Dialogo sulla natura (umana) nella fredda terra d’Islanda

Un romanzo ambientato in un piccolo paese dell’Islanda dimenticato dalla geografia e persino dalla morte. L’autore dimostra di conoscere bene i macigni umani dell’irrequietezza, della noia e del buio inevitabile, per cadere nel tranello dell’ordine: ecco il ronzio dell’assurdo camusiano che ha il colore della luce d’estate e che ti può colpire all’angolo di ogni strada.

Quando lo sguardo verso il cielo non basta agli occhi, allora si punta all’altezza degli occhi degli uomini; o perlomeno così fanno gli abitanti del minuscolo paese di cui ci parla Jón Kalman Stefánsson. Un paese senza nome, dimenticato dalla geografia e persino dalla morte, in cui la longevità pare essere, questa volta, una condanna più che una fortuna. Ma il caos al quale gli esseri umani devono inevitabilmente sottostare, non risparmia le terre gelide dei fiordi islandesi: non bastano i tentativi socialdemocratici degli anni Settanta tesi a istituire per ogni piccolo paese – della piccola isola – una piccola fabbrica, per far sì che gli abitanti non si spostino in massa verso le città. Non basta il Maglificio e nemmeno la Cooperativa, una sorta di axis mundi attorno al quale ruota la vita dei protagonisti. Non bastano le istituzioni. Luci d’estate ed è subito notte è un insieme di bellissime immagini buttate qua e là, trovate dentro l’ultimo cassetto dell’ultimo mobile di una casa abbandonata. Immagini che non hanno nulla a che fare con il desiderio di noi lettori continentali di leggere, nel romanzo di un autore islandese, notizie di quell’isola sulla quale vorremmo sempre saperne di più. Questa volta la geografia non c’entra. Stefánsson ci rivela le latitudini dell’abbandono, del tradimento, le longitudini della scelta, dell’amore. Una mappa umana più che fisica. Segue queste coordinate la vita dell’Astronomo, ex direttore del Maglificio, che una fredda mattina d’inverno si svegliò con una frase sognata poco prima in latino. Da quel mattino la sua vita, non fu più la stessa. Lasciò tutto: fabbrica, famiglia, si trasferì in città per studiare il latino e cercare di decifrare quella frase sognata in una lingua sconosciuta. Un semplice sogno può modificare la vita di un uomo e avere la forza dell’eruzione di un vulcano in quelle degli altri. Così è la bellezza difesa dal silenzio di Jonas, un adolescente conosciuto per la sua estrema timidezza al quale un giorno venne chiesto di dipingere il muro della scuola e che diede modo a tutti di incantarsi di fronte allo splendido (e inaspettato) affresco fatto di cinquanta specie di uccelli disegnati nei dettagli. Nessuno era mai stato in grado di immaginare tanta bellezza e stupore. Nessuno, tranne lui. I protagonisti sembrano infatti usciti da un film di Kusturica, più che dalla penna di un autore islandese, da cui ci si aspetterebbe un ordine metodologico scandinavo. Ma l’autore dimostra di conoscere troppo bene i macigni umani dell’irrequietezza, della noia e del buio inevitabile, per cadere nel tranello dell’ordine: ecco il ronzio dell’assurdo camusiano che ha il colore della luce d’estate e che ti può colpire all’angolo di ogni strada. La ricerca di un senso che nasce dall’indecifrabile e dal quale emergono i desideri e i viaggi più sinceri degli uomini; perché il buio del piccolo paese non ha per forza il sapore della condanna: è un mero dato di fatto e un punto di partenza; uno sfondo inevitabile entro il quale cercare di accendere delle luci. Sotto questo punto di vista, Stefánsson è un esistenzialista romanticamente realista. Vivere vuol dire ingannare la morte: la ricerca dell’Astronomo, la bellezza inaspettata di Jonas, i tentativi di ingannare il buio diventando elettricista di Simmi, il suicidio di Hannes, il tradimento di Kjartan, sono rivolte degli uomini contro la propria natura; natura che non è solo quell’environment delle Operette morali di Leopardi; è, piuttosto, flesh and blood, carne ed ossa, nervi e vene. Non c’è un islandese e la Natura. C’è la natura umana che si manifesta persino (e soprattutto) nell’ultima provincia dimenticata sulla faccia della terra. Ma c’è soprattutto la speranza, nell’ottimismo cosmico di Stefánsson. Una speranza priva di inganni che vive nel presente più che sopra le teste degli uomini; che il buio della condizione umana non lo si può eliminare, ma “solo” ingannare. In questo senso, ci rivela che non è subito notte. È sempre notte, semmai, e a un tratto è subito giorno. È, improvvisamente, bellissima, imperfetta e umana luce.

Nicolò Cesa

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