Wuz n. 7, settembre 2002

Paolo Tonini

Le prime edizioni

di Marinetti

La conquête des étoiles (Paris, Éditions de la Plume, 1902) è il primo libro di Filippo Tommaso Marinetti (per l’anagrafe Filippo Achille Emilio Marinetti, Alessandria d’Egitto 1876, – Bellagio, 1944). Il titolo è già il programma di ogni avanguardia, e sia pure di quell’“assalto al cielo”, parola d’ordine del Movimento ’77 scritta sui muri del Dams a Bologna. La conquista delle stelle passa per le strade di una città di Sant’Elia, è reclamizzata da Depero o Prampolini, indossa un abito di Balla, la tuta di Thayaht, la cravatta in acciaio di Di Bosso; ha i colori di Boccioni, i suoni metafisico-industriali di Russolo e ostenta un sano disprezzo del pubblico: “A che pro presentarmi al pubblico? – Diranno i miei amici… Marinetti è presentato a tutti i pubblici d’Europa, che lo conoscono perfettamente in tutti i suoi svariati atteggiamenti, sorprendenti, spavaldi, temerari, ma sempre sinceri. […] Ringrazio le forze che presiedettero alla mia nascita e alla mia adolescenza, perché mi hanno, fino ad oggi, evitata una delle peggiori disgrazie che possano capitare: la Monotonia. Ebbi una vita tumultuosa, stramba, colorata. Cominciai in rosa e nero; pupo fiorente e sano fra le braccia e le mammelle color carbone coke della mia nutrice sudanese. Ciò spiega forse la mia concezione un po’ negra dell’amore e la mia franca antipatia per le politiche e le diplomazie al lattemiele”. Così Marinetti nella sintetica autobiografia che apre Scatole d’amore in conserva (Roma, Edizioni d’Arte Fauno, 1927; p. 8). Libro bellissimo a cominciare dalla sovraccopertina dai colori sgargianti giallo blu rosso, dove campeggia una confezione semiaperta di Estratto d’Amore, che pare carne in scatola e non si può non pensare a Andy Warhol e alla Pop Art. Ci sono le illustrazioni di Ivo Pannaggi, compreso il famoso ritrattino di Marinetti che compare forse qui per la prima volta (o su uno degli almanacchi letterari Mondadori poi divenuti Bompiani di quegli anni?) e quei racconti crudeli e sensuali, unici nella letteratura erotica per la loro difesa dell’amore senza fronzoli contro la raffinatezza delle perversioni, della seduzione e dei preliminari: rivoluzionari in arte, conservatori in amore. Scatole d’amore in conserva, appunto. Ma tornando all’autobiografia: fra le altre cose, si scopre che in collegio (il collegio dei Gesuiti francesi Saint François Xavier in Alessandria d’Egitto) Marinetti giocava freneticamente bene al calcio, che la sua adolescenza tesa fra la sensualità e il misticismo si concluse con l’espulsione dal collegio per avervi introdotto i romanzi di Zola, che per disperazione il padre lo mandò a Parigi non sopportando lui, avvocato, l’idea di avere un figlio poeta, e che fu interventista, fascista, volontario in guerra e a Fiume con Gabriele D’Annunzio, insieme ad altri poeti e squadristi, comunisti e anarchici, pazzoidi e scalmanati di ogni risma: “Chi Fiume ferisce di Fiume perisce” campeggia a lettere nere su fondo bianco su uno striscione/volantino di carta, lungo circa un metro, un cimelio firmato “D’Annunzio” che avrebbe potuto pensare Marinetti. Del resto la sua passione rivoluzionaria di tutti i colori è documentata anche da una poesia dedicata ai dinamitardi russi del 1905, pubblicata sul numero unico 1898 (Milano, 1908), introvabile fascicolo che commemorava la rivolta operaia di Milano repressa con 100 morti dal generale Bava Beccaris – e aveva una mano insanguinata per copertina.

Proprio a Gabriele D’Annunzio è dedicato il secondo libro di Marinetti, Gabriele d’Annunzio intime (Milano, Edizioni del Giornale Verde e Azzurro, 1903). Il titolo in copertina è in italiano, ma il frontespizio e il testo sono in francese, e la copertina è una caricatura a colori firmata Enrico Sacchetti. Se l’ammirazione per l’immaginifico non sorprende, sorprende invece la massima considerazione per Giovanni Pascoli espressa nell’altro libro dedicato a D’Annunzio, cinque anni più tardi, Les Dieux s’en vont, d’Annunzio reste (Paris, Bibliothèque Internationale d’Edition E. Sansot & C.ie, 1908), con 11 illustrazioni originali al tratto di Ugo Valeri: “‘Mais il y a des aurores qui ne sont pas encore nées!’ Gabriele D’Annunzio veut peut-être dire par là qu’il ne voit pas autour de lui un rival ou un remplaçant vraiment digne d’exprimer l’âme de la peninsule italique. Il oublie Giovanni Pascoli, le plus grand poète italien vivant, qui ne tardera pas à être consacré poète national de l’Italie contemporaine. Qui sait?

