Wuz, n. 5, settembre-ottober 2007

 

Hilarius Moosbrugger

 

Luigi Meneghello

Malo, UK

 

 

Il gusto per le parole -origine, significato, suono, addirittura segno grafico- è comune a molti autori. Però, è difficile trovare chi ne faccia la fonte della propria identità , dei ricordi, dei sentimenti, di tutta la vita insomma.
Luigi Meneghello lo ha fatto.
Ha usato le parole, per scrivere di parole, adoperando tre lingue : dialetto vicentino, italiano, inglese.

"Sono nato e cresciuto a Malo nel vicentino, e lì ho imparato alcune cose interessanti. Ho fatto studi assurdamente ‘brillanti’ ma inutili e in parte nocivi. Sono stato esposto da ragazzo agli effetti dell’educazione fascista, e poi rieducato alla meglio durante la guerra e la guerra civile. Mi sono espatriato nel 1947 e mi sono stabilito in Inghilterra. L’incontro con la cultura degli inglesi e lo shock della loro lingua hanno avuto per me un’importanza determinante. Io volevo soprattutto imparare, nella vita, invece mi sono trovato a insegnare letteratura italiana all’ Università  di Reading nella valle del Tamigi. Ho continuato inoltre a studiare e a scrivere, confondendo un po’ i due processi. Ho poi lasciato l’insegnamento nel 1980 per confonderli con più comodo". (1)
Meneghello ha seguitato a imparare e a scrivere per altri ventisette anni, vivendo tra Inghilterra e Italia. Negli ultimi tempi era rimpatriato stabilmente. E’ morto, improvvisamente, nel giugno 2007.

Il primo libro di Meneghello è Libera nos a malo. Giorgio Bassani lesse il manoscritto, indicato da Licisco Magagnato, e lo approvò per la collana ‘Biblioteca di letteratura. I contemporanei’, di Feltrinelli. L’opera fu pubblicata nel maggio 1963.
"Il nucleo del libro si è formato a Malo nel corso di due estati, tre mesi nel 1960 e altri tre nel 1961. Mi ero messo a scrivere su certi fogli sciolti, alla sera quando si tornava dal caffè, le conversazioni e le chiacchere che avevamo fatto con gli amici, o anche le cose sentite in paese durante il giorno. Uno, due, tre fogli per sera, in tutto saranno stati un centinaio.
E’ stato nell’autunno del ’61 in Inghilterra che mi è venuta l’idea di utilizzare questo materiale : sentivo che quegli appunti mi piacevano, non nel senso che li credessi molto belli, ma nel senso che corrispondevano a ciò che c’era davvero dentro di me". (2)
Ancora, Meneghello racconta come scrivesse e riscrivesse il testo, anche venti volte. Ci spiega la suggestione della lingua legata ai ricordi e la trasformazione della scrittura in un insieme di italiano colto, italiano parlato, e dialetto, forma che dava forza al contenuto. Parla degli scambi tra italiano e vicentino, che definisce ‘trasporti’ : "Ho voluto trasferire, trasportare la mia esperienza dialettale in italiano".
E’ talmente preso dalle parole che le cita, ricavandone piacere : ad esempio il verbo ‘pandere’ (spargere notizie, confessare) o il sostantivo ‘fragnocola’ (lo schiocco del dito medio contro il palmo della mano, usato per gioco per spaventare le ragazzine).
Il titolo del libro è, allo stesso tempo, ricordo, citazione e gioco verbale.
Le confessioni in chiesa, da ragazzo, dove ‘malum’ erano i primi atti sessuali, gli ‘atimpuri’, sono il ricordo; la citazione è dall’ultimo versetto latino del Padre Nostro; il gioco sta nel doppio senso tra la richiesta originata dalla preghiera e l’esortazione a uscire dal mondo ristretto del paese, Malo.
Il successo di Libera nos a malo fu ampio e immediato. Venne considerato non tanto un libro sul mondo delle origini dell’autore, quanto piuttosto un modo nuovo di raccontare se stesso, molto lontano, in positivo, dalla linea di scrittori di area veneta come Piovene, Barolini o Comisso.

