Wuz n. 5, giugno 2002

Ferruccio Giromini

L’imbrattapagine

Ralph Steadman

Ha pochissimi titoli tradotti nel nostro paese, eppure i suoi estimatori italiani non si fanno mancare i suoi numerosi libri, collezionandoli con malcelato orgoglio direttamente nelle edizioni originali inglesi. Peraltro, trattandosi di un autore che si esprime più con le immagini che con le parole, ciò può apparire più comprensibile. Ma inoltre, una volta viste e conosciute queste sue originalissime immagini, si capisce pure, fin da subito, perché così pochi editori nostrani osino puntare sulle loro caratteristiche di appeal e perché comunque così tanti lettori non riescano a fare a meno di collezionarle. Il fatto è che l’universo grafico di Ralph Steadman appare assolutamente e provocatoriamente diverso da tutti gli altri, uguale solo a se stesso.

Nato a Wallasey nel Cheshire il 15 maggio 1936, da un viaggiatore di commercio e una casalinga, il giovane Ralph sembrava avviato dalla famiglia a una carriera tecnica; studi di ingegneria aeronautica, apprendistato alla De Havilland e servizio militare nella Royal Air Force ponevano una pesante ipoteca sul suo futuro. E invece, testa d’artista, a partire dal 1961 comincia a frequentare a mezzotempo anche il London College of Printing and Graphic Arts e prende a pubblicare vignette umoristiche e satiriche sulle principali testate della stampa britannica più “libera”: nomi storici e ormai mitici come “Punch Magazine” e “Private Eye”, oltre che sul “Daily Telegraph”. È il periodo, ricorda, in cui impara “perché una linea è bella e perché un’altra linea è brutta”. Ed è l’inizio di una carriera torrenziale, in vertiginosa evoluzione, che lo porterà in breve ad alte vette internazionali di stima e popolarità.

Quando l’Italia lo conobbe, Steadman aveva alle spalle appena pochissimi anni di lavoro editoriale. I suoi primi libri illustrati erano per bambini, su testi altrui, per i tipi inglesi di Dobson Books e tedeschi di Nord-Süd Verlag. Uno di tali volumi, Fly Away Peter, del 1964, era scritto da Frank Dickens, l’umorista autore delle famose strip dell’impiegato Bristow. E non appena Dickens cominciò a collaborare alla bella rivista mensile fondata a Milano da Giovanni Gandini, “Linus”, non ci volle molto perché si portasse dietro anche il giovane e promettente amico. La prima opera steadmaniana pubblicata in Italia non fu ancora un volume, dunque, ma una striscia umoristica, di quelle che allora andavano molto di moda. Si chiamava Theo e raccontava brevi storielle surreali, il cui protagonista, un omino piccolo e nero, viveva avventure essenzialmente grafiche, assolutamente visuali, in qualche modo debitrici della fantasia astratta del grande maestro di molti disegnatori di humour, l’ebreo rumeno-italo-americano Saul Steinberg.

Era ancora il 1967. Il segno destrutturato di Steadman, schizzato di getto a penna e pennello, incurante delle belle maniere, anzi decisamente antitradizionalista e perfino, oseremmo dire, iconoclasta, non poteva passare inosservato: né di qua, né di là della Manica. Il suo primo libro realmente e profondamente rivoluzionario, una sconquassante rilettura di Alice nel paese delle meraviglie, uscì in successione relativamente rapida in Gran Bretagna e Italia, nel 1967 per Dobson e nel 1972 per Milano Libri, la medesima editrice di “Linus”. Tradotta da Ranieri e Carano e prefazionata da Oreste del Buono, quella nuova edizione di Alice si segnalò immediatamente per non essere l’ennesima convenzionale riproposizione di un testo oramai classico, ma una reinterpretazione che rimetteva in questione qualsiasi concetto di statica classicità. In pieno tempo di “contestazione globale”, l’ex-disegnatore tecnico aeronautico accostava tratti al tiralinee e al compasso, ancora molto precisi e controllati, con deflagrazioni indocili di segni di spessore variabilissimo, centrifughi, ricercatamente sgraziati, dalla profonda e incisiva valenza satirica. In quel periodo, ricorda ancora l’artista, dopo avere studiato Grosz e Picasso scopriva che “una linea brutta può essere talmente brutta da diventare meravigliosa”.

