Wuz n. 3, aprile 200

Armando Audoli

 

Le prime edizioni

di Carlo Linati

 

Carlo Linati non amava particolarmente l‘etichetta di “scrittore lombardo”: la avvertiva stretta, appena giusta, appiccicata con facilità  e indiscrezione. Non amava le etichette in generale, lui, il lariano, il comacino, il lacustre Linati, che, intorno al 1908, fra i tavoli del Savini (location impareggiabile) e in compagnia di una pittoresca “brigatella d‘amici” letterati, non si riteneva lombardo se non per nudità  e secchezza d‘ingegno, per l‘agguerrito e puro modo d‘essere: “Eppure ““ confessò sul finire degli anni Venti, in Memorie a zig-zag ““,1 più ci penso e più son certo che le mie migliori radici d‘artista sono nate là , in quell‘humus d‘inerzia, ma fecondissimo, in quel ceppo di volontà  impotenti a operare insieme, ma dritte, agguerrite e pure. Là  io sentivo, in essenza, tutta la mia Lombardia come l‘amo e l‘intendo io, così prudente e minuziosa, così difficile e costante: questa terra che sogna perfezioni irraggiunte e purità  edeniche, che detesta il frinfrino, la colascionata e il bluff; che si riallaccia più all‘Inghilterra grave che alla Francia spassosa; la Lombardia di Beccaria, di Manzoni, di Cattaneo e di Volta: questi ingegni aspri e disadorni ma che pure riuscirono grandi e universali, sotto gabbani meneghini”.

La Lombardia, dunque, solo in quanto scapigliata indole natia, scintilla prima, stimolo originario a raggiungere altre mete cerebrali, altri traguardi: l‘America lontana, l‘Inghilterra e, soprattutto, l‘adorata Irlanda. Il Linati anglista e americanista dal gusto attento, moderno, dall‘intuizione precoce, il Linati informatore bizzarro e climaterico, il Linati osservatore marginale, saggiatore dai gusti inguaribilmente personali, sembra, oggi, il più resistente alla progressiva rimozione postuma, oltreché il più internazionale. Le sue impressioni critiche, i suoi vagabondi compiacimenti di traduttore, i suoi virtuosismi esegetici su Huxley, Virginia Woolf, Ezra Pound, Liam O‘Flaherty, Lytton Strachey, le sue cadenze intorno a Forster, a Yeats2 (che s‘affrettò a conoscere di persona) e a Joyce (con cui ebbe anche un intenso rapporto epistolare),3 a lady Isabella Augusta Gregory,4 a John Millington Synge,5 a Hemingway, e a quanti altri accesero in lui “la favilla di qualche simpatia segreta”, sono più che mai vividi e vibranti d‘estemporanea esattezza.

Qualcuno,6 poi, ha azzardato altre etichette, parlando di Linati e della sua “vocazione di scrittore all‘aria aperta, di scrittore pellegrino, in quanto i suoi incontri più ispirati con la natura, il paesaggio, gli animali, le donne (elementi fondamentali del suo mondo), avvengono quasi sempre nel corso di passeggiate, specie per quella sua cara terra, lombarda e manzoniana. Gusto di scrittore ‘frammentista‘, di impressionista e diarista lirico, per cui, appunto, le passeggiate, il viaggio, il paesaggio, le soste ed il cammino sono modi di essere e di esprimersi: sono una poetica e, se si vuole, un‘etica”.

Linati frammentista, impressionista, diarista, paesista, elzevirista, memorialista, anglista, ma ““ sempre e comunque ““ lombardo: etichette, marchi definitivi, strani poiché affibbiati a una figura imprendibile, di chiara oscurità  e neppure troppo cara ai bibliofili.

