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L’odissea editoriale dei Sonetti di Belli

Una storia lunga più di un secolo

di Pietro Gibellini

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 106 – giugno 2019)

Editore di poesie e poeta dell’editoria, Vanni Scheiwiller amava dire che in Italia esiste una rivista intitolata «L’Italia che scrive», non già «L’Italia che legge». In effetti nel nostro paese, inondato da libri di versi di poeti minori e minimi, stupisce che un capolavoro come i Sonetti romaneschi di Giuseppe Gioachino Belli sia potuto restare inedito e ignoto durante la sua vita. Il poeta la condusse quasi sempre all’ombra del ‘cupolone’, tra il 1791 e il 1863, sentendosi esule in patria, nella ‘odioamata’ città. Clandestine non rimasero le sue poesie italiane, pubblicate, seppur in minima parte, per iniziativa degli amici in due raccoltine, i Versi (Roma, Salviucci, 1839) e i Versi inediti (Lucca, Giusti, 1843), cui vanno aggiunte le belle traduzioni metriche degli Inni ecclesiastici dedicate a Pio IX e impresse dalla stamperia vaticana nel 1856. Invece Belli non si risolse a stampare i duemila e più sonetti, sgorgati soprattutto tra il 1830 il 1837, con i quali intendeva erigere il «monumento – parole sue – di quello che oggi è la plebe di Roma». In realtà, con quei 32 mila versi, il triplo della Commedia dantesca, Belli erigeva un monumento di poesia assoluta e universale, anche se ambientata tutta a Roma, che continuava a essere una città speciale. Urbe e Orbe, caput mundi sebbene degradato spesso a «stalla e chiavica del monno». Con la sua opera, Belli fermava un mondo popolare ignorato dalle lettere e destinato a tramontare con la ‘nuova’ Italia; superava Carlo Porta, dai cui versi milanesi aveva pur ricevuto una spinta decisiva per convertirsi al dialetto; andava oltre l’ammirato Manzoni, concedendo di parlare nel loro idioma ai mille e mille Renzo e Lucia di Trastevere; anticipava di mezzo secolo il verismo e l’espressionismo (Verga e Dossi furono tra i suoi primi e ricettivi lettori). Sapeva che la sua opera avrebbe incontrato incomprensioni e fraintendimenti, che era esposta a persecuzioni e strumentalizzazioni. Leggeva i sonetti solo ad amici intelligenti e fidati: Jacopo Ferretti, librettista di Rossini e Donizetti e poi consuocero di Belli, i letterati Domenico Biagini e Francesco Spada, ma anche nomi di spicco come il cardinal Luigi Luciano Bonaparte e il principe Placido Gabrielli, appartenenti al ramo romano dei napoleonidi; non ultime, due donne che gli scaldarono il cuore, la marchesa marchigiana Vincenza Roberti e l’attrice milanese Amalia Bettini. Nikolaj Gogol, nel suo soggiorno a Roma, lo sentì recitare i versi romaneschi, e ne scrisse subito con entusiasmo al critico Sainte-Beuve e a un’amica russa: è un poeta popolare ma un poeta vero; compone sonetti che però si legano e formano poema; bisogna ascoltarli declamati dall’autore. Perfetto! Capì al volo quello che altri tardarono e tardano a capire: i 2279 sonetti sono un immane documento socio-antropologico, un vertice di poesia che deve essere eseguita oralmente, ad alta voce.

Belli fu persino tentato di bruciare il suo capolavoro: un rischio che evitò consegnando i manoscritti alle mani sicure di un prelato lungimirante e profondamente cristiano, Vincenzo Tizzani. Sapeva che i suoi lettori, per i quali aveva corredato i versi dialettali di note accurate, su autografi già pronti per la tipografia, abitavano oltre i confini di Roma, o lo aspettavano piuttosto nel futuro. Non aveva risparmiato strali alla Curia e al papa-re: «A papa Grigorio je volevo bene perché me dava er gusto de potenne dì male», scrisse in un appunto riferibile a lui o al tagliente spirito satirico dei romani. Con l’elezione di Pio IX nutrì molte illusioni, spazzate via dai moti del 1848. Il 1849, l’anno cruento della Repubblica romana, fu per lui un vero trauma; smise di poetare in romanesco, e giunse a disconoscere i sonetti, le sue creature più vere; non voleva essere scambiato per un clericale reazionario, ma neppure per un «libberale» o un «giacubbino», cioè per uno dei borghesi vogliosi di sostituirsi ai ceti privilegiati dell’antico regime o dei rivoluzionari miscredenti disposti alla violenza, sommamente aborrita dal poeta. Quando Belli morì, erano usciti in varie sedi solo tredici sonetti, e senza l’assenso del poeta; dei due più fortunati, uno criticava gli enormi debiti contratti dallo Stato pontificio con i banchieri ebrei Rothschild (La sala de Monzignor tesoriere), l’altro si prendeva gioco delle presunte fatiche del papa (La vita da cane). Nel thesaurus romanesco ci sono ben altri gioielli.

La prima edizione uscì un paio d’anni dopo la morte del poeta, a cura di suo figlio Ciro e di monsignor Tizzani, presso il principale stampatore romano (Poesie inedite, Salviucci, 1865-66, voll. 4). Recava, con molti versi italiani, un terzo dei sonetti dialettali; dall’ampia scelta erano esclusi i pezzi più indecenti o mordaci; di quelli presenti venivano emendati i termini sconvenienti, gli attacchi al clero e al governo. Dileggiata dagli studiosi privi di senso storico come operazione bacchettona, la silloge era invece frutto di intelligenza e coraggio: i curatori sapevano che la censura pontificia non avrebbe tollerato poesie irriverenti verso la religione o le istituzioni, né testi a luci rosse, vietati anche dai governi laici. Ma anche se purgato delle espressioni indecenti, se corretto nei bersagli polemici – per cui ad esempio «buggiarà» diventava un assurdo «budellà», e un «cardinale» vizioso cedeva il posto a un dissoluto «cavajjere» -, molte facce del poliedro belliano venivano in luce: rimosse le parti licenziose, attenuate quelle satiriche, restavano i testi comici, grotteschi, umoristici, sarcastici, realistici, drammatici, fantastici, meditativi…

[continua]

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