Seguito immediato fu I piccoli maestri (1963-1964), seconda opera di Meneghello. Libro pur sempre di memorie personali, ma di tutt’ altra natura rispetto a Libera nos a malo, certamente dal punto di vista linguistico, e altrettanto da quello del contenuto.
Argomento del racconto è la guerra di resistenza contro fascisti e nazisti, nel 1944, condotta da Meneghello assieme a un gruppo di partigiani di Giustizia e Libertà , sull’altopiano di Asiago.
Il titolo è spiegato così : "I piccoli maestri hanno un’origine del tutto laterale rispetto al contenuto : vengono dall’espressione francese petits-maitres che avevo trovata in un saggio inglese del ‘700, usata per designare scherzosamente i ben educati banditi di strada in Inghilterra. Si tratta di un saggio di Horace Walpole. Nella mia traduzione il saggio è intitolato Cortesia dei briganti inglesi in opposizione alla maleducazione dei malviventi francesi. In Francia i banditi non hanno un filo di savoir vivre, il brigante francese ti toglie la borsa senza farti un inchino, e la vita senza farti le scuse". (3)
Un nesso però esiste, seppur limitato, tra la precisazione storica e il contenuto del libro. Ne accenna l’autore quando contrappone modi e azioni del suo gruppo resistente ai tratti violenti e brutali dei comunisti : "I comunisti sparavano di più e guastavano con mano più pesante. Noi non rompevamo molto, non spaventavamo che mediocremente e non assassinavamo quasi nessuno". (4)
I piccoli maestri uscì da Feltrinelli nel 1964, a marzo, con risultati assai meno positivi del primo libro. Ci furono critiche anche decise, tra gli altri Carlo Bo e Anna Banti.
La conseguenza del quasi insuccesso fu che Meneghello si risentì, irritato e in polemica con l’ambiente letterario italiano. Si sentiva incompreso e di mentalità  molto lontana da quel mondo.
Per dieci anni non avrebbe pubblicato altro.

Non pubblicare non voleva dire non scrivere. Meneghello aveva ormai preso la strada della scrittura e l’avrebbe portata avanti per tutta la vita. Lui stesso racconta l’abitudine di stendere, giorno per giorno, note, abbozzi, pensieri che si accumulavano in centinaia e migliaia di fogli. Era tanto connaturato questo processo, che non solo non sembrava ingombrante, addirittura era ritenuto insufficiente : "Si affaccia il pensiero : non ci sarà  sotto un tocco di grafomania ? Ma è un’apparenza : anzichè un grafomane (cioè uno che scrive più di quanto dovrebbe) sono purtroppo il contrario di un grafomane, uno che non riesce a scrivere quanto dovrebbe, per sventurata passione perfezionistica e congenita scontentezza esistenziale, o più semplicemente per un infausto eccesso di pretese". (5)
Vita e analisi, nell’esistenza di Meneghello, si sovrappongono, e una influenza l’altra. Sembra di vedere che la sua vita reale procede sempre accanto a quella che si svolge nel suo pensiero e che entrambe finiscono nelle sue annotazioni giornaliere.

E’ stato Erich Linder, il maggior agente letterario della seconda metà  del Novecento in Italia, a render possibile il passaggio di Meneghello da Feltrinelli a Rizzoli.
Avvenne negli anni Settanta e risultato furono le riedizioni dei primi due libri e, fatto più importante, la pubblicazione di due nuove opere : Pomo pero. Paralipomeni di un libro di famiglia (1974) e Fiori Italiani (1976).
Scrivere la parola paralipome
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nel titolo di un libro è stato un vezzo, ma anche la prova che Meneghello, per quanto dicesse, professore era nato.
Usando paralipomeni annuiva in un colpo solo al greco e a Leopardi (Paralipomeni della Batracomiomachia poemetto leopardiano, continuazione della Guerra dei topi e delle rane a sua volta poemetto ellenistico).
Se si volesse rifargli il verso si potrebbe dire che in Pomo pero Meneghello is indulging, cede al suo piacere più grande : scrivere di parole tutte prese al suo amato dialetto, a cominciare dal titolo, derivato da una filastrocca : "Pomo pero dime il vero…" e a continuare con le spiegazioni che si danno in nota al libro sulla natura dei due frutti ‘pomo’ e ‘pero’, che sono frutti e non alberi, e che sono due ma in realtà  uno solo, e via e via.