Quell’Alice agitò non poco le acque (tra gli inglesi, certo; in Italia, manco a dirlo, passò quasi inosservata). Vi fu chi la contestò in modi aspri, e chi ne lodò le del tutto inedite qualità innovative. Comunque fece vincere al suo audace visualizzatore il premio Francis Williams per il “miglior libro illustrato degli ultimi cinque anni”, il diploma d’onore della American Society of Illustrators e il premio d’eccellenza del Communication Arts Magazine. Il connubio con la visione non-euclidea di Lewis Carroll era riuscito così bene da incitare Steadman ad affrontare a breve distanza anche Alice Through the Looking Glass (McKibbon and Kee, 1972) e The Hunting of the Snark (Studio Vista, 1975). Era chiaro a tutti che il mondo, sulla retina di Ralph, si registrava con forme del tutto speciali.

Ciò si era reso ancora più evidente, intanto, nella sua attività parallela di cartoonist. Dopo avere scosso dalle fondamenta la rispettabilità del pur caustico “Private Eye” (non senza la fattiva complicità del collega e amico Gerald Scarfe, altro grande innovatore del disegno satirico: addirittura capitò che i due, per un certo periodo, venissero confusi e scambiati l’uno per l’altro), nel 1970 Steadman era stato inviato negli Stati Uniti per realizzare un reportage in coppia con un giornalista ancora poco noto, ma già dedito a consumi quasi industriali di alcol e droghe varie, Hunter S. Thompson. Dalle faville scatenate da quel felice incontro nacque un nuovo modo di fare giornalismo scritto e disegnato: i due lo battezzarono “Gonzo”, con un neologismo coniato per significare una connotazione di energia quasi incontrollata, anarchica ma al fondo positiva. E nacquero diversi volumi improntati a questo approccio demenziale e provocatorio ma ricco di stimoli del tutto inediti; tra questi, il delirante romanzo Fear and Loathing in Las Vegas (Pan/Picador, 1972; Terry Gilliam ne ha tratto nel 1998 un singolare film), Fear and Loathing on the Campaign Trail (Allison and Busby, 1975), The Curse of Lono (Pan/Picador and Bantam Books, 1981) e soprattutto la sconvolgente raccolta di disegni America (Straight Arrow Books, 1974), nella quale il reporter grafico utilizza il suo segno, sempre più violento e sovversivo, per denunciare le mille storture di una way of life che da lì a breve si sarebbe comunque esportata quasi senza resistenze in gran parte del pianeta.

A questo punto le linee fondamentali del cammino steadmaniano sono delineate quasi tutte, più o meno confusamente. Non si può parlare, è ovvio, di panorama chiaro e nitido. Da una parte, infatti, grazie alle nuove esperienze di reportage grafico per altre testate autorevoli quali “Rolling Stone” e “The New York Times”, si afferma la propensione a realizzare opere di stampo originalmente “divulgativo”, nelle quali il disegnatore, divenuto nel frattempo autore unico, autosufficiente, rivisita personaggi o situazioni o argomenti per illustrarli e commentarli sotto punti di vista del tutto personali e pure distorcenti, ma non senza effetti di reale ed efficace ammaestramento del lettore. Qualche esempio: Sigmund Freud (Paddington Press, 1979), straordinario tour de force espressivo che reinterpreta in grande formato i tempi e le problematiche della rivoluzione freudiana; I, Leonardo (Jonathan Cape and Summit Books, 1983), in cui l’autore si mette al posto dell’artista rinascimentale e ne rivive in prima persona le scoperte, i dubbi, le opere, i pensieri; The Big I Am (Jonathan Cape, 1988), un’altra sorta di autobiografia usurpata, ma stavolta addirittura di Dio; Tales of the Weirrd (Jonathan Cape, 1990), un’ampia “visual extravaganza” che passa in rassegna i principali freaks storici dell’Ottocento; e infine due premiatissime opere che hanno rilanciato ulteriormente la notorietà di Steadman, anche presso pubblici internazionali non specializzati: The Grapes of Ralph (Ebury Press, 1992) e Still Life with Bottle (Ebury Press, 1994), due monumentali omaggi, l’uno al vino e l’altro al whisky, dove il nostro riesce con finezza strabiliante a mescolare informazione e umorismo, caricature e paesaggi, storia ed ebbrezza.

