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Quando il romanzo è trasgressione

 Semplice ed essenziale: è così che appare la copertina rosso sgargiante, sulla quale si stagliano in tondo bianco il titolo e il nome dell’autore intervallati dalla scritta A short novel and three stories by, in nero. Ed è proprio insieme a House of Flowers, A diamond Guitar e A Christmas Memory che uscì in edizione rilegata (20×12,5 cm), nel 1958, dalla statunitense Random House, Breakfast at Tiffany’s, la storia della «gattina più eccitante che la macchina per scrivere di Truman Capote abbia mai creato», come la descrisse il “Times” nello stesso 1958. Le vicende della protagonista, Holly Golightly, sono raccontate in un lungo flashback dal suo vicino di casa, non ché voce narrante dell’intero romanzo, il quale si innamora platonicamente della scaltra diciannovenne, ma con scarsi risultati. Ambientato nella Manhattan del 1940, il romanzo vede Holly, prostituta circondata da uomini d’alto rango e alla ricerca del miliardario da sposare, essere coinvolta, seppur innocente, in una vicenda di droga, dalla quale ne uscirà pulita, ma abbandonata dall’uomo che avrebbe voluto sposare. Giornalista e scrittore dalla metà del Novecento, scontroso e irriverente, omosessuale dichiarato e negli ultimi anni alcolizzato e drogato, Truman Capote visse l’intera sua vita ai limiti dell’eccesso. (Isotta Scenna)

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Colazione da Tiffany, che segnò il ritorno in campo di Truman Capote (dopo il suo primo romanzo, Altre voci, altre stanze, uscito dieci anni prima) e contribuì a creare la sua reputazione tra gli autori emergenti di quella generazione, come è scritto nell’introduzione alla prima edizione inglese del 1958, non ebbe inizialmente vita facile. Romanzo riconosciuto fin da subito come fortemente provocatorio, sia nel tema che nella caratterizzazione dei personaggi, dimostrò il genio dell’autore nell’abilità di evocare non solo le ambientazioni o le situazioni, ma soprattutto gli umori e le parole dell’interiorità.

Destinato a essere pubblicato su “Harper’s Bazaar”, rivista femminile americana nata nel 1867, alla quale era costato ben duemila dollari (tre volte tanto il costo del racconto di uno scrittore di grido degli stessi anni), incontrò serie difficoltà con Dick Deems, responsabile della Hearst Corporation, società di media tra le più grandi in America, nonché editore di “Harper’s”. Ciò che ne bloccò la pubblicazione fu la prosa di Capote. Giudicata troppo scurrile, a tratti oscena e con chiari e non velati riferimenti sessuali. L’autore inizialmente accettò le critiche e concesse qualche modifica al testo, ma proprio quando tutto sembrava pronto a decollare emerse la preoccupazione che Tiffany, potente inserzionista della rivista, potesse avercela a male per l’uso che si faceva del suo nome (preoccupazione che si rivelerà del tutto infondata, dato che fu proprio grazie a Capote che crebbedi popolarità). Il manoscritto passò così alla rivista concorrente di “Harper’s”, l’”Esquire”, che l’acquistò per tremila dollari e subito la pubblicò a puntate nel novembre 1958 (anno della prima edizione libraria integrale) provocando un balzo vertiginoso nelle vendite della rivista in edicola. Nel 1961 ne venne tratto un film, dal titolo omonimo, con protagonista la splendida Audrey Hepburn (anche se Capote avrebbe preferito come prima attrice Marilyn Monroe), la Holly Golightly che resterà nell’immaginario collettivo contribuirà a farne una vera e propria icona degli anni Sessanta.

Nello stesso anno della prima edizione americana il romanzo venne pubblicato anche in Inghilterra dalla Hamish Hamilton Ltd, mentre l’editore italiano di Capote fu Garzanti, che nel 1959 pubblicò la prima edizione italiana di Colazione da Tiffany rilegata e di 200 pagine, con tre brevi racconti, come la prima versione.

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