Wuz, n.2 marzo-aprile 2007

 

Hilarius Moosbrugger

 

Libri e vita di Robert Walser

minimalista estremo

 

 

Non occorre essere grafologo per dedurre il carattere di Robert Walser dalla sua calligrafia. Walser scriveva su pezzi di carta sparsi, pagine di taccuino, buste rovesciate, piccole tessere rettangolari, usando segni minutissimi e affollatissimi. Simile in questo, ma solo in questo, al marchese De Sade, le cui lettere arrotolate a cilindro si possono vedere alla biblioteca Bodmeriana di Ginevra.
Il marchese erotomane aveva un preciso motivo però, era in carcere per delitti contro il costume e gli era necessario tener segreti i suoi testi. Da chi invece, Walser voleva difendere i suoi scritti ? Da tutti probabilmente, perfino da se stesso.

Questo minimalismo estremo, che si rivela anche alla visita degli ambienti nei quali Walser visse, camera da letto, scrittoio, poltrona, sgabello, tutti in miniatura, non solo rende evidente la sua necessità  di ripararsi dalla vita, ma suggerisce la volontà  di sparire, annullarsi. Come dice Jacob von Gunten, protagonista dell’ omonimo romanzo : "Se io andrò in pezzi e in malora, che cosa si romperà , che cosa si perderà  ? Uno zero. Io, come singolo individuo, sono uno zero".
Certo, scrivere dell’ autore svizzero e cominciare riferendosi al Paese del lapis o Bleistiftgebiest, nome con il quale sono indicati i microgrammi, le centinaia di note, appunti, poesie, scritte a matita (forse per la possibilità  di avere a disposizione una punta temperata sottilissima ? O perchè il lapis tende a cancellarsi ?) è iniziare dalla coda, o quasi, della storia. E’, d’ altra parte, la prova visuale che nella sua fisicità  spiega la natura dell’ uomo.

Robert Walser è nato il 15 aprile 1878 a Biel, cantone di Berna, da un commerciante dell’ Appenzell e da una casalinga dell’ Emmental, penultimo di otto tra fratelli e sorelle. Ha frequentato la scuola fino ai quattordici anni. In seguito apprendista in banca per tre anni. Poi soggiorni a Basilea, Stoccarda, Zurigo. Impieghi commerciali fino ai trent’ anni e inizi sporadici di scrittura. Successivo periodo di vita a Berlino di sette anni "dove per un momento sono stato un autore assai produttivo". Cameriere nell’ alta Slesia come valletto da camera di un conte. Ritorno in Svizzera, a Biel, poi Berna, con anni di buona disposizione letteraria. Nel 1929 primo ricovero nella clinica Waldau a Berna e primi segni di inaridimento creativo. Vi rimane fino al 1933, quando subisce l’ ultimo definitivo internamento nella casa di cura Herisau vicino a Biel. Vivrà  ancora ventitré anni senza più scrivere. Muore il 25 dicembre 1956.

La biografia è succinta perchè senza manifestazioni eccitanti è stata la vita di Walser. Lui stesso ha redatto in quattro occasioni il suo curriculum vitae, come lo chiamava, nel 1920, 1925, 1929, 1946. Il primo di 45 righe, l’ ultimo di 7, uno dei quattro in versi. Li abbinava ai dossier medici delle cliniche che l’ ospitavano. Come si può notare, non sono i fatti che caratterizzano l’ esistenza di Walser. La sua vita interiore però, è stata l’ opposto dell’ anonimato e del convenzionale. E’ stata un lungo, ininterrotto colloquio, ora con se stesso, ora con interlocutori nella sua corrispondenza, ora con il mondo intero nelle sue opere.

Si possono proporre, a ritratto dell’ uomo e dell’ autore, citazioni dalle sue poesie, lettere, romanzi. Le sue parole lo dipingono come meglio non si potrebbe.
Una piccola poesia di cinque versi, scritta a vent’ anni : "Percorro un cammino / che conduce vicino. / Mi riporta a me stesso, e / senza parole o emozioni / mi ritrovo finito".
Da un racconto postumo : "So di essere un romanziere artigiano. Quando ho la vena giusta, taglio, cucio, plasmo, limo, picchio, martello, inchiodo e raccolgo frasi che si capiscono subito….A mio avviso le mie prose non sono altro che pezzetti di una lunga storia, realista senza azione. Un romanzo che non smetto di scrivere, che resta sempre lo stesso e che dovrebbe poter essere definito una storia dell’ io abbondantemente frammentata o lacerata".
A Frieda Mermet : "Ho comprato un cappello nuovo. Mi calza bene e fa di me un Signore molto distinto, cosa che di solito non sono. Penso che lo porterò solo la Domenica, il cappello e anche il Signore".
A Max Rychner : "Nell’ idea di imbecillità  traspare in modo molto preciso un raggio di bellezza e bontà , un che di indicibilmente fine, qualcosa che soprattutto i più intelligenti hanno ardentemente ricercato e cercheranno sempre…Rendersi più stupidi e ignoranti di quanto non si sia è un’ arte, una raffinatezza che riesce solo a pochi".
Dai microgrammi : "A quel tempo ho fatto qualche malaccorto tentativo di suicidio. Ma non sono neppure riuscito ad annodare la corda in modo corretto. Alla fine mia sorella Lisa mi ha portato a Waldau alla casa di cura. Fin davanti al portale d’ ingresso le ho chiesto : facciamo davvero ciò che conviene  ? Il suo silenzio fu molto esplicito".
Sulla sorella Lisa : "Per tre mesi interi ho vissuto da scioperato presso di lei in campagna….Mi ha detto che nutre per me solo un leggero disprezzo, impossibile da scacciare, ma l’ ha detto così bene che mi sono sentito come accarezzato".

Il primo libro di Walser I temi di Fritz Kocher (Fritz Kochers Aufsatze) fu iniziato a Zurigo nel 1896-’97 : "A quell’ epoca, stavo nella Spiegelgasse dove aveva abitato anche Lenin e dove morì Georg Buchner e lì nacque una parte dei Temi, in particolare il capitolo sul pittore ". (1) L’ edizione del volume è di sette anni successiva, esce a Lipsia, fine novembre 1904 presso l’ Insel Verlag, con undici xilografie del fratello Karl, modello del pittore. Le 34 piccole composizioni che formano il libro sono il capitolo iniziale di quel romanzo in divenire che costituisce tutta la produzione letteraria di Walser. Rivelazione immediata dell’ autore è la ventitreesima, Il commesso : "Forse è troppo banale, troppo innocente, troppo poco pallido e deperito, troppo poco interessante questo giovane timido per servire come materia ai signori scrittori".
Il debutto d’ edizione coincide con l’ inizio del periodo berlinese dello scrittore (1905 – 1913) il più felice della sua vita, certo il più fertile. E’ ospite del fratello Karl, affermato artista del gruppo di Max Reinhardt. Vive assieme a lui il mondo bohème della capitale, è da lui introdotto nell’ ambiente letterario ed editoriale e profitterà  delle sue raffinate illustrazioni per molti dei libri futuri.

Del 1906 è il romanzo I fratelli Tanner, pubblicato nella primavera 1907 da
Bruno Cassirer. Subito dopo, luglio-agosto 1907, è la redazione de L’ assistente, uscito presso Cassirer nella primavera 1908. Stesura e pubblicazione di Jacob von Gunten, primavera 1909, ancora Cassirer. L’ edizione per bibliofili delle Poesie con acquaforti del fratello Karl è sempre del 1909 da Cassirer.
Poi tre anni di silenzio fino al 1912 quando raccoglie materiali per le prose dei Saggi editi nella primavera 1913 da Kurt Wolff a Lipsia e di Storie uscite pure da Wolff nel 1914.

Sette opere, tutte le maggiori, in sette anni. Tutte edite in primavera, certamente una tattica editoriale, ma anche una consonanza misteriosa con l’ amore per la natura che traspare in tutti i testi di Walser. Tipica la descrizione che Walser stesso dà  dei suoi scritti di quel periodo e della sua vita a Berlino : "Il mio esordio letterario dovette dar l’ impressione che pigliassi per il bavero i buoni borghesi, che non li tenessi in gran considerazione. e loro non me l’ hanno mai perdonato…A Berlino mi piaceva soprattutto bazzicare i caffè concerto e le bettole d’ infimo ordine….Del gran mondo me ne strafottevo. Ero felice nella mia povertà  e vivevo come un ballerino spensierato, bevevo anche come una spugna". (2)

Nel 1913 Walser torna in Svizzera, prima presso la sorella Lisa, poi dal padre, infine in una mansarda dell’ Hotel Blaues Kreuz a Biel – la stessa nella quale aveva fatto con il trapano un buco nella parete divisoria della sua stanza per ammirare l’ intimità  delle Kellerine dell’ albergo -. Ci rimarrà  per sette anni. Sette anni a Berlino, sette a Biel, anche questa ripetizione degli intervalli di vita è quasi esoterica.
La produzione di Walser nell’ ultimo periodo d’ attività  non rallenta e varie sono le case editrici che lo pubblicano, non più solo tedesche, ma anche svizzere. La natura delle sue raccolte semmai è sempre più orientata verso le prose brevi, particolarità  che lo caratterizzerà  definitivamente.
Le brevi composizioni (Kleine Dichtungen) escono nel 1914 presso Kurt Wolff. Nel 1917, ad aprile, è la volta de La passeggiata (Der Spaziergang), editore Huber & Co. di Frauenfeld; in novembre appare Prose (Prosastuck) da Rascher di Zurigo. Tra il 1917 e il 1925 sono edite Piccola prosa, Vita di poeta e Paese di laghi. Due stesure di romanzo, Theodor e Il brigante sono dello stesso periodo, ma entrambe non vengono pubblicate. A proposito di Theodor si riporta un tratto curioso, e indicativo, della personalità  di Walser. A romanzo terminato Robert aveva scritto una lettera all’ editore Grethlein di Zurigo, interessato a pubblicare, fissando un appuntamento e firmando "Casar, servitore di Walser". All’ incontro l’ editore si trovò di fronte un uomo in maniche di camicia che si annunciò come il valletto di casa e lo pregò di aspettare, avrebbe chiamato il padrone. Due minuti dopo lo stesso uomo riapparve con indosso una giacca presentandosi come Robert Walser. La trattativa ovviamente non riuscì e il manoscritto andò addirittura perduto. (3)
L’ ultimo libro di Walser prima del rifugio in clinica è La rosa, del febbraio 1925, stampato a Berlino da E. Rowoldt.

Walser deve molta della sua notorietà  a Carl Seelig e noi dobbiamo molto godimento al libro Passeggiate con Robert Walser del critico svizzero. Per anni Seelig si è incontrato con l’ amico scrittore rinchiuso in casa di cura, ma ancor più in se stesso, e lo ha accompagnato in lunghissime gite, a piedi, talvolta in treno, nel territorio dell’ Appenzell. Lo ha accompagnato e, allo stesso tempo, lo ha aiutato a uscire dalla solitudine maniacale che lo avvolgeva. Camminando, in ogni stagione e in ogni condizione di tempo, sole, pioggia o neve, lo ha persuaso a parlare : di sé, del suo mondo, dei suoi piaceri e avversioni. Così facendo lo ha curato e ci ha riportato particolari di vita presi dal vivo, talmente spontanei che sembra anche a noi di passeggiare con Robert Walser. Ci accorgiamo che gli piacevano le ragazze – "dal petto di cigno"  diceva – che il buon vino di pinot nero – Bernecker o Buchberger – lo riscaldava a dovere e che non i libri, intesi come letteratura, lo commuovevano, ma i boschi, l’ acqua, gli odori, i colori.
Walser è morto camminando. Da solo, sulla neve, il giorno di Natale. Aveva incontrato due bambini che lo hanno visto cadere, aveva un sorriso sulle labbra quando lo hanno soccorso.

 

 

 

Note

(1) Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Milano, Adelphi, 1981.
(2) Ibidem
(3) Franco Pool, Robert Walser nel centenario della nascita, Bellinzona, Radiotelevisione della Svizzera Italiana, 1978.

Questo articolo è basato sui volumi : Robert Walser, Losanna, Editions l’ age d’ homme, Pro Helvetia, 1987; W.G. Sebald, Il passeggiatore solitario, Milano, Adelphi, 2006; C. Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Milano, Adelphi, 1981.


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