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Dalla cronaca nera all’Oscar

 

Uno sfondo bianco che ospita in neretto il nome dell’autore e il titolo del romanzo; sotto, un rettangolo inquadra un campo di grano con un cielo bianco e blu di nuvole. Chiude il logo della casa editrice e il nome della collana. Einaudi pubblica il romanzo di Niccolò Ammaniti, uscito nell’aprile del 2001, nella collana “Stile libero”. In edizione brossurata dal formato di 12×19 cm, «Io non ho paura», racconta, nelle sue 220 pagine, la storia di un bambino che diventa grande imparando dai piccoli. Sud Italia, estate 1978: Michele Amitrano a nove anni ha in mente solo la sua bici, la «scassona», i suoi pomeriggi di giochi e fumetti. Ma quando in una delle asfissianti giornate di caldo troverà un bambino rapito chiuso in una buca, la sua vita cambierà: la scoperta fatta lo angoscia e lo incuriosisce. Venire a sapere che uno dei sequestratori è il padre lo confonde e lo sconvolge. Ma l’intera esperienza lo farà crescere e maturare, rendendolo migliore di quelle figure tragiche che avrebbero dovuto proteggerlo. Niccolò Ammaniti è nato a Roma nel 1966. Esordisce con «Branchie» nel 1994 e vince nel 2007 il premio Strega con il romanzo «Come Dio comanda», pubblicato l’anno precedente. (Diletta Pasetti)

«Nel silenzio della campagna pugliese, in un’estate caldissima, un gruppo di bambini gioca in mezzo ai campi di grano. E uno di loro, Michele, scopre che il male esiste, che è terribilmente reale e ha una faccia peggiore dell’incubo più brutto che un bambino possa fare»: è questo il testo con cui Einaudi presenta «Io non ho paura», il romanzo che consacra Ammaniti a livello nazionale. E no poteva che essere così. Questa storia entra nel cuore perché è vera. Perché, come l’ha definita lo stesso autore, è «una sporchissima vicenda di cronaca nera, tutto qui». Ammaniti si occupa, mescolandole tra loro, di tematiche forti, toccanti perché concrete. Il mondo dei bambini che si scontra con la realtà dei grandi, la necessità di imparare a distinguere il bene dal male, di crescere accettando che essi possano convivere nella stessa persona.

Il taglio di prospettiva che l’autore dà a questo romanzo, che ci appare come un racconto pulito, veloce e continuo, catapulta il lettore nella stessa dimensione di incredulità e confusione di Michele. La narrazione in prima persona infatti è filtro fondamentale, senza il quale certamente il romanzo avrebbe perso di incisività. Come è stato scritto, l’«autonarrazione di Michele contamina il mondo della realtà con quello della fantasia, vede ciò che genera angoscia nella dimensione della favola aiuta il protagonista ad affrontare la sconvolgente realtà che si trova davanti; come afferma Umberto Galimberti «sono gli stratagemmi usati dai bambini per superare la paura il fulcro del romanzo». Michele è un bambino che istintivamente sceglie di aiutare l’altro, anche se ciò è rischioso: è la curiosità generata dall’angoscia per il nuovo che lo spinge oltre. Perché Michele non ha paura, i grandi sì. Quelli che dovrebbero proteggerlo diventano gli «uomini neri» da cui nascondersi, i cattivi da cui scappare. Michele, insomma, si fa coraggio da solo, raccontandosi storielle che lo tranquillizzano per riuscire a trovare un senso a quell’assurda realtà; ogni corsa in bicicletta nel buio verso la buca dove è segregato Filippo è un viaggio verso la crescita, che sarà pienamente compiuta soltanto alla fine del romanzo, quando Michele «sa e accetta anche la natura cattiva di quel padre. Solo allora diventa adulto».

Oltre alla narrazione in prima persona, colpisce il deciso rifiuto dell’autore di cadere in chiaroscuri semplicisti, ma anche il racconto di una realtà cruda perché vera, possibile e per questo emozionante. Tutto ciò ha contribuito a regalare ad Ammaniti nel 2001 il premio Vittorini prima e il premio Viareggio poi, fino alla consacrazione estera con la premiazione nel 2006 a Berlino nella prima edizione internazionale del Campiello, dove la giuria lo sceglie «per il modo in cui l’autore descrive il processo di maturazione del giovane». Un successo confermato quindi dai premi letterari, dai giudizi della critica e dalle posizioni raggiunte in libreria: «Io non ho paura» è arrivato a toccare la cifra di 1650mila copie vendute nell’anno di pubblicazione ed è stato tradotto in 44 Paesi.

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