Fiori Italiani è una memoria e un piccolo trattato.
Meneghello ha vissuto la sua educazione scolastica, dalle elementari alla maturità , in modo ambivalente. Da un lato riuscendo sempre primo, dall’altro sentendola come ‘diseducazione’.
Nell’ introduzione racconta come gli nacque l’idea del libro. Successe in Valsugana durante il periodo partigiano, in una grotta. Il pensiero che gli venne, paradossale data la situazione, fu che il pericolo in cui si trovava era dovuto precisamente alla sua diseducazione scolastica, retorica e fascista, cui non poteva non ribellarsi, e che avrebbe dovuto scrivere di quella causa, elaborarla e se possibile cambiarla. Lo fece circa vent’anni dopo. E trent’anni dopo pubblicò il libro.

Nel 1980 Meneghello lasciò Reading, l’università  e si stabilì a Londra. La sua vita prese un ritmo, studio e scrittura, che avrebbe mantenuto sino alla fine (bellissima la descrizione delle mattinate di lettura alla British Library : "Lì passo le mie giornate, c’è una sala per studiosi con 60, 70 sedie.          Un’ atmosfera straordinaria, con quella luce, quei tavoli. Si è formato quasi un club fra noi che ci andiamo").
I libri, negli anni, uscirono a cadenze regolari : Jura (Garzanti, 1987), Bau-sète (Rizzoli, 1988), Maredè, Maredè (Moretti e Vitali, 1990), Il Dispatrio (Rizzoli, 1983), La materia di Reading e altri reperti (Rizzoli, 1997) e i tre volumi intitolati Le Carte (Rizzoli, 1999, 2000, 2001).
Sono testi dove la materia autobiografica si alterna alla saggistica e alla ricerca linguistica, sempre con un tono personalissimo.
Non è neppur giusto fare delle distinzioni troppo nette perchè, negli uni e negli altri, sono presenti il racconto, la ricerca e il saggio.
In questo Meneghello è assolutamente originale ed eccentrico rispetto alla cultura letteraria italiana. Si vede che si era ampiamente spogliato della ‘diseducazione’ scolastica.
E si sa, perché l’ ha detto lui, quanto la cultura inglese lo abbia formato : "In quei primi anni in Inghilterra mi sono sottoposto a una specie di tirocinio; ho cercato di insegnare a me stesso a scrivere semplice e chiaro, come i miei amici inglesi prendevano per sottinteso che le persone serie facessero…". (6)
Chiunque abbia il piacere dell’ esplorazione in letteratura e cerchi autori che affrontano la cultura in modo del tutto personale e scelgono di parlare di sé anche perseguendo gli studi più seri, troverà  affine Meneghello, scrittore che ha voluto sentirsi vicentino, italiano e anche inglese.

Note

(1) Risvolto di copertina de Il dispatrio, Milano, Rizzoli, 1993
(2) Il Tremaio, in Jura, Milano, Garzanti, 1987
(3) Quanto sale ?, in Jura, Milano, Garzanti, 1987
(4) Ibidem
(5) Le Carte, vol. I, Milano, Rizzoli, 1999
(6) Il Tremaio, cit.

Questo articolo è basato su : Luigi Meneghello. Opere scelte, Milano, Mondadori, 2006 (I Meridiani) e Su / per Meneghello, a cura di Giulio Lepschy, Milano, Edizioni di Comunità , 1983.

 

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