Collezioni

I libri decorati di Odorico Piloni

A Belluno quattro pezzi di una singolare collezione

di Antonio Castronuovo

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (ottobre2020)

L’ultimo a vedere la biblioteca privata di Odorico Piloni, in quella wunderkammer che fu il suo studiolo nella villa di Casteldardo a pochi chilometri da Belluno, fu alla fine del 1874 tale Andrea Tessier. Accadde prima che la collezione fosse alienata e la descrizione è quella di un’esperienza non esente da meraviglia. Tra le tante cose che vide, il Tessier fece cenno al fatto che l’impressione era quella di trovarsi non già in una biblioteca, ma al cospetto di una «doviziosa raccolta di dipinti»; ma rimase sbigottito anche dai «preziosi lavori che adornano le faccie esterne delle pergamene che cuoprono un’altra e notevole serie di volumi. In questi, alcuni di tali lavori sono condotti a finitissima penna, altri a penna insieme e ad acqua tinta, e altri in fine a chiaroscuri a sol’ acqua tinta». Insomma questo fortunato Tessier, che poi trasfuse la sua esperienza in una lettura pubblica, vide sia dei libri dipinti e sia dei piatti di legature fitti di disegni. In altre parole: lo spettacolo abbastanza raro di un’intera collezione libraria artisticamente decorata. Forse né il buon Odorico e né molto più tardi il Tessier potevano immaginare che quella collezione sarebbe stata ricordata come forse unico esempio al mondo di perfetto connubio tra antichi libri a stampa e arte pittorica.

La villa di Casteldardo fu eretta da Odorico Piloni (1503-1590) in un luogo assai ameno poco a sud della località di Trichiana nella seconda metà del Cinquecento, a scopo di villeggiatura estiva e di caccia. L’edificio restò alla famiglia Piloni fino al primo Ottocento, per poi passare di mano e subire un vasto intervento di restauro. Oggi vi si accede da un imponente viale alberato, al termine del quale si presenta il munifico corpo padronale: all’interno pare abbia soggiornato Tiziano Vecellio, ma ci transitò anche – e questo si lega alla nostra breve indagine – il cugino Cesare Vecellio, pittore anch’egli. L’edificio doveva essere in quel XVI secolo assai leggiadro, ma il centro di bellezza, il fulcro che sollevava l’interesse dei visitatori di umanistica inclinazione era la camera delle meraviglie di Odorico, luogo in cui aveva raccolto medaglie, ritratti storici, bronzi, marmi, pezzi di storia naturale, globi, vestigia della battaglia di Lepanto. Ma anche pergamene, papiri, incunaboli e cinquecentine.

La biblioteca s’era formata col concorso di varie generazioni: l’avventura era iniziata con i primi acquisti da parte di Antonio Piloni (1464-1533), padre di Odorico; questi fu poi il principale raccoglitore di pezzi, grazie anche al lascito nel 1553 di vari volumi da parte di Bonaccorso Grino, un parente laterale che aveva radunato la propria collezione in Germania, dove era al servizio imperiale; la collezione fu poi ulteriormente allargata dai figli di Odorico. Le ricerche hanno permesso oggi di determinare le varie provenienze dei volumi al cui cospetto il Tessier restò ammaliato. Quel che vide non fu una collezione ‘normale’, ma qualcosa dai caratteri originali: dalla sua descrizione emerge un gioco di colori, di lavori a penna, di qualcosa di prezioso che adorna l’esterno dei volumi. Egli si riferisce insomma a qualcosa di non comune, uno spettacolo meraviglioso da lui mai visto prima: i 172 volumi della collezione erano infatti decorati con dipinti sui tagli o disegnati a penna sui piatti delle legature in finissima pergamena. E tradizione vuole che quei lavori d’arte fossero stati realizzati in buona parte proprio da Cesare Vecellio. Si distinguono infatti altre mani nella decorazione: Vecellio ha mano precisa e dettagliata, con risultati di alto pregio, mentre altre pitture della medesima collezione sono stilisticamente inferiori, alcune eseguite anche in modo sommario.

Dopo la visita di Tessier, la collezione fu ceduta dall’erede Piloni a un parente che la trasportò a Venezia; fu poi acquistata dal bibliofilo inglese Thomas Brooke e trasferita in Inghilterra. In questi passaggi furono redatti due inventari, documenti essenziali che forniscono l’elenco delle opere e notizie sul loro stato di conservazione, come anche di decorazione. Nel 1957 la collezione passò in blocco al libraio francese Pierre Berès, che organizzò a Parigi una mostra con tanto di catalogo arricchito da una prefazione di Lionello Venturi. Seguirono altre mostre (tra cui l’esposizione di dieci esemplari a Pieve di Cadore nel 2001 per i 400 anni dalla morte di Cesare Vecellio e una mostra organizzata nel 2019 alla Beinecke Library con i tredici pezzi di recente acquisiti a quella collezione).

Nella collezione Piloni i volumi decorati erano soprattutto degli in-folio: innanzitutto vari incunaboli, tra cui l’editio princeps di Tolomeo del 1475, il Dante del 1491 e il Teocrito stampato da Manuzio nel 1496. Tra le cinquecentine, edizioni preziose come il primo Hortus sanitatis, antologia di testi medievali in italiano stampata nel 1511, e il Novus Orbis di Grynaeus del 1536. Non mancavano titoli classici, con Aristotele che faceva da padrone, e poi altri nomi reboanti della letteratura, filosofia, oratoria, scienza, geografia e storiografia del mondo antico. C’erano i grandi padri della Chiesa – Agostino, Girolamo, Cirillo e Tertulliano – e testi del medioevo (tra cui il manuale di astronomia che resse per secoli: De Sphaera mundi di Giovanni Sacrobosco, matematico e astronomo inglese vissuto nel Duecento). Tra i titoli per così dire ‘moderni’, spiccano un Erasmo, cronache d’epoca (come le Croniche del Sabellico) e – a confermare una passione dei Piloni – le relazioni di viaggi e testi sui caratteri dei Paesi del mondo.

La loro decorazione resta comunque l’evento singolare della collezione, e non colpisce che ciò accada sul taglio dei volumi: ciò deriva dal modo con cui in quell’epoca essi erano collocati sugli scaffali, non con il dorso ma viceversa col taglio in vista; in una fase in cui chi possedeva una biblioteca privata stava passando dalla disposizione orizzontale dei libri (tipicamente medioevale) a quella verticale.

La collezione forniva insomma al visitatore una scena cromatica sul genere di una serie pittorica di quadri. Assolutamente originale era il cromatismo delle scene, come non era invece un’assoluta novità che sul taglio dei libri si dipingesse qualcosa che alludesse al contenuto o all’autore: magnifiche legature arricchite da tagli cesellati, dorati e anche dipinti sono descritte tra Cinque e Seicento (le cosiddette tranches antiquées). Si tratta in genere di dipinti a semplici motivi geometrici, a figure come puttini o immagini sacre, oppure invenzioni elaborate, come quella che si osserva su volumi inglesi della seconda metà del Seicento, dove a libro chiuso si vede una doratura uniforme dei tagli, ma basta piegare le pagine per far apparire figure o motivi. Ma sono appunto giochi segreti o piaceri solitari che sorgono dalla manipolazione di un libro: quel che invece accade nella collezione Piloni è un fenomeno ben diverso: figurazioni offerte come ‘quadretti’ al collezionista e al visitatore, in un flusso di piacere cromatico che segna l’alta originalità dell’idea di Odorico. In altre parole: non è nota la realizzazione di un lavoro iconografico così ampio e articolato in un’altra collezione privata.

[continua]

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