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L’intramontabile Mostro di Mary Shelley

 Mostro, Creatura, Essere abominevole, Demone.

Sono questi gli appellativi con cui Victor Frankenstein – scienziato svizzero – si rivolge a ciò che lui stesso ha creato, a cui lui stesso ha ridato la vita sconfiggendo la morte.

È il 1° gennaio 1818 quando, per i tipi della casa editrice londinese Lackington, Hughes, Harding, Mavor & Jones, viene pubblicato Frankenstein di una sconosciuta e giovanissima Mary Shelley.

Il suo nome non compare stampato sul volume, che esce anonimo, l’unica firma presente è quella di colui che ha curato la prefazione, Percy Shelley, al quale viene erroneamente attribuita l’opera. Solo nel 1831, in occasione di una seconda edizione, è riportato il vero nome dell’autore di una narrazione che i critici non si sarebbero mai immaginati di dover associare a un volto femminile tanto aggraziato e dolce capace di una scrittura profonda, spietata e semplicemente perfetta: un’orribile storia movimentata scritta con un ottimo inglese, così viene definito un romanzo destinato a trovare posto nelle librerie di migliaia di lettori nel corso dei secoli.

 

In Frankenstein, spiega Mary nella lunga e dettagliata prefazione alla seconda edizione, ella incastra tutta la sua epoca, tutto il suo mondo facendone un concentrato di insicurezze e paure rappresentate da Victor e dalla sua creatura – incarnazione del male del mondo – che si rincorrono l’un l’altro in un gioco perverso fino all’annientamento di entrambi; l’uno distrutto dalle mani dell’altro, creatura e creatore sono afflitti da una soffocante ansia dovuta alla presa di coscienza dell’impossibilità dell’esistenza di una via d’uscita, uno spiraglio di fuga, di calma da quel pazzo mondo ubriaco di scienza e di progresso.

Quello stesso, mondo in profonda trasformazione, rischia di perdere di vista la dimensione umana e il suo carattere terreno, contingente, rispetto all’astratta e incontrollabile scienza che corre, corre a perdifiato trascinandosi dietro un individuo che intende solamente superare se stesso, abbattere i propri limiti arrivando a sfidare l’etereo Dio, tentando di sconfiggere la morte ricreando la vita.

È l’epoca del Galvanismo e delle sperimentazioni più bislacche che possano venirvi alla mente messe in atto nel tentativo di sconfiggere l’eterna e incontrollabile nemica: la Morte.

Travolto da questo sentimento, l’uomo inizia a vedere se stesso come un Moderno Prometeo – sottotitolo del romanzo – capace di sottrarre il fuoco della vita dall’Olimpo – secondo il mito greco – o di plasmare l’umano dalla creta – se si fa riferimento alla rielaborazione romana operata da Ovidio nelle sue Metamorfosi.

Nel libro della Shelley compare tutto questo, magistralmente sistemato in modo che nulla sembri lasciato al caso in una terrificante narrazione del fallimento di tante vite.

Il mondo in cui vive Mary è un luogo in continuo mutamento, in cui la rivoluzione industriale detta legge e costringe l’uomo a un rapido e incontrollato incedere, su questo ella intende mettere l’accento e lo fa con una dolcezza, con una eleganza propria solamente di una scrittrice del suo calibro e che ha avuto la pazienza di analizzare il mondo intorno a sé estraniandosi da esso e riuscendo a penetrare strati della coscienza umana più nascosti e più fragili: il suo mostro è un urlo di disperazione, una straziante richiesta di affetto e di amore.

Lui osserva, studia, intende diventare come tutti ma lui è diverso, lui non è come tutti, lui è più alto, più forte, più agile; lui è solo e racconta questa desolante solitudine al suo creatore e al suo lettore.

« Il mattino dopo annunciai che avevo pensato a una storia. Cominciai quel giorno stesso, con le parole “Era una terribile notte di novembre” limitandomi a scrivere i cupi terrori del mio incubo a occhi aperti.»[1]

Ciò che è interessante è che quando Mary inizia a scrivere Frankenstein, in realtà è piena estate e lei, insieme a un gruppo di amici, si trova molto vicino a Ginevra, luogo in cui ella decide di far nascere anche il suo pazzo Victor.

Tutto ha inizio quando questi amici – Mary con il futuro marito Percy Shelley, la sorellastra di Mary, Clair Clairmont segretamente innamorata di Lord Byron ovviamente presente e John William Polidori – decidono di riunirsi a Villa Diodati – nei pressi del Lago di Ginevra in Svizzera – per trascorrere una breve vacanza.

Il tempo però è loro nemico e una serie di scroscianti piogge li obbliga a passare la maggior parte del loro tempo al chiuso in compagnia di loro stessi e degli spaventosi racconti raccolti nella rivista tedesca  Fantasmagoriana. Le ore, i giorni passano e il tempo non sembra voler concedere loro nemmeno un piccolo spiraglio di sole – quell’anno, il 1816, passerà alla storia come l’anno senza estate[2]. Annoiati leggono, leggono e poi leggono fino a quando Lord Byron decide di proporre un esercizio letterario: avrebbero dovuto scrivere un racconto ispirato da quelli letti in quei giorni e il migliore avrebbe vinto.

