Wuz n. 5, maggio 2003

Roberto Cicala

Le prime edizioni di

Clemente Rebora

L’uscita recente, dopo lunga attesa, della Bibliografia reboriana per i tipi di Leo S. Olschki è l’occasione per riprendere in mano le rarissime prime edizioni del poeta, stimolati da una non usuale sezione iconografica di frontespizî e copertine inserita dall’editore a testimonianza del valore crescente, tanto letterario quanto antiquario, di quei libri.

Il più prezioso, non soltanto perché rappresenta l’esordio poetico dell’autore ma perché resta il suo capolavoro, è il volume dei Frammenti lirici pubblicati da Giuseppe Prezzolini nella collana della Libreria della “Voce”. Dopo un’anticipazione di quattro frammenti sulla rivista il 12 giugno 1913, il volume è stampato il 15 dello stesso mese dallo Stabilimento Tipografico Aldino di via dei Renai 11 a Firenze. Le 136 pagine contengono 52 poesie, frammenti di un “vasto poema spirituale” (come lo definì Monteverdi), con l’aggiunta di un foglietto di errata corrige incollato sulla penultima pagina. Le correzioni sono derivate anche dall’insoddisfazione di Rebora, instancabilmente in ricerca di sensi ultimi, ma una sua lettera del primo luglio all’editore ci segnala, tuttavia, che “andava bene ‘inezia’ e non ‘inerzia’, come l’errata corrige sostituisce”. Cose che capitano.

Quei Frammenti diventano un tassello fondamentale nel mosaico su cui si fonda l’immagine e il valore dell’intero Novecento poetico italiano (per Contini anche dell’espressionismo europeo). Clemente Rebora li licenzia in un periodo di crisi e di ansia sul suo presente: “Scuole tecniche (concorsi annullati), altro che liriche!” scrive a Prezzolini all’inizio di marzo del 1913. Trova difficoltà ad avere una cattedra dopo la laurea in lettere nella sua rumorosa e dinamica Milano, la città dove è nato nel 1885 e che nell’opera è contrapposta simbolicamente al silenzio dei laghi e alla maestosità delle Alpi.

Ancora qualche settimana prima della stampa, pensa ad altri titoli per la sua raccolta, come Il guinzagli del Veltro (come dire, la quotidianità dell’eterno, il contrastato fulcro della sua poetica: “L’egual vita diversa urge intorno; / cerco e non trovo e m’avvio / Nell’incessante suo moto…” recita l’incipit del primo frammento), oppure Chicchi dell’immenso, La sponda e il mare, Nei duri margini, Nel tempo vorace… Arriva poi a voler stracciare il manoscritto, ma il pericolo è sventato quando Prezzolini scioglie le sue riserve, tanto che il ventottenne poeta lo ringrazia “profondamente dell’aiuto pratico che dài ai miei versi impratici”. Non mancano, però, richieste grafiche da parte del giovane Rebora: dai “caratteri tondi più grossi” al colore per la copertina (“in queste cose m’impunto come un somarello: escluderei tipicamente il verde, il bigio, il rosso terra di siena”) per decidere alla fine che “l’intitolazione sia tutta in nero”. Ma, dal momento che deve acconsentire a un contributo da versare alle edizioni della Libreria della “Voce”, che sarà fissato in 400 lire, pensa anche al prezzo di copertina: “3 franchi è troppo?” scrive a Prezzolini, il quale confermerà stampando sulla quarta di copertina “lire tre”.

Il libro circola e non passa inosservato (ne scrivono poi Cecchi, Boine e Serra), anche in Francia, e illuminano una giovinezza intellettualmente intensa in amicizia con figure come Antonio Banfi, Angelo Monteverdi, Michele Cascella e Sibilla Aleramo (l’Emanuele Orengo del romanzo Il frustino è proprio Rebora e a lui si deve il titolo), con un legame affettivo con la pianista russa Lydia Natus; con lei potrà avvicinarsi alla lingua di Andreev, Tolstoj e Gogol’ e tradurre loro opere successivamente a un grave trauma nervoso provocato dall’esplosione di un obice da 305 durante la Grande Guerra, da cui uscirà con l’emblematica diagnosi di “mania dell’eterno”: del primo tradurrà Lazzaro e altre novelle nel 1919 per Vallecchi, del secondo La felicità domestica l’anno dopo per La Voce nella collezione “Il libri per tutti” e del terzo nel 1922 (l’anno in cui la milanese Bottega di Poesia pubblica un’edizione di lusso di 562 esemplari con disegni e fregi di Alberto Salietti dell’anonimo di lingua inglese Gianardana) esce Il cappotto per le edizioni del “Convegno”.