…Car Giovanni Pascoli n’a pas le charme de D’Annunzio. Nous chercherions vainement dans son oeuvre ces poèmes luisants, ciselés et polis comme des bijoux, cette fausse verdure décorative, ces idées malades et plaintives sous les poids des richesses inutiles, cette roulette de banalités, ces rastas et cocottes qui font de l’oeuvre du divin Gabriele le Monte-Carlo de toutes les littératures. Giovanni Pascoli, qui ne sait pas sourire aux croupiers, aura-t-il, malgré tout, une chance durable au trente et quarante de l’immortalité? (p. 201). E a cominciare da Montale il debito più o meno confessato dei poeti italiani del Novecento nei confronti di Pascoli gli diede ragione. Critica letteraria a parte, perché Marinetti pubblicò “une oeuvre imprégnée d’aromates funèbres” come La Momie Sanglante (Milano, Edition du Journal Verde e Azzurro, 1904) proprio in occasione delle nozze dell’amico Guglielmo Anastasi? Naturalmente per ricordare la raffinata eleganza degli antichi Egizi, “qui n’admettaient point de festin sans squelette, ou sans un emblème quelconque de la brièveté de la vie”. La morte altra faccia dell’amore, guarda caso è il tema costante della poesia di Pascoli e lo sarà poi anche per Marinetti ma in una prospettiva opposta e stravolgente, quella della guerra sola igiene del mondo.

Ma tornando alla rivoluzione: che questa dovesse essere colorata di rosso ma non lo fosse abbastanza per poter cambiare il mondo pare evidente in Le Roi Bombance (Paris, Société du Mercure de France, 1905), dove un popolo affamato divora il re e poi lo riporta in vita vomitandolo. “Ma noi facciamone un’altra” avrebbe risposto Nanni Balestrini – per tornare agli anni Settanta – di fronte a questa come a tante altre rivoluzioni tradite, fallite o apparenti. Ed è la stessa che diede Marinetti con il Manifesto del Futurismo (1909) che inaugurò in francese dalle colonne del “Figaro” la prima e italiana di tutte le avanguardie. E il primo libro dichiaratamente futurista – il primo dei più folli improbabili eroi, è Mafarka le futuriste (Paris, E. Sansot & C.ie, 1909, ma 1910 in copertina), il re africano che partorisce senza il concorso della donna il figlio Gazurmah, “uccello invincibile e gigantesco, che ha grandi ali flessibili fatte per abbracciare le stelle” – Marinetti lo dedica ai fratelli futuristi: “Grands poètes incendiaires! O mes frères futuristes! Gian Pietro Lucini, Paolo Buzzi, Federico De Maria, Enrico Cavacchioli, Corrado Govoni, Libero Altomare, Aldo Palazzeschi! Voici le grand roman boute-feu que je vous ai promis… (p. VII). Tutti nomi notissimi, tranne quel Federico De Maria, che nel 1908 aveva pubblicato in pochi esemplari La leggenda della vita. Poema libero, ristampato dalle Edizioni di Poesia nel 1909, nella cui introduzione intitolata La mia estetica aveva dichiarato: “Non esiste fra gli uomini né la verità né la morale, né la religione, né la scienza, né niente di tutte le formule e i trattati arbitrarii che vanno comunemente sotto il nome di universali” (p. 7). Musica per orecchie futuriste. E infatti Marinetti sarà testimone di nozze di De Maria un paio d’anni dopo. Ma Mafarka non piacque ai benpensanti e ai giudici: sequestrato, processato per oltraggio al pudore e assolto clamorosamente per la strenua difesa di alcuni intellettuali fra cui Luigi Capuana, fu condannato poi in Appello e Cassazione. Marinetti risponde al pubblico scandalizzato da Mafarka con Uccidiamo il chiaro di luna! (Milano, Edizioni Futuriste di Poesia, 1911) già pubblicato nella rivista “Poesia” n. 7/8/9 (1909) e ristampato come libretto a se stante, con una bella copertina arancione: “Vogliamo che i nostri figliuoli seguano allegramente il loro capriccio, avversino brutalmente i vecchi e sbeffeggino tutto ciò che è consacrato dal tempo! […] È perciò che noi oggi insegniamo l’eroismo metodico e quotidiano, il gusto della disperazione, per la quale il cuore dà tutto il suo rendimento, l’abitudine all’entusiasmo, l’abbandono alla vertigine […].

Bisogna che gli uomini elettrizzino ogni giorno i loro nervi ad un orgoglio temerario! Bisogna che gli uomini giuochino d’un tratto la loro vita […], bisogna che l’anima lanci il corpo in fiamme, come un brulotto, contro il nemico, l’eterno nemico che si dovrebbe inventare se non esistesse!” (pp. 5-6).

Futurismo nuova visione del mondo che abbraccia tutte le arti e tutti i popoli e che non può non sconfinare nella politica. Il primo esempio è forse quel Proclama futurista a los españoles, (Madrid, Prometeo, 1911), plaquette di 16 pagine nella traduzione di Ramón Gómez de la Serna, sotto lo pseudonimo di “Tristan”, una rara edizione originale: “El progreso de la España contemporánea no podrá verificarse sin la formación de una riqueza agricola y de una riqueza industrial […].

Es necesario para esto, estirpar de un modo total y no parcial el clericalismo y destruir su corolario, colaborador y defensor, el carlismo. La monarquía, talentudamente defendida por Canalejas está en camino de hacer esta bella operación quirúrgica. Si la monarquía no llega a llevarla a cabo, si muestra de parte de su primer ministro debilidad o traición, será el momento de la república radical-socialista con Lerroux y Pablo Iglesias, que harán una incisión profunda y quizás definitiva en la carne leprosa del país” (pp. 11-12).