Trovare l’ispirazione non è una semplice impresa per Mary ma, dopo essersi spaventata a morte durante uno dei suoi incubi notturni, decide di mettersi con impegno – mentre gli altri si godono all’aperto quei pochi momenti di tregua che il cielo concede loro – e scrivere quella storia che, come aveva terrorizzato lei, non avrebbe potuto fare altro che spaventare anche chiunque altro l’avesse letta o ascoltata.

Da questa memorabile sfida nascono due grandi romanzi, Frankenstein di Shelley e Il vampiro di Polidori – credo sia inutile sottolineare che è Mary a vincere.

Frankenstein è un romanzo epistolare difficile, profondo, tragico, è l’emblema di un Gotico moderno sempre attuale perché tratta di tematiche alle quali l’uomo non può sfuggire.

Questi credo siano solo una piccola parte di tutte le ragioni che si possono trovare per giustificare le tante versioni presenti sul mercato, eppure tradurre un testo come questo non è un’impresa semplice.

Oggi noi italiani possiamo vantare diverse traduzioni in molteplici edizioni ma la prima risale al 1944, anno in cui si verifica un bislacco e fruttifico incontro tra uno sceneggiatore cinematografico – Ranieri Cochetti – e l’editore romano Donatello De Luigi, il quale decide di dare vita a una collana – Romanzo Nero – destinata ad avere vita breve e  pochi volumi – che saranno poi molto ricercati dai bibliofili.

Ebbene, da questa curiosa unione ne scaturisce la prima edizione italiana del Frankenstein di Shelley, uscita dalle stanze della meravigliosa Galleria Colonna, a pochi passi da Montecitorio, risparmiata dai bombardamenti e che dal 2003 è stata rinominata Galleria Alberto Sordi.

Questo primo esemplare riesce nell’intento di incuriosire i lettori ma non abbastanza: la soglia linguistica rappresenta un difficile ostacolo da superare e l’intento di mantenere una traduzione che fosse il più fedele possibile alla lingua originale si rivela un fallimento. Qualche anno più tardi, nel 1952, Bruno Tasso ripropone il classico inglese in una nuova traduzione, più scorrevole e con un linguaggio più attuale.

Questa volta il successo è assicurato e il popolo dei lettori inizia a familiarizzare con questa commovente e terrificante narrazione che richiede uno sforzo notevole per poterne ricreare al meglio l’ossatura; sfida che tanti traduttori dagli anni ’50 in poi hanno accolto con entusiasmo.

Ci sarebbero ancora tante questioni da indagare ma, per ragioni di spazio, non posso addentrarmi oltre.

Vorrei però lasciarvi con un’ultima immagine e un’ultima curiosità: il castello che probabilmente ha ispirato la Shelley per l’ambientazione del suo romanzo esiste davvero, si trova in Germania e domina la cittadina di Darmstadt dal 1250.

 

Noemi Veneziani

Bibliografia e Link di approfondimento

  1. Frankenstein, ovvero il moderno Prometeo, Mary Shelley, Titolo originale Frankenstein, or the Modern Prometheus, Trad. Luca Lamberti, Introduzione Nadia Fusini, Collana ET Classici, Einaudi Editore, 2016
  2. Treccani online, Tradurre il gotico. I molti volti e le molte lingue di Frankenstein
  3. Blog CACCIATORE di LIBRI, Questione di vampiri
  4. Acquista il libro su maremagnum.com

[1] Frankenstein, ovvero il moderno Prometeo, Mary Shelley, Titolo originale Frankenstein, or the Modern Prometheus, Trad. Luca Lamberti, Introduzione Nadia Fusini, Collana ET Classici, Einaudi Editore, 2016, Cit. Prefazione seconda edizione p. 10

[2] Il 1816 viene riconosciuto come anno senza estate a causa di un’eccessiva densità di polveri e gas presenti nell’atmosfera che impediscono ai raggi solari di passarvi attraverso. Questa situazione del tutto eccezionale è dovuta a una successione, altrettanto singolare, di eruzioni vulcaniche: da 5 al 15 aprile del 1815 erutta  il grande vulcano indonesiano di Tabora e, negli anni precedenti, altre due eccezionali eruzioni contribuiscono a diffondere nell’atmosfera cenere vulcanica.


Chi è Noemi?

bibliomemiMi chiamo Noemi e sono una bibliofila in erba.
Credo che siano proprio questi i due termini che più mi definiscono; il mio nome e la mia passione per i libri che, da qualche tempo, si sta raffinando dandomi la possibilità di arricchire la mia libreria di belle e preziose edizioni d’epoca – ho una collezione molto modesta ma ho l’intenzione di farla
crescere poco a poco acquisendo sempre più abilità per saper acquistare con coscienza di causa e un sano spirito critico.
Ho conseguito la laurea in Studi Filosofici nel 2015 e, da quel momento fino alla fine di questa estate 2019 ho svolto un lavoro impiegatizio potendo dedicare ai libri e alla scritturai il poco tempo libero.
Oggi tento, “pericolosamente”, di dedicarmi interamente ai libri tentando di realizzare il sogno di una vita.
Amo la cultura, venero la lettura, lo studio mi regala nuova vita mentre la scrittura mi aiuta nell’arduo compito di divulgare tutto ciò che so, che imparo e continuo a imparare.

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