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L’incubo nel treno e Medioevo

Due Mari da collezione

di Antonella Falco

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 103 – marzo 2019)

Un bambino non sa cosa regalare al papà per Natale e decide di confezionare con le sue mani un piccolo ‘romanzo’: scriverà una bella storia e poi la impaginerà per fare al genitore un regalo originale e inatteso.

Sembra quasi una vicenda dickensiana e invece è quanto ha realmente fatto Michele Mari all’età di otto anni, quando realizza L’incubo nel treno per farne dono al padre nel Natale del 1964, l’ultimo che la famiglia Mari avrebbe passato insieme. Enzo Mari, il grande designer di fama internazionale, tanto geniale quanto burbero e per nulla propenso a esternazioni d’affetto, accoglie il dono senza proferire alcun commento, impenetrabile come sempre. Ha gradito il regalo? Ha letto il libriccino? Per oltre trent’anni il figlio non ottiene risposta a questa tacita domanda. Ma in occasione del quarantesimo compleanno, Michele Mari riceve dal padre un’edizione fuori commercio, stampata in ottanta copie, del suo primo ‘romanzo’. Neanche lui commenta, perpetuando quella virile consegna del silenzio che da sempre è il tratto distintivo del loro rapporto padre-figlio. Contravvenire a esso non è più possibile: «Ho tenuto il punto non per vendicarmi, ma perché intenerirmi l’avrebbe deluso».

Ma cosa racconta questo libriccino di cui tanti parlano ma che pochi hanno realmente avuto la fortuna di leggere? La storia ha per protagonista Louis, un uomo che sale sul treno Venezia – Roma e a bordo di esso vive un’avventura carica di mistero e di suspense.

L’operetta si chiude con la seguente nota: «Questo libro scritto nel dicembre del 1964 è un esemplare unico ed è dedicato dall’autore a suo padre – Tutti i diritti riservati».

L’incubo nel treno è già presago delle atmosfere e dei temi che contraddistinguono le opere dello scrittore maturo. La cosa che maggiormente sorprende in questa primissima prova letteraria di Michele Mari è il suo collocarsi già nell’alveo di una tradizione, esistendo nella letteratura otto-novecentesca «un vero e proprio topos del treno inquietante». Ovviamente per quanto il piccolo Mari sia stato un enfant prodige, sarebbe eccessivo ipotizzare che alla tenerissima età di otto anni abbia avuto contezza dell’intera tradizione letteraria otto-novecentesca al punto da concepire consapevolmente un racconto capace di inserirsi a pieno titolo in quel filone. Una ragione di più, forse, per sostenere che in Mari si compendia il perfetto binomio tra vita e arte, tra prassi esistenziale e dichiarazioni di poetica, e, in ultima istanza, tra ispirazione e predestinazione, come a dire che il suo precoce talento non poteva che essere predestinato a una brillante carriera di narratore.

Al di là di certe comprensibili ingenuità, dovute all’estrema giovinezza dell’autore, spiccano nel testo alcune immagini non prive di fascino ed efficacia narrativa. Eccone qualche esempio: «Fuori faceva freddo, gli alberi tetri e spogli sembrava volessero afferrarlo tra le grinfie»; «Fuori c’era una nebbia che non faceva capire dove terminava la terra e dove iniziava il cielo»; «sentì un verso dai suoni gutturali e leggeri»; «quel silenzio rotto ogni tanto da qualche verso o rumore».

L’incubo nel treno, librino della misura di cm. 8 x 6, rilegato con una copertina di cartone nero (da qui il nome della presunta collana, denominata appunto “Libri neri”), viene fatto pubblicare, come precedentemente accennato, da Enzo Mari in fac-simile per un totale di ottanta esemplari nel 1995 e, per l’occasione, il grande designer si è rivolto alle Arti Grafiche Lucini, come il figlio Michele ricorda in una pagina di Leggenda privata che rievoca l’episodio: «Mio padre si era rivolto, come spesso per opere proprie, al principe dei tipografi milanesi, Giorgio Lucini (1941), figlio d’arte di Ferruccio (1913-2003), figlio a sua volta di Achille (1881-1951), che fondò la tipografia nel 1924».

Il fac-simile riporta nella prima pagina una foto di Michele bambino, scattata in treno, durante un viaggio a Zagabria nell’estate del 1965, e prima della riproduzione del raccontino, lascia spazio a una breve Prefazione firmata da Enzo Mari che conviene citare integralmente come testimonianza della genesi dell’operetta:

 

In un pomeriggio del dicembre ’64 ero al mio tavolo da disegno. Michele, di otto anni, stava giocando o, forse disegnando. Ricordo che, a un tratto, mi domandò: «…e adesso che cosa faccio?». In quei giorni stavo progettando la forma della prima collana Adelphi, automaticamente risposi: «Potresti scrivere un libro». Intanto piegavo e ritagliavo foglietti di carta con cui realizzavo un minuscolo quaderno. A portata di mano, un cartoncino nero, utilizzato per la copertina, suggerì il nome di una ipotetica collana. Michele in silenzio, appartatosi in un angolo del tavolo, di getto, in non più di mezz’ora, scrisse L’incubo del treno, riempiendo tutte le pagine del libretto. Lo lessi e subito pensai che lo scritto non derivava da storie ascoltate o lette o viste al cinema. Non pensai e non dissi (per fortuna): «Da grande farai lo scrittore», però conservai gelosamente il libretto/manoscritto. Adesso mi piace pubblicarlo all’insaputa dell’autore, come ricordo del primo manifestarsi del suo destino.

E. M., dicembre 1995

 

Oggi L’incubo nel treno è una deliziosa chicca per bibliofili e collezionisti, allo stesso modo di un altro testo di Mari, anch’esso a tiratura limitata e fuori commercio.

[continua]

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