Tatiana Aleksievic  racconta la sua terra, le sue origini, la sua gente.

Una passione lunga una vita ( classe 1948), premiata con l’assegnazione del Nobel per la Letteratura – per questa giornalista, che in patria ha avuto problemi sia durante sia dopo la fine del comunismo per i suoi lavori, fedele al motto secondo il quale il ruolo del buon giornalista sia quello di critica e revisione nei confronti dell’ordine costituito.

Il suo libro più conosciuto è senz’altro Preghiera per Chernobyl (edizioni E/O): un’inchiesta che vuole raccontare gli avvenimenti e le conseguenze dell’esplosione del reattore numero 4 di Chernobyl,  attraverso le voci dei suoi protagonisti.

Un diario, una Storia collettiva che racchiude migliaia di altre storie, raccolte in sei anni di lavoro sul campo, che svelano le conseguenze emotive della tragedia: lo spostamento in massa dalle zone contaminate subito dopo l’esplosione, i tentativi di ritornare alle proprie case e alle proprie vite,  il  coraggio dei “liquidatori” – gli operai e i tecnici che intervennero subito dopo l’incidente e che per questo furono i primi a morire per l’esposizione alle radiazioni -, il comportamento delle autorità competenti, che tardarono a dare l’allarme, un lento rientro alla normalità, che, però, non è mai stato tale.

Un libro che racconta da vicino, come dovrebbe fare il buon giornalismo, la tragedia umana di un grande spauracchio collettivo.

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