Sono gli anni in cui Marinetti inventa il paroliberismo e insieme elabora il concetto di “guerra sola igiene del mondo”. L’esperienza di corrispondente di guerra produce La battaglia di Tripoli (26 ottobre 1911) vissuta e cantata da F.T. Marinetti. A totale beneficio delle famiglie dei Morti e feriti in Guerra, (Padova, Tip. Elzeviriana, 1912). Di questo testo uscirono contemporaneamente nel 1912 altre due edizioni, una versione italiana e una francese per le Edizioni di Poesia, precedute dal manifesto Guerra sola igiene del mondo, non riportato nell’edizione di Padova che “si ritiene sia la prima edizione” (Claudia Salaris, Bibliografia del futurismo, Roma, Il Vascello, 1988, p. 46). Il testo era apparso per la prima volta in una serie di articoli su l’“Intransigéant” di Parigi (25, 26, 27, 28, 29, 30, 31 dicembre 1911). Ma Zang Tumb Tuuum. Adrianopoli ottobre 1912. Parole in libertà (Milano, Edizioni Futuriste di Poesia, 1914) è l’opera in cui si esprime con maggior intransigenza il paroliberismo.

Il libro ha per argomento la prima guerra balcanica, ma è una guerra-festa, un’orgia dionisiaca. Ha una copertina gialla, con il motivo tipografico Zang Tumb Tuum che la interessa tutta, dorso e retro compresi, all’interno parole in libertà disposte nei modi più svariati e leggibili secondo diverse prospettive: al mondo non si era mai vista né scritta una cosa del genere. Le conseguenze teoriche di questa pratica si trovano nel fondamentale Les mots en liberté futuristes, (Milano, Edizioni Futuriste di Poesia, 1919):

Les mots en liberté sont une expression absolument libre de l’univers en dehors des prosodies et des syntaxes, une nouvelle façon de voir et sentir les choses, une mésuration de l’univers comme addition de forces en mouvement. Ces forces s’entrecroisent dans notre ‘moi’ conscient et créateur qui les note rigoureusement par tous les moyens d’expression possibles (pp. 11-12).

Ed è del 1915 Guerra sola igiene del mondo (Milano, Edizioni Futuriste di Poesia, 1915), che raccoglie testi dal 1908 al 1915, allo scopo di propagandare l’interventismo: fra manifestazioni, scazzottate, arresti e soggiorni in carcere Marinetti trova il tempo di tradurre Stéphane Mallarmé per la prima volta in Italia: Mallarmé. Versi e prose (Milano, Istituto editoriale Italiano, 1916 ca.) nella collana dei minuscoli “Breviari intellettuali” (n. 24). Poi partirà per il fronte. Ed è al fronte, durante la degenza nell’ospedale di Udine, che per lo svago dei militari in trincea, ma con un occhio ai timidi e un po’ introversi poeti e dandies collaboratori alle infinite riviste e rivistine d’avanguardia, Marinetti scrive Come si seducono le donne, (Milano, Edizioni dell’Italia Futurista, 1917). Ne uscirono due edizioni, di cui la seconda nel 1918, con due diverse copertine, a dimostrarne il successo: “Cosa bisogna avere per sedurre tante donne? Avere tutte le qualità di un futurista italiano. Corpo agile, forte, aggressivo. Muscoli militarizzati. L’eleganza e i capelli meravigliosi di Bruno Corra, oppure la calvizie elettrica di Marinetti. Potente vitalità. Tutta la scala dei semitoni nella voce maschia. […] Il denaro necessario per prendere una carrozza o un’automobile di piazza e affittare una camera d’albergo. Forti attitudini oratorie.

Ingegno novatore. Saper dare uno schiaffo decisivo a tempo e soprattutto coraggio, coraggio, volontà, coraggio, coraggio. Non essere mai pedante, professorale, culturale. […] Odiare i mezzi termini. Considerare la donna come una sorella del mare, del vento, delle nuvole, delle pile elettriche, delle tigri, delle pecore, delle oche, dei tappeti, delle vele. Non mai considerarla come sorella delle stelle… Hanno tutte un’anima, dipendente però dalla lunghezza dei loro capelli, fili conduttori dell’uragano. Pensano, vogliono, lavorano; preparano anch’esse il progresso intellettuale dell’umanità. Ma sono tutte fondamentalmente recettive. Amano, sentono colui che le desidera con maggiore volontà, con maggiore prepotenza d’istinto. Adorano la forza del più coraggioso, del più eroico. Eroismo: ecco l’afrodisiaco supremo della donna!” (pp. 139-140). Con lo stesso scopo, e in collaborazione con Bruno Corra, Marinetti pubblica nel 1918 L’isola dei baci. Romanzo erotico-sociale, (Milano, Studio Editoriale Lombardo, 1918). “È un libro che volta le spalle con risoluta disinvoltura a tutte le noiose e gravose persone le quali dedicano solitamente la loro attività alle cose letterarie: scrittori, giornalisti, filosofi, critici, pensatori, intenditori d’arte.[…] Per le stesse ragioni per le quali dispiacerà alle persone di lettere questo libro piacerà agli altri, a quelli che sono lontani dalla letteratura. Sarà letto con simpatia da ufficiali, da professionisti, da studenti, da industriali, da signore. Con simpatia e con disinvoltura: senza pedanteria. […] Esso è, in complesso, un pezzo di vita. Può quindi essere veramente capito soltanto da chi ama la vita più della letteratura, da chi ama le discussioni, le risate, le burle, le conversazioni, le sassate, le polemiche e le ubbriacature più che non le parole stampate. Noialtri autori ci siamo divertiti immensamente a scriverlo. Lo abbiamo scritto senza annoiarci e senza affaticarci…” (dall’introduzione di Bruno Corra, Questo libro mi piace, pp. 8-10).