Realmente straordinario appare tuttavia che questo scapigliatissimo fustigatore di costumi abbia continuato nel frattempo a illustrare, e poi anche a scrivere, e con successo, libri per bambini. Ma si sa che i compassati britannici si concedono larghi spazi per le eccentricità. Le sue macchie e rigacce, le sue inconsulte esplosioni di colore, i suoi spruzzi e disastri d’inchiostro hanno potuto far breccia, evidentemente, anche nelle anime più candide (che peraltro sono quelle più libere da pregiudizi e più serenamente amorali…). A partire da Cherrywood Cannon (Paddington Press, 1978), violenta opera pacifista – non è un controsenso – ispirata a un racconto di Dimitri Sidjanski, ex-partigiano titoista e in seguito editore in Svizzera della Nord-Süd Verlag ed autore dei testi dei primi libri steadmaniani per l’infanzia, Steadman impone via via con dolcezza i suoi spaventi ma soprattutto la sua propensione allo sghignazzo. Due agili volumetti su testi di Bernard Stone lo confermano nel settore: Emergency Mouse (1978) viene tradotto anche in Italia – (finalmente!) col titolo di Prontopo Soccorso – dalla piccola e alquanto rimpianta Quadragono Libri di Mario Vigiak; mentre Inspector Mouse (1980) e Quasimodo Mouse (1984) danno origine addirittura a una serie di cartoni animati. Sempre per i tipi della piccola Andersen Press di Klaus Flugge – scopritore di grandi talenti grafici come Quentin Blake, Tony Ross, David McKee e suo (e loro) grande amico – Steadman pubblicherà negli anni successivi altri deliziosi libretti quali That’s My Dad (1986, vincitore del premio “Critici in erba” alla Fiera Internazionale del Libro per Ragazzi di Bologna), No Room To Swing A Cat (1989), Teddy! Where Are You? (1994), e l’ultimo little.com (2000, di nuovo premiato a Bologna), in cui riesce genialmente a trasformare un semplice punto nero rinchiuso in un software di computer in una storia che non è altro che una sequela – sensata! – di sgorbi multicolori a tutta pagina. Un’acrobazia obiettivamente possibile solo a pochissimi.

Non basta. Per le edizioni londinesi Harrap, il nostro imprevedibile artista estrae dal cappello altre due sorprese, diverse da tutto il resto. Nel 1985 illustra una memorabile edizione di Treasure Island di Stevenson, essenziale e drammatica; e nel 1986 raccoglie in Paranoids un’enorme quantità di irresistibili ritratti polaroid di celebrità, su cui è intervenuto “a caldo” modificando la gelatina della superficie durante lo sviluppo e pertanto deformando in presa diretta le fisionomie dei personaggi. Vedere per credere, e per stupire. A questo punto, la sua visualizzazione di Animal Farm di George Orwell (Harcourt Brace, 1995, edizione del cinquantenario) potrà sembrare quasi banale.

Inutile aggiungere che Ralph Steadman è pure stimato incisore, pittore, scultore, fotografo, autore di un libretto d’opera, attore ironico e autoironico, dottore honoris causa all’Università del Kent. Naturalmente spiritoso, come si sarà capito si intende a fondo anche di bevande spiritose. Eccetera eccetera. Molti suoi titoli sono stati ristampati più volte, in genere in paperback dopo una prima edizione in hardcover. Sul suo sito, www.ralphsteadman.com, prevedibile fonte di imprevedibili sorprese, si possono acquistare direttamente anche copie autografate di vari volumi, a prezzi variabili da 20 a 100 US$, e qualche portfolio con serigrafie e altro, numerato e firmato, a prezzi da 400 a 900 US$. Naturalmente esiste anche un mercato diffuso e intenso dei suoi disegni originali. La sua prossima opera a stampa, già annunciata, è The Mildenhall Treasure, una raccolta degli articoli scritti negli anni Cinquanta da Roald Dahl per il “Saturday Evening Post” illustrati e reinventati in purissimo stile “gonzo”.