In un regime autoritario non si possono fare nomi e non si può scrivere alla lettera quello che si pensa, ma si può pensare di raccontare una storia immaginaria, dove i personaggi e i luoghi recano l’evidenza di un’identità precisa non confessata apertamente. E che cosa è meglio della satira e di un velo di comicità, stesi sull’idiozia di chi detiene il potere con la forza e il terrore?

Una temporanea preferenza intellettuale di Stalin risparmiò la vita a Bulgakov negli anni del terrore, cosa che comunque non impedì più tardi una pressoché totale censura delle sue opere che rimasero, spesso per decenni, congelate e in attesa di tempi migliori per la pubblicazione, senza parlare di tutto quello che andò distrutto. Le Uova Fatali fu pubblicato nel 1925. In Italia approdò nel 1967, nella traduzione dal russo di Maria Olsoufieva, con il titolo Uova Fatali e altri Racconti. Nelle immagini ho riportato la copertina di alcune edizioni, di vari editori, che poi si sono susseguite.

Il racconto narra l’avventura del professor Persikov, il geniale inventore di un misterioso raggio rosso, in grado di favorire miracolosamente una crescita accelerata della materia organica. La cecità dell’autorità statale e l’ignoranza dell’apparato burocratico creeranno un disastro di portata nazionale.

Se supponiamo che al posto della Russia, ci sia uno dei poteri emergenti d’oggi; se supponiamo che al posto del professor Persikov ci sia uno dei più illustri bistrattati onorati e traditi nonché innocenti esuli di questo secolo e, se supponiamo anche che l’omertà d’oltreconfine abbia qualche spazio in una delle più grosse organizzazioni intergovernative, il gioco è fatto… e la favola fantascientifica (fantapolitica?), ma non troppo, delle uova fatali, diventa fin troppo moderna.

Il grottesco sorriso di Bulgakov va, suo malgrado, sempre di moda.

Antonella Beccari / Antologia X