Nello stesso anno 1922 e per gli stessi tipi della rivista milanese escono i Canti anonimi raccolti da Clemente Rebora, nove poesie dedicate a Romano Guarnieri con una Nota iniziale: “Queste liriche appartengono a una condizione di spirito che imprigionava nell’individuo quella speranza la quale sta ormai liberandosi in una certezza di bontà operosa, verso un’azione di fede nel mondo, esse ne sono testimonio e pegno di assoluzione”.

Il libro non ha fortuna critica immediata, pur uscendo in anni in cui il giovane poeta è inserito nei Poeti d’oggi di Papini e Pancrazi e, in Francia, nell’Anthologie des poètes italiens contemporains di Chuzeville: ma non appaiono recensioni e dopotutto non si conosce molto di quel periodo in cui Rebora è disinteressato a qualsiasi promozione personale o istituzionale ed è perciò attivo soltanto in una dimensione “anonima” – la stessa che torna nel titolo della raccolta – come bisogno di non emergere sugli altri, ma di aiutare tutti, attraverso la cultura, a far affiorare dal profondo un’essenza e un valore che indistintamente tutti possiedono. Per questo si dà a conferenze itineranti e incontra Guarnieri e l’ambiente del “Convegno” fondato nel 1920 da Enzo Ferrieri: sulla rivista apprendiamo che nel 1922 tiene una conferenza su Mazzini e la tradizione profetica e altre ne seguono nel circolo che nacque a fianco del periodico, con sale e biblioteca a Palazzo Gallarati-Scotti.

L’ultima poesia dei Canti anonimi è la celebre Dall’imagine tesa: “Vigilo l’istante / Con imminenza di attesa – / E non aspetto nessuno / […] / Verrà d’improvviso, / Quando meno l’avverto. / […] / Verrà, forse già viene / Il suo bisbiglio”. Crescono i suoi interessi religiosi (che si innestano nella sua profonda fede mazziniana) e avverte l’urgenza di un impegno sociale, anche nell’insegnamento, sempre più filantropico, fino ad arrivare alla soglia degli anni Trenta, nella piena maturità, e voler “giustiziar e libri e scritti e carte”, come ricorda nel suo Curriculum vitae lirico, per chiudere una vita e iniziarne un’altra: è quanto avviene, consegnando tutto a uno straccivendolo e facendo la scelta del silenzio e della fede: “La Parola zittì chiacchiere mie”.

Il silenzio editoriale (con un voto segreto di annullamento che si conoscerà soltanto dopo la morte) dura più di venticinque anni, spezzato soltanto dalla raccolta delle Poesie, con alcune nuove di ispirazione religiosa, edite a cura del fratello, l’anglista Piero Rebora, presso Vallecchi, nel 1947 nella serie grigia di poesia della collana “Letteratura contemporanea”. Intanto un giovanissimo editore, ancora studente in Cattolica, Vanni Scheiwiller, riscopre l’anziano poeta ormai sacerdote rosminiano dal 1936, che vive a Stresa, ammalato. Nella primavera del 1955 (il colophon riporta la data dell’8 aprile) pubblica un lungo inno reboriano, Il Gran Grido – già apparso sulla “Fiera Letteraria” dell’11 luglio 1954 e poi sul fascicolo di gennaio 1955 di “Charitas” – accompagnato da riproduzioni di sculture di Francesco Messina col titolo Via Crucis, quarantottesimo volumetto della serie illustrata delle edizioni All’insegna del Pesce d’Oro, in 1.000 esemplari numerati, nel formato ridotto di cm 7,5 x 10 (con sovraccoperta fotografica che raffigura un particolare del Volto di Cristo dello scultore).

L’8 dicembre dello stesso 1955 esce il fondamentale Curriculum vitae nella collana “Poeti” del Pesce d’Oro, in 550 copie numerate, che riceve il Premio Cittadella. Dall’ottobre di quell’anno il poeta è infermo a letto, ma un’emorragia cerebrale lo aveva colto già tre anni prima. Muore il primo novembre 1957 dopo una passio fisica e spirituale durata venticinque mesi, raccontata da chi gli fu vicino in un volumetto dal titolo Passione di Clemente Maria Rebora con una nota di Eugenio Montale tratta dal necrologio scritto per il “Corriere della sera”: “È un conforto pensare che il calvario dei suoi ultimi anni – la sua distruzione fisica – sia stato per lui, probabilmente, la parte più inebriante del suo curriculum vitae”.