Dopoguerra. Uno sviluppo del paroliberismo è 8 anime in una bomba. Romanzo esplosivo (Milano, Edizioni Futuriste di Poesia, 1919), dove Marinetti fa una sorta di autoritratto psichico individuando come componenti otto anime. Queste, unendosi in una miscela esplosiva e racchiuse in una bomba di 92 chili, ditta Marinetti, esploderanno contro “lo stesso lurido minestrone austro-tedesco pieno di colera pidocchi preti moralisti spie professori e poliziotti”. Ecco le otto anime a cui corrispondono otto capitoli stampati in corpo e carattere diverso: Eroismo spensierato, Allegria sedutrice, Potenza artistica, Italianità duttile brutale guerriera sfottente, Lussuria, Nostalgia sentimentale, Genio-rivoluzione, Purezza. Ma il paroliberismo non è soltanto o esclusivamente una rivoluzione tipografica e un modo di esprimere la simultaneità degli stati d’animo, ma anche e soprattutto una liberazione della parola dagli schemi del narrare tradizionale. Gli indomabili (Piacenza, Edizioni Futuriste di Poesia della Società Tip. Editoriale Porta, 1922), senza particolari sorprese tipografiche, prefazione a parte, le cui pagine sono numerate con lettere dell’alfabeto dalla A alla Q, è il libro che inaugura, dopo la poesia, il romanzo parolibero: “Come definire Gli indomabili? Romanzo d’avventure? Poema simbolico? Romanzo fantastico? Fiaba? Visione filosofico-sociale? – Nessuna di queste denominazioni può caratterizzarlo. È un libro parolibero. Nudo crudo sintetico. Simultaneo policromo polirumorista. Vasto violento dinamico. Certo lo avevo nelle mie vene libere e nei miei liberi muscoli quando giocavo bambino nudo coi monelli negri nudi sulle dune roventi di Ramleh. […] Avevo certamente nelle vene gl’Indomabili durante il mio ultimo viaggio nell’Alto Egitto. Ma la concezione di questo poema parolibero mi assalì il cervello nel dormiveglia di un mattino di settembre, qualche giorno dopo aver compiuto L’alcova d’acciaio, ad Antignano. – Sulle officine livornesi occupate dagli operai garrivano bandiere rosse. Ma sembravano grigie sulla bianca scarlatta risata negra del mare ispiratore” (pp. E-F). Ecco come brevemente lo riassume Luciano De Maria:

Gli Indomabili rappresentano la vetta suprema di Marinetti prosatore ‘tradizionale’: da consumato allegorista egli dispiega in quest’opera il virtuosismo di uno stile maturo, non per nulla passato attraverso le più varie esperienze, uno stile a più registri, ora diretto, immediato, ora letterario e prezioso; ora intinto di spezzature brutali, ora soffuso di musicali delicatezze. […] La prosa degli ‘Indomabili’ regge il confronto con la miglior prosa d’arte del tempo. In un’isola vulcanica, sotto il cocente sole tropicale, un centinaio di uomini incatenati, gli Indomabili, nudi ma ‘irti di punte come istrici’, e cinti di cosciali, frontali e collari di ferro, giacciono in una fossa guardati a vista da carcerieri negri museruolati. Ferocia, sangue, violenza sono gli attributi di questi uomini-belve che vengono nutriti dai carcerieri negri con pezzi sanguinolenti di bufali e pecore squarciati al momento e che gli Indomabili abbrancano a volo con la punta del frontale. […] Col declinare del sole la furia belluina degli Indomabili s’acquieta: essi vengono liberati dai negri, ai quali, a loro volta, viene tolta la museruola dai Cartacei, signori dell’isola. […] Gli Indomabili vengono condotti, come ogni sera, nell’‘ombra affascinante e materna dell’Oasi’. […] Si giunge infine al Lago della Poesia e del Sentimento, dove gli Indomabili e i loro carcerieri si bagnano, mondandosi dai resti della passata ferocia. […] Continuando il cammino gli Indomabili giungono alla città dei Cartacei. Il romanzo cambia registro e assume coloriture avveniristiche. […] La città è in subbuglio: ferve la rivolta dei fluviali che si oppongono ai cartacei, loro dominatori. Mirmofim, uno degli Indomabili, si pone a capo dei Fluviali: ma il fiume rivoluzionario travolge gli Indomabili che, per salvarsi, sono costretti a fuggire attraverso l’Oasi e a tornare all’arsione della loro fossa dove giaceranno di nuovo incatenati” (Luciano De Maria, in F.T. Marinetti, Teoria e invenzione futurista, Milano, Mondadori, 1983, pp. LXXXIII – LXXXVI).

