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L’Orca a Crotone: il Codice siciliano

Storia di un libro

di Antonio Castronuovo

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 105 – maggio 2019)

«Ho sempre pensato che con l’italiano novecentesco avevo poco a che vedere», ha dichiarato una volta Stefano D’Arrigo, e lo ha ben dimostrato nei vent’anni in cui ha lavorato all’odissea linguistica del marinaio ’Ndrja Cambrìa, protagonista di Horcynus Orca. E tuttavia c’era stato un altro e diverso pollone originario di quella lingua: la raccolta Codice siciliano, il suo solo libro di poesie, nel quale D’Arrigo volle conferire dignità letteraria al codice linguistico dell’isola in cui, nel borgo messinese di Alì Terme, era nato nel 1919. Il volumetto uscì nella collana “All’insegna del Pesce d’oro” di Scheiwiller nel marzo 1957; fu ripreso ne “Lo Specchio” di Mondadori nel febbraio 1978 con l’aggiunta di alcune poesie e una quarta firmata da Giuseppe Pontiggia; infine riedito presso Mesogea (casa editrice messinese) nel 2015 con una densa introduzione critica di Silvio Perrella.

Se si considera che il secondo romanzo, Cima delle nobildonne, fu per la critica una delusione a causa della vicenda confusa del narrato e l’allegorismo criptico, D’Arrigo resta autore della sola crudele prova ‘horcyniana’, e ciò colloca Codice siciliano in un limbo di solitudine che paradossalmente lo rende ancor più attraente. Primo suo libro edito, il Codice non raccoglieva tuttavia i suoi primi scritti; aveva già esordito come pubblicista con articoli e recensioni d’arte, e tre di questi pezzi, redatti tra 1942 e 1948, sono stati di recente raccolti da Siriana Sgavicchia ne Il licantropo e altre prose inedite (Pistoia, Via del Vento, 2010). Nemmeno si trattava delle sue prime poesie: alle spalle di questo esordio c’era stato un accurato lavoro di selezione, come lo stesso D’Arrigo volle precisare nella nota biografica abbinata alla prima edizione.

Certo, un romanzo come Horcynus Orca, pubblicato nel 1975 e baciato da folgorante successo, condanna tutto il resto alla subalternità. Sembra alludervi la dedica alla moglie apposta alla seconda edizione del Codice: «A Jutta, / da questo lontano principio / del nostos horcyniano». Ma seppure prova abbandonata a favore del romanzo, il Codice si pone all’attenzione proprio in quanto esperienza che prelude al capolavoro, al romanzo che avrebbe fatto uso dello spreco, là dove i versi si concentrano invece sulla ricchezza evocatrice e sonora delle parole. Si tratta di una collezione di versi di deciso impianto lirico, incline al gusto delle passioni e del paesaggio (abbastanza simile, in ciò, all’esperienza poetica del siciliano Lucio Piccolo); versi che ambiscono al respiro di una sicilianità ‘infinita’ mediante il recupero e l’invenzione di una lingua capace di far vibrare ogni singolo termine. Il Codice non è infatti di semplice lettura e certi angoli affondano addirittura in ermetiche oscurità; resta però collezione assai suggestiva, fatta di musica e di evocative scorciatoie analogiche: «Più che versi immagini pittate», titolava Giorgio Caproni la propria recensione apparsa su «La Fiera Letteraria» nel luglio 1957, pochi mesi dopo l’uscita dell’opera.

Non è un caso che gli studiosi abbiano puntato l’attenzione sulla raccolta poetica, sentendovi, anche se in nuce, lo spirito che avrebbe guidato l’autore messinese a scrivere il capolavoro, una sorta dunque di «archetipo e insieme incunabolo di Horcynus Orca», come sottolineò Pontiggia in quarta all’edizione Mondadori, e ciò «non solo per l’affiorare dei temi centrali, dal nostos omerico alla trasfigurazione epica della pesca, dalla presenza della morte a quella dei delfini e delle sirene, ma anche per i primi segni di quell’immenso lavoro sul linguaggio che troverà nell’opera maggiore la sua realizzazione più compiuta».

Poco si conosce dell’infanzia e adolescenza di D’Arrigo: fu studente universitario di letteratura tedesca a Messina, dove si laureò nel 1942 con una tesi su Friedrich Hölderlin, poeta che ebbe un notevole rilievo sull’invenzione stilistica del nostro: scorrendo le liriche del Codice siciliano è agevole accorgersi che tanti sono gli elementi riconducibili all’interesse giovanile per il tedesco. Fu poi un promettente giornalista culturale che dopo pochi anni di attività seppe aggiudicarsi il Premio dei Nove bandito da «L’Espresso» (come annuncia il settimanale il 19 marzo 1947 nell’articolo Per il soldato Esposito squillano le trombe del Sud).

Nel 1946 si stabilì a Roma, in via dell’Assietta a Monte Sacro, e si dedicò al giornalismo e alla critica d’arte, collaborando come critico a «Il Tempo», al «Giornale d’Italia» e al settimanale «Vie Nuove». Entrò presto nel novero degli autori che fanno di tutto per restare nell’ombra: la sua vita, assieme a quella della moglie Giustina Bruto, restò avvolta nella massima discrezione; un appartamento silenzioso, frequentato da pochi amici, di sobrio arredamento e con opere di pittori del Novecento alle pareti, tra cui una tela floreale dell’amico Guttuso. Sorse a Roma, pian piano, il desiderio di rafforzare la memoria di quell’«essere siciliano» che l’emigrazione rischiava di corrodere, semmai sbozzando, di quella origine, un vero ‘codice’: ed ecco spiegata la genesi dell’opera. Riandò allora con la memoria e la scrittura su viaggi e figure, sulle sensuali processioni viste nell’infanzia, l’età fatta «di pepe e cannella»; rivisitò con la mente la Sicilia greca, araba, sveva e primo-novecentesca. Senza con ciò creare un’opera di poesia siciliana, ma una raccolta di versi redatti in un italiano languido e acre al contempo, calato in un ricco gioco di suoni e di rime; una lingua che tenta di immergersi nei segreti riposti del mare e degli uomini di mare, illuminata da improvvisi squarci di luce e di paesaggio e che però suona perduta, come ben esprime lo sgomento dei versi In una lingua che non so più dire.

[continua]

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