Quando leggi un libro, a volte, ti capita di provare una sensazione di totalizzante coinvolgimento. Passo passo, nel leggere percepisci non solo le meravigliose emozioni e sensazioni trasmesse dal racconto, ma senti profumare ogni pagina di vita.
Allora immagini, leggendo, quanta vita lo scrittore abbia dedicato anche per una sola pagina, un solo brano, una sola frase. A volte anche una sola parola. E quanta di quella vita è parte di tutta la sua vita. Quanto di rivoluzionario, profondo ed eccezionale ci sia nella scelta consapevole dell’autore di donare parte del proprio tempo, sottraendolo alle ‘cose’ di ogni giorno.
E’ eccezionale pensare che quello che generosamente è stato scritto, è stato scritto appena prima o appena dopo aver fatto gesti quotidiani semplici. Come bere un bicchier d’acqua, aver cucinato gli spaghetti, preso la bambina a scuola, aver litigato, aver fatto l’amore, imprecato, gioito, spezzato la punta di una matita, tagliato le unghie, letto un giornale, rifatto il letto.
E’ tutto questo ciò che ti dona un libro. Non una vita diversa, sostitutiva. Ma una vita aggiunta, una ricchezza amplificata. Leggere ci fa bi-vitali, multi-vitali.

E’ quello che si prova leggendo “Mani calde” di Giovanna Zucca. Un raro e perfetto esempio di ‘deformazione_professionale_con_eccellente_risultato’.
Perché Giovanna ci regala veramente parte della sua vita e del suo mondo, in un modo garbato, che solo chi – dentro a quel mondo e dotato di adeguata sensibilità – può percepire quali siano i giusti ingredienti e le giuste dosi per trattare temi così delicati e difficili.

Fin dall’inizio il romanzo è intricato attorno ad un avvenimento disperato. Davide, il protagonista, è un bambino in coma con un gravissimo trauma cranico dopo un incidente. E fin dalle prime battute il lettore è claustrofobicamente invischiato nella vicenda, a tal punto che procedere nella lettura è una esigenza di raggiungere un varco, un’uscita attraverso la quale tornare a respirare.
Con coraggio mai banale la storia vira quasi immediatamente. La disperazione è si un sottofondo costante, sempre presente ma fa a pugni con se stessa, in una lotta dove la speranza tende ad incunearsi sempre più forte.
Il dolore, per quanto immenso, è descritto con delicatezza e con enorme dignità, interpretato, con differente andatura dai genitori del bambino. In questa presenza antitetica di dolore e speranza, del duello a viso aperto tra morte e vita risiede tutta la cifra della sensibilità dell’autrice.
Capace di mostrare e descrivere un mondo, quello della sofferenza, in maniera lucida, sincera e generosa. In una parola: umana.
Un reparto di terapia intensiva a metà tra campo di battaglia e caffetteria, litigi e pettegolezzi, vicende umane e personali, nelle quali emerge la figura imponente del primario cafone, medico-quasi-dio-eroe – persona-uomo-antieroe.
Insieme, dottore e paziente, medico e bambino instaurano un rapporto di comunicazione ‘onirico’. Un bel gioco di ruoli ed antitesi dove il bambino, dato per morto, è invece pieno di vita e capace di dispensare consigli e saggezza da adulto, e con l’umorismo di un adulto intelligente. Il medico di converso, trascina una vita che appare e si dimostra non pienamente viva, incapace di umanità e di responsabilità. Un percorso forte, emotivo, di vita che si aggrappa alla vita, che porterà entrambi al salvamento.
Piacevoli gli altri personaggi e gli sprazzi filosofeggianti che di tanto in tanto condiscono il racconto.
Emozionante, commovente. Come mani calde sul cuore.

Mani Calde – Giovanna Zucca (Fazi Editore)

Recensione a cura di Vincenzo Zoda