Amori futuristi. Lussuria – Velocità (Milano, Modernissima Casa Editrice Italiana, 1921), è la traduzione italiana de La ville charnelle (Paris, Sansot, 1909), ma con una straordinaria copertina a colori di Achille Funi, mentre un’edizione originale è Gli Amori Futuristi. Programmi di vita con varianti a scelta (Cremona, Casa Editrice Ghelfi, 1922), di cui escono tre differenti versioni della copertina, una con la foto dell’autore e una con la dicitura “romanzo”. Programmi di vita e non semplici racconti, modelli di avventure possibili suscettibili di diversi esiti, che suggeriscono diverse prospettive per trovare nella vita quotidiana e non altrove, soprattutto non nella letteratura, la bellezza del vivere e dell’amare. Ma c’è un altro motivo per il quale il libro ha un valore documentario non indifferente: a pagina 108 si trova una bestemmia contro Dio, ed è la prima bestemmia a stampa nella storia della letteratura italiana.

Dimessosi dalla direzione del “Fascio milanese”, finito il tempo delle risse e iniziato quello del burocratismo vincitore delle elezioni, Marinetti pubblica Futurismo e Fascismo (Foligno, Franco Campitelli Editore, 1924), raccolta completa di manifesti e testi pubblicati precedentemente, che di fatto rivendica al Futurismo il carattere rivoluzionario di cui il Fascismo sarebbe solo una prima realizzazione politica: “Vittorio Veneto e l’avvento del fascismo al potere costituiscono la realizzazione del programma minimo futurista. Questo programma minimo propugnava l’orgoglio italiano, la fiducia illimitata nell’avvenire degli italiani, la distruzione dell’impero austro-ungarico, l’eroismo quotidiano, l’amore del pericolo, la violenza riabilitata come argomento decisivo, la religione della velocità, della novità, dell’ottimismo e dell’originalità, l’avvento dei giovani al potere contro lo spirito parlamentare, burocratico, accademico e pessimista. Il Futurismo italiano, tipicamente patriottico, che ha generato innumerevoli futurismi esteri, non ha nulla a che fare con i loro atteggiamenti politici, come quello bolscevico del Futurismo russo divenuto arte di Stato…” (p. 16).

La conquista delle stelle doveva essere rimandata a tempi migliori. Bisognava accontentarsi del cielo e forse è questa la ragione di quel Primo dizionario aereo Italiano (Milano, Editore Morreale, 1929), redatto in collaborazione con il pilota futurista Fedele Azari, morto suicida nel 1930, la cui copertina anteriore è meno importante del retro, dove la composizione tipografica dei nomi degli autori, del titolo e dell’editore simula la sagoma di un aeroplano vista dall’alto. Non è affatto un caso che sia dello stesso anno il Manifesto dell’Aeropoesia.

Sempre del 1929 è la prima collaborazione con Bruno Munari: Il suggeritore nudo (pubblicato sulla rivista “COMOEDIA”, Anno XI/XII, 15 dicembre 1929 – 15 gennaio 1930), con 5 illustrazioni originali al tratto di Munari. Questo fascicolo vale un libro. Mario Applausi Marinetti, personaggio senza autore, rivendica per sé ogni libertà possibile: “Non vogliamo più suggeritori. Vivremo meglio senza consigli, senza prudenze, senza il già fatto e senza il già scritto”. Abolire la differenza fra personaggio e autore, autore e pubblico. Così nel 1930 le Novelle con le labbra tinte. Simultaneità e programmi di vita con varianti a scelta (Milano, A. Mondadori Editore, 1930) trasferiscono con tranquillo menefreghismo al lettore la responsabilità dell’autore: “Noi vogliamo invece una letteratura che dica al lettore: infischiati di ciò che fu! Ciò che fu ha sempre torto! Scegli, trova, decidi, fai e domina ciò che sarà! Io ho inventato e pubblicato 11 anni fa (1919) i primi saggi di un nuovo genere letterario e nuovo divertimento spirituale: il Programma di Vita, proposta allegra, multiforme, drammatica e balzante di fatti da compiere, di emozioni da provare e di spasimi da godere con una centuplicata fede nella bellezza della vita. […] Concludendo: questi Programmi di Vita con Varianti a scelta velocizzeranno, alleneranno alla simultaneità, sprovincializzeranno lo spirito del lettore con una sana ginnastica extralogica, e lo rinvigoriranno di ottimismo artificiale, divertendolo” (pp. XVII-XVIII).