Nel 1956 Scheiwiller aveva fatto uscire il fascicolo, semplicemente un sedicesimo cucito in sella a filo refe, Gesù il Fedele. Il Natale, in 500 esemplari della Stamperia Valdonega e, con la data del 20 settembre e la stessa foliazione, 200 copie non venali della plaquette Canti dell’infermità, accresciuta l’anno dopo, come secondo titolo della nuova collana “Acquario”, in 1.000 esemplari numerati e con una Nota dell’editore (“Vallau, 27 agosto 1957”): “Questo libro io non so se il poeta potrà mai sfogliare sul suo letto d’infermità…”. La copertina riprende l’azzurro-blu del Curriculum e il colore tornerà non a caso per raccoltine di inediti via via ritrovati tra le carte del poeta, che usciranno in anniversari del poeta dopo la prima edizione postuma completa: Le poesie. 1913-1957, a cura di Vanni Scheiwiller, Milano, All’insegna del Pesce d’Oro, [8 dic.] 1961 (Acquario, 11. Opere di Clemente Rebora, 1), pp. 384 (seguirà nel 1982 una nuova edizione con nuova attenzione filologica ai testi e una nota di Gianni Mussini, con una tiratura di ben 2.000 copie).

Torniamo alle raccoltine postume e poco conosciute, molto rare: Aspirazioni e preghiere è del 1963 (con testi editi e inediti, in 1.000 esemplari numerati arabi + 50 in numeri romani su carta azzurra + 150 in numeri romani non venali) ed Ecco del ciel più grande. 7 liriche inedite del 1965 numero 31 della collana “Acquario”.

Intanto Rebora sta crescendo nella considerazione dei critici, della scuola, dei lettori e all’indomani del centenario avviene la consacrazione nell’edizione rilegata della verde “Collezione di poesia” di Garzanti nel 1988 (558 pagine con ricchi apparati di Gianni Mussini, aggiornati nel 1994 per l’edizione tascabile degli “Elefanti” più volte ristampata): un’edizione utile e imprescindibile grazie ai Materiali biobibliografici e critici del curatore pavese che si affianca ancora al benemerito Scheiwiller. L’edizione stimola nuova attenzione, aumentano gli studi, i saggi, le monografie, le biografie sul poeta, si celebrano i primi convegni anche internazionali (a Rovereto, Sacra di san Michele e Stresa) con volumi di atti di riferimento e non mancano ristampe: da La Madonnina nelle edizioni biancovestite e intonse della Locusta nel 1995, alle 100 + 30 copie dei Canti anonimi, con otto incisioni di Enrico Della Torre, tirate da Upiglio a Milano per la cura dello stampatore Alessandro Zanella per i “Cento Amici del Libro”, nel 2000, fino alla prima delle edizioni commentate e fondate sugli autografi ritrovati, il Curriculum vitae, col commento del già citato Mussini e con un saggio di Carlo Carena che ha inaugurato la collana “Lyra” di Interlinea in 999.999 esemplari numerati con la riproduzione di autografi inediti.

Tra inediti e carte ancora da studiare, le prime edizioni di Clemente Rebora emergono ancora dagli scaffali delle librerie antiquarie come frammenti e orme di un cammino lirico e spirituale che è un’avventura e un’ascesi poter ripercorrere, non soltanto per gusto da collezionista. Ogni testo ci aiuta a cogliere il valore dell’opera di un poeta che già nei suoi giovanili Frammenti lirici aveva intuito che la ricerca di libri non è fine a se stessa: “Fra quattro mura di libri e d’ombra, / sopra pagine ingombre, / l’amabil giovinezza / qui s’infosca e si spezza”, perché “dalle pagine ingombre, ottenebrato / il mio volto s’alza a chiedere / la verità della vita”.

Vorrei ricordare sia la collaborazione di Valerio Rossi nello spoglio bibliografico che ha portato alla realizzazione della Bibliografia reboriana edita da Olschki sia l’esistenza di un fondo reboriano presso la biblioteca del Centro Internazionale di Studi Rosminiani di Stresa. Le lettere sono citate dal primo volume dall’edizione curata da Margherita Marchione nel 1976 per le Edizioni di Storia e Letteratura. Segnalo che aggiornamenti e informazioni anche bibliografiche sul poeta sono consultabili sul sito a lui dedicato: http//:www.letteratura.it/rebora.