un frullatore che riduce tutto a una bella pappa cremosa», e la sua pagina «un’argentea ragnatela di banalità». Queste sono solo alcune delle tante critiche mosse all’autore, il quale, di rimando, in uno dei suoi saggi letterari scrive: «La bramosia di venire a capo dell’arte mediante analisi critica ha ridotto notevolmente la capacità elementare di sapersi abbandonare, di saper guardare e di saper ascoltare. Interpretare è un gioco dell’intelletto […] che si addice a persone sagaci, ma che non trovano l’accesso all’intimo dell’opera d’arte perché si fermano davanti alla porta, tentano di aprirla con cento chiavi e non si accorgono che è aperta».

Sono le giovani generazioni, infatti, a decretare lo straordinario successo di «Siddharta», assumendolo a libro guida, utile strumento per la vita. Il motivo, a dire di Roberto Calasso, direttor editoriale di Adelphi dal 1971, risiede proprio nel fatto che «Siddharta mette il lettore di fronte alle cose ultime, al senso dell’esistenza, indica un percorso esemplare per quanti cercano la via della trasformazione di sé».

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Il caso italiano è particolarmente interessante perché la ricezione di «Siddharta» avviene in circostanze particolari: con l’entrata in guerra del 1940, il MinCulPop vieta la traduzione di libri inglesi, francesi e russi, così agli editori italiani non rimane che attingere alla mal nota letteratura tedesca. In quegli anni Massimo Mila collabora come traduttore con Frassinelli, che gli affida l’ingrato compito di vagliare valanghe di opere tedesche alla ricerca di qualche romanzo adatto alla pubblicazione. Così arrivano tra le mani di Mila, o per caso o rifiutati da altri più potenti editori, alcuni libri di Hesse: Demian, Peter Camenzind e Siddharta; con quest’ultimo egli ha subito «l’impressione di avere davanti un gioiellino».

L’intuizione di Mila si dimostra geniale. Siddharta è uno dei libri più venduti in Italia: con Frassinelli vende poco più di 30mila copie, ma, dal 1975 in poi, anno della prima edizione Adelphi, i numeri iniziano a crescere.

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