La sera dell’otto marzo 1931 si inaugura a Torino, in via Vanchiglia 2, la Taverna di Santopalato e Marinetti pubblica per l’occasione una preziosa plaquette: Santopalato. Taverna Futurista […]. Inaugurata da S.E. Marinetti, decorata da Diulgheroff e Fillia. […] Proprietari: Giachino e Bosio (Torino, Anonima Roto-Stampa, s.d., ma 1931), con uno strepitoso fotomontaggio in bianco e nero al frontespizio di Nicola Diulgheroff e 6 tavole pubblicitarie n.t., sempre di Diulgheroff, per l’Amaro Cora. La plaquette contiene il testo di Marinetti La cucina futurista e il menu Lista del primo pranzo futurista con piatti ideati da Fillia, Saladin, Diulgheroff, Prampolini, Mino Rosso. Ne escono contemporaneamente due versioni, entrambe rarissime: una in brossura con la scritta “Santopalato” in nero in verticale su fondo bianco, l’altra con una copertina muta in alluminio. A riprova dell’importanza del tema gastronomico, l’anno successivo esce La cucina futurista (Milano, Sonzogno, 1932). Ecco l’indice: 1) Un pranzo che evitò un suicidio; 2) Manifesti – Ideologia – Polemiche; 3) I grandi banchetti futuristi; 4) I pranzi futuristi determinanti; 5) Formulario futurista per ristoranti e quisibeve; 6) Piccolo dizionario della cucina futurista. E Marinetti spiega: “Contrariamente alle critiche lanciate e a quelle prevedibili, la rivoluzione cucinaria futurista, illustrata in questo volume, si propone lo scopo alto, nobile ed utile a tutti di modificare radicalmente l’alimentazione della nostra razza, fortificandola, dinamizzandola e spiritualizzandola con nuovissime vivande in cui l’esperienza, l’intelligenza e la fantasia sostituiscano economicamente la quantità, la banalità, la ripetizione e il costo.

Questa nostra cucina futurista, regolata come il motore di un idrovolante per alte velocità, sembrerà ad alcuni tremebondi passatisti pazzesca e pericolosa: essa invece vuole finalmente creare un’armonia tra il palato degli uomini e la loro vita di oggi e di domani” (p. 5).

Nello stesso anno Marinetti pubblica un capolavoro tipografico più audace del “libro imbullonato” di Depero, che tanto aveva impressionato Kurt Schwitters e la Bauhaus: Parole in libertà futuriste tattili termiche olfattive (Lito-latta, Savona – Roma, Edizioni Futuriste di Poesia, 1932), con copertina, grafica e impaginazione di Tullio d’Albisola, la “prima” latta (la “seconda” sarà quella del 1934 illustrata da Munari, poesie di Tullio d’Albisola), cosiddetta perché i fogli sono proprio di latta e rotanti sul tamburo che costituisce il dorso: il libro italiano del Novecento più cercato al mondo, il più costoso, il più pazzesco e si capisce. Cento esemplari, con una custodia anche più rara del libro, e le parole in libertà che sembrano trovare su quella superficie di latta colorata la loro dimensione naturale.

"Nel 1929 Marinetti lanciava il manifesto dell’aeropoesia e nel 1935 pubblicava in volume una sontuosa esemplificazione di questo nuovo genere poetico: L’Aeropoema del Golfo di La Spezia. Tra le parole in libertà e l’aeropoesia non esiste di fatto soluzione di continuità: questa è la prosecuzione di quelle […]. L’allargamento dei contenuti e la riconquista della sintassi vengono da Marinetti codificati nella teorizzazione dell’‘accordo simultaneo’ che dovrebbe essere ‘un seguito di corte verbalizzazioni essenziali sintetiche di stati d’animo diversi parole in libertà che senza punteggiatura e con un forte contrasto di tempi di verbi raggiungono il massimo dinamismo polifonico pur rimanendo comprensibili e declamabili’. […]

Si assiste nel poema ad una vera e propria orgia del tipico descrittivismo marinettiano: l’aeropoema è tumido d’immagini barocche che svariano a volte in un delicato rococò […]. Si riscontra altresì nel poema il già noto animismo marinettiano, che si estrinseca nella guerra vissuta ludicamente, e ancora una volta, nell’allegoria di una battaglia aerea e navale tra futurismo e passatismo” (Luciano De Maria, in F.T. Marinetti, Teoria e invenzione futurista, Milano, Mondadori, 1983: pag. XCV). L’aeropoema del Golfo della Spezia (Milano, A. Mondadori, 1935), non è oggi un libro raro, né ricercato, da qui il suo basso costo sul mercato antiquario. Eppure è un libro indispensabile in una collezione di libri del Novecento – non solo futurista, tanto quanto Il Poema Africano della Divisione “28 Ottobre” (Milano, A. Mondadori, febbraio 1937), che “è il primo grande poema di quella simultaneità perfetta propagandata da noi in 29 anni di lotte futuriste. Con precisione lo pensai e scrissi in parte sotto il fuoco di molte mitragliatrici abissine imprecise mentre Menin disegnava sulla carta fragori odori colori. […] Quasi tutti gli scrittori subendo più o meno l’influenza mondiale delle nostre parole in libertà e agilità parolibere hanno riconosciuto che fuori dalla sintassi e senza punteggiatura con la varietà di tempi dei verbi e l’aggettivo-atmosfera si ottiene la presenza poetica simultanea dei simultanei stati d’animo d’oggi e di domani. […]

Il poema africano della divisione “28 Ottobre” è chiaro e facile da capirsi e da declamare o cantare. Tutti insieme cantatelo sotto le tende sulle navi e nelle carlinghe della pace guerrata d’oggi e della pacificante guerra di domani agli ordini del Duce Simultaneo. Questo poema segna la vittoria definitiva delle parole in libertà sul verso tradizionale o libero sintattico logico e a chiusure stagne di punteggiatura” (pp. 16-17).

Con l’aeropoesia si aggiungevano altre particolarità alla tecnica di versificazione futurista e Marinetti pubblica a scopo di chiarificazione teorica La tecnica della nuova poesia (Roma, Estratto editoriale da la “Rassegna Nazionale”, aprile 1937). L’opuscolo è di importanza cruciale per uno studio della poetica futurista. Vi sono distinte tre forme di paroliberismo: innanzitutto le Tavole parolibere: “Sono tavole sinottiche di poesia o paesaggi di parole suggestive. È questa la forma più tipica e decorativa” (p. 9); in secondo luogo le Parole in libertà: “Le caratteristiche tecniche sono state dettate da me nel 1912; e sono: a) Distruzione della sintassi. b) distruzione della punteggiatura. c) uso di spazi bianchi per indicare le pause. d) immaginazione senza fili. e) ridare al sostantivo il suo valore tipico e totalitario. f) uso del verbo all’infinito […]. g) uso delle onomatopee rumorismi e segni matematici. h) uso di caratteri tipografici e colori tipografici diversi.

i) uso di parole riplasmate e deformate a scopo rumorista. l) uso di tavole sinottiche […]” (pp. 9-10); infine le Parole in libertà di aeropoesia: “La tecnica di questa espressione sintetica della vita aerea è stata precisata da me in un manifesto. Tra di esse domina ‘l’accordo simultaneo’. L’accordo simultaneo inventato da me è un seguito di corte verbalizzazioni essenziali sintetiche di stati d’animo diversi, parole in libertà che senza punteggiatura, verbi all’infinito, aggettivi-atmosfera a forte contrasto di tempi di verbi raggiungono il massimo dinamismo polifonico aviatorio pur rimanendo comprensibili e declamabili” (pp. 11-12). Anche questo opuscolo non ha un costo elevato, e non è particolarmente ricercato nonostante la sua importanza sia evidente – ma quanti libri del cosiddetto “secondo futurismo” non sono mai stati letti né presi in considerazione.

Sempre del 1937 è Il poema del vestito di latte. Parole in libertà futuriste (Milano, Ufficio Propaganda della SNIA Viscosa, 1937), libro interamente impaginato e illustrato con fotocomposizioni in diversi colori e interventi grafici di Bruno Munari: “Tra le migliori realizzazioni di Bruno Munari figura l’impaginazione e l’illustrazione del Poema del vestito di latte di Marinetti […] che è anche un significativo modello di libro-oggetto futurista.[…]

Munari realizza variabili sovrapposizioni d’immagini, suscettibili anche di effetti cinetici, dove testo, segni grafici e fotografie interferiscono tra loro, fornendo un’esemplare dimostrazione di capacità di rinnovare nella continuità la tradizione della tipografia futurista” (G. Fanelli, E. Godoli, Il Futurismo e la grafica, Milano, Edizioni di Comunità, 1988, pp. 83 e 148). Un libro così, che metteva insieme poesia, fotografia, arte tipografica, arte pubblicitaria e propaganda politica, sarebbe piaciuto a Majakovskij, che non a caso è ricordato da Marinetti nell’opuscolo che pubblica la conferenza dell’11 gennaio 1943 alla Reale Accademia d’Italia, Camicie nere e poeti futuristi combattenti a Sviniuca sul Don (Roma, Reale Accademia d’Italia, 1943): “Nel mio taccuino annotavo la parola nuova ‘mortaiata’ (colpo di mortaio) e frasi indimenticabili di eroi come ‘dammi una sigaretta me ne frego della barella’ detta da una camicia nera a braccio tronco sanguinante e insieme il giudizio della scrittrice svizzera Lehrmann tolto dal suo libro De Marinetti a Majakovskij circa il suicidio di questi che tentò futuristizzare con spiritualità letteraria artistica italiana il bolscevismo” (p. 8).

Scoppia la seconda guerra mondiale mentre Marinetti pubblica Il Poema non umano dei tecnicismi (Milano, A. Mondadori, 1940): “Ora vi consiglio di leggere questo Poema che io chiamo non umano poiché vuole fare a meno del dramma umano, e vi convincerete che si può oggi commuovere e divertire e istruire descrivendo lo sforzo patetico di un latte che smania per acquistare spessore e consistenza tagliabile o quello di una matassa di fili opachi che spasima per raggiungere un indispensabile abbellimento di brilli e lucentezze o anche quello di un lanciabombe nell’aprire varchi alla fanteria incalzante. […] Mentre tutti i poeti della terra continuano più o meno a tornire e impreziosire nostalgie e disperazioni sui versi di Leopardi Baudelaire o Mallarmé da molti anni il Movimento Futurista Italiano esalta nei suoi poeti e nei suoi artisti la speranza di creare una poesia e delle arti non umane cioè estranee alla umanità mediante una sistematica estrazione di nuovi splendori e nuove musiche dai tecnicismi della civiltà meccanica” (pp. 15-16).

Con la guerra, tutta la produzione marinettiana è rivolta alla propaganda e al patriottismo. La guerra, un tempo sola igiene del mondo, diventa vocazione all’eroismo, dimensione di un vivere inimitabile che non poteva certo essere proprio di borghesi, intellettuali e burocrati ma della gente più umile, dei soldati a cui è dedicato per esempio L’Esercito Italiano. Poesia armata (Roma, Cenacolo, 1942), con la copertina a strisce bianche rosse e verdi e la fascetta editoriale che dice “Un inno all’eroismo del soldato italiano senza retorica né piagnistei né pessimismi”, nella cui prefazione Marinetti si proclama il poeta con maggiore esperienza di guerra che sia mai esistito. L’ottimismo e l’ostentata spavalderia sono l’altra faccia della concezione tragica della guerra come necessità e destino, guerra che unisce tutti nello stesso terribile rischio e che sembra la ragione di un ritrovamento della religiosità come unica condizione di una speranza possibile. Non è più il tempo di Zang Tumb Tuum né di pensare “che la guerra è bella anche se fa male”.

E dopo l’8 settembre Marinetti aderirà alla R.S.I., coerentemente con tutto quanto aveva scritto e pensato fino ad allora, pur consapevole della sconfitta e della fine vicina. Questa consapevolezza è evidente nell’opuscolo L’aeropoema di Cozzarini primo eroe dell’Esercito Repubblicano, pubblicato senza indicazione di luogo e data (ma Milano, 1944) per le famigerate Edizioni Erre, le edizioni di propaganda della Repubblica Sociale. Marinetti diceva in quel libro: “Come potremo combattere senza fucili né bombe Abbiamo soltanto questi libri d’aviazione stampati su latta da Mazzotti e Nosenzo per corazzarci il petto…” (p. 17), alludendo proprio ai libri di latta del 1931 e del 1934, e raccomandava: “O futuristi che invocaste trent’anni fa un’ardente alata repubblica originale pregate il buon Gesù che largisca nella strozza del nemico un buon pesce d’aprile a superdentata lisca e nel mio stremato corpo di volontario del fronte russo l’indiscusso lusso di una buona salute sul campo” (p. 23). Sarà l’ultimo libro pubblicato in vita da Marinetti.
I 30° sotto zero del fronte del Don, dove era partito volontario per l’ennesima guerra avevano leso il suo cuore. Ma aveva fatto in tempo a scrivere una poesia: Quarto d’ora di poesia della X Mas. Musica di sentimenti (Milano, Istituto Grafico Bertieri per conto della Casa Editrice Mondadori, s.d., ma 1945). “Reduce dalla campagna di Russia, cui aveva partecipato da volontario nonostante l’età, ormai stanco nel corpo e malato, Marinetti aveva aderito alla Repubblica sociale italiana. […] Nella Repubblica sociale Marinetti vedeva eliminata, secondo i sogni della sua giovinezza, l’odiata monarchia e vedeva riaffiorare quell’elemento socialista che, presente nella concezione politica futurista e nel fascismo delle origini, era stato sotterrato durante il fascismo trionfante.

L’ultima composizione di Marinetti è una vibrante testimonianza poetica di questo stato d’animo. Ma l’immediata occasione esistenziale e politica è trascesa in virtù della profondità del tema che investe impetuosamente l’animo del poeta. Nella composizione, il fenomeno bellico riceve la postrema consacrazione: la concezione erotico-estetica della guerra si tramuta da ultimo in concezione estetico-religiosa e dà luogo a un testo sulla cui effettiva sostanza poetica non dovrebbero esistere dubbi” (Luciano De Maria, in F.T. Marinetti, Teoria e invenzione futurista, Milano, Mondadori, 1983, pp. XCIX-C). La poesia verrà pubblicata in volume, con la riproduzione del testo autografo, dalla moglie Benedetta che nella prefazione, descrivendo il momento della morte, riallaccia idealmente questo libro al primo: “Alla 1 e 20’ del 2 dicembre la sua voce calma mi chiama: «Scusami. Già sveglio ho voluto lavorare troppo intensamente. Ho un po’ d’affanno”. La crisi precipita. Il cuore si bloccava. Mi guardò concentrando nello sguardo una sorprendente potenza di pensiero disperato interrogante, mentre la bocca disegnava non espresso un violento canto alla vita. Dio mi concesse un sorriso per confortarlo. E fu nel cielo della notte lunare. Marinetti lo hai detto alle stelle conquistate a 20 anni con il tuo primo libro il tuo ultimo canto…”.

Ultimo canto, redatto forse per i savonesi “Quarti d’ora di poesia”, appuntamenti settimanali lanciati il 3 aprile 1944 da Giovanni Acquaviva, per dire quel che restava di una immensa e favolosa illusione di lui ventenne a chi in quel momento aveva vent’anni: “Saremo siamo le inginocchiate mitragliatrici a canne palpitanti di preghiere” è il verso conclusivo.

Nessuna eredità, nessun messaggio o testimone da raccogliere: “Io non ho nulla da insegnarvi mondo come sono di ogni quotidianismo e faro di una aeropoesia fuori tempo spazio”.

Nota.

Tra altri ho omesso un libro che non si sarebbe dovuto omettere: Al di là del Comunismo (Milano, Edizioni della Testa di Ferro, n. I, 1920). Sottotitoli: Il cittadino eroico – Scuole di coraggio – Gli artisti al potere – Le case del genio – La vita festa. L’ho omesso perché è il più conturbante e manca a quasi tutte le collezioni. L’ho omesso perché non l’ho mai visto e mi rodo d’invidia pensando a chi ce l’ha. L’ho omesso, infine, perché sarebbe bastato questo libro a raccontare Marinetti. Manca anche al mio amico Filippo – e non ci sarebbe da stupirsi se non perché Marinetti era suo nonno