“Certo Linati ““ confessa l‘unico vero specialista, Arturo Della Torre ““7 ha scritto molto, forse troppo, per mestiere, per una incessante scontentezza e per un‘inerte spinta senile, per ‘sport‘ come ammetteva lui stesso [“¦]”.8

La nascita di Carlo Linati, il 25 aprile del 1878, giunse a perfezionare e a ravvivare il quadro borghese e di provincia in cui campeggiavano i suoi genitori: il padre, l‘ingegner Eugenio, uno stimato notabile locale (fu, tra l‘atro, sindaco di Como), e la madre, Margherita Perlasca, figlia di un ricco commerciante di seta che discendeva ““ per linea materna ““ da una nobile famiglia dell‘alto lago. Carlo trascorse l‘infanzia prevalentemente a Rebbio, nella fiabesca e ariosa tenuta familiare. Manifestò un‘immediata, terribile passione per l‘orizzonte aperto, per la solitudine verde e fu uno scolaro costretto, annoiato. Verso il 1890 si trasferì malvolentieri a Milano, con i genitori, in una grande abitazione grigia nei pressi di Porta Orientale. A Milano, Carlo, sportivo frustrato e ammaliato dalle biciclette che fiammeggiavano dalle vetrine dei negozi, odorose per le prime gomme pneumatiche (“nessun profumo di donna amata ““ chiosava ““ ha lasciato un solco più profondo nel mondo dei miei ricordi dell‘odore di para”), subì anche i primi incantamenti d‘arte, caldeggiati dalla famiglia. All‘età  di quindici anni, fu mandato, per la “toscanosa mania” del padre, a passare gli anni del liceo a Prato, nel Convitto nazionale Cicognini, già  famoso per l‘illustre transito scolastico dello “squisito corruttore”, il D‘Annunzio sedicenne dei superbi versi acerbi di Primo vere. Il forte ascendente dannunziano fece stendere a Linati, su un libretto, alcune poesie che gli valsero il suo primo lauro. Ormai, dall‘incubazione poetica, gli era data fuori una specie di “rosolia letteraria”, un‘insaziabile “voglia” di letture, che cominciava a stridere con l‘ambiziosa aspettativa forense del padre e con lo stringente giogo scolastico (un anno fu rimandato in italiano e infine dovette ripetere l‘esame di licenza liceale). Il talento di Carlo era sciolto e versatile, immaginoso, letterario e visivo (studiò disegno con un vecchio pittore pratese). àˆ di quel tempo anche la sua amicizia col cugino Angelo Bonfanti, compagno di frenetiche “logomachie” all‘ombra del gigantesco deodara della villa Linati e di avvincenti imprese cicloturistiche, come quando, nel 1897, compirono insieme una lunga peregrinazione nella Svizzera cent
rale, rientrando in Italia attraverso l‘Engadina e il Tirolo.

Ma il ginnico divoratore di libri si piegò alla proiezione paterna, essendosi iscritto, nel 1899, alla facoltà  di legge dell‘università  di Torino. Si trovò subito a proprio agio, si muoveva bene, da poeta sentimentale, in quella Torino cartesiana e civetta, dai toni di crepuscolo art nouveau, una Torino “dove tutto era così squisitamente vecchiotto, signorile e puro”. Defluito naturalmente (come Gozzano) dalla giurisprudenza alla mitica aula letteraria di Arturo Graf, Linati iniziò proprio a Torino la sua prima collaborazione con un giornale, “Il Venerdì della Contessa”, al quale diede qualche saggio di critica dannunziana. Alcuni versi crepuscolari, dal titolo In nero, apparvero poi sulla rivista milanese “La Gazzetta Letteraria”, nel numero di agosto del 1899. Era una fase di solipsismo egotistico, di fermenti velenosi, di decadenza estetizzante, era il periodo in cui nacque il fruttuoso sodalizio con l‘avvocato e pittore milanese Alberto Bonomi e con il viveur Filippo Tommaso Marinetti. Dal rapporto con Marinetti e Umberto Notari originò l‘avventura giornalistica, economicamente fallimentare, della fondazione del settimanale (e piccola casa editrice) “Verde e Azzurro”, il “più grande giornale del mondo”, che vantava una superficie di poco inferiore al metro quadrato e una carta dal “colore del cielo nostrano”. “Verde e Azzurro: unica grande rivista illustrata del Movimento cosmopolita nelle grandi città , nelle stazioni balneari e climatiche, nei soggiorni estivi ed invernali di mare, di montagna, sui laghi e sulle riviere d‘Italia”: un‘onnicomprensiva e aperitiva lettura belle époque, piena di arte, cultura, macchiette, indiscrezioni e gossip, durata un anno o poco più (il primo numero è del 19 aprile 1903), oggi rara e ricercata sul mercato antiquario. L‘attività  letteraria di Linati cominciava a prendere il largo. La stentata laurea in giurisprudenza, conseguita all‘università  di Parma nel 1906, illuse appena l‘ingegner Eugenio: l‘edipica rottura ““ e il conseguente scatto del figlio da borghese coccolato a bohémien in piena regola ““ non tardò molto, dal momento che Carlo non ne voleva sapere di fare l‘avvocato.

Ancora qualche prova occasionale (una laudatio funebris dedicata al cugino Bonfanti, in memoriam), e poi Il tribunale verde (mm 175 x 213, pp. 33, brossura), finalmente: esordio vero ed eccentrico capolavoro. L‘opera ““ in tutto autonoma nella tensione visionaria, seppur celebrativa nello spunto, essendo una pubblicazione per nozze (di una signorina di Locarno, Maria Volonterio, e dell‘avvocato milanese Anton Mario Antoniolli) ““ fu stampata a Milano il 20 ottobre 1906, presso le officine grafiche De Castiglione, in una tiratura di cento esemplari e a spese di Linati, che frequentava allora l‘ufficio dell‘avvocatura erariale di Milano. “Sì che ““ annotò egli stesso ““ tra la frequentazione di avvocati e di tribunali e quella dei monti e delle campagne di Rebbio mi venne fuori, balzana e fantastica, quella storia di alberi e di un processo. / Il racconto piacque fra amici e l‘avvocato Valdata, che dirigeva allora, se non erro, una ‘Gazzetta dei Tribunali‘, lo ripubblicò in appendice di quel giornale ed ebbe un certo successo forense. / [“¦] Le illustrazioni del volumetto [autolitografie] erano dell‘avvocato Alberto Bonomi, anima delicata d‘artista e di lettore intelligente ch‘io ho adombrato col nome di Donato in Sulle orme di Renzo e nelle Tre Pievi. Ambedue i miei amici son morti dopo l‘altra guerra”.9 Il testo della raffinata edizione venne impresso in un marrone di tono medio.

Al debutto del Tribunale verde seguì per Linati una crisi morale e creativa, legata essenzialmente all‘incrinatura del rapporto col padre, che aveva “tirato i cordoni della borsa”. Dovette allora arrabattarsi per pubblicare, nuovamente a proprie spese, Cristabella, il secondo libro, una trina musicalissima (laforghiana e dossiana) dal tocco liberty; l‘iniziativa lo gettò in un “buggerio” di cambiali, di rinnovi e di prestiti, durato quasi tre anni. Cristabella (mm 127 x 192, pp. 202), affidata al tipografo milanese Enrico Zerboni, uscì in un primo tempo come edizione fuori commercio, con una semplice brossura editoriale, e fu poi messa in vendita ““ rifilata (mm 122 x 177) e ricopertinata (lunatica l‘illustrazione di Crespi) ““ con una pecetta dello Studio Editoriale Lombardo al frontespizio.

A Como, nel 1910, presso il libraio ed editore Vittorio Omarini, vide la luce Portovenere (mm 155 x 212, pp. 159, brossura), un volume in 500 esemplari numerati; il sottotitolo, Immagini e fantasie marittime, suggerisce e sussurra la frammentarietà  e il libero estro d‘improvvisazione che caratterizza queste visioni di Linati: visioni senza struttura, prorompenti, associative, ancora drogate di misticismo e lussuria in modern style.

Contemporanea alla “discoverta” degli irlandesi e all‘incontro con Lucini, in un momento topico per Linati, la pubblicazione di Duccio da Bontà  (mm 145 x 215, pp. 132, brossura) ““ avvenuta il 1° novembre 1912, per conto dell‘editore Puccini di Ancona, con i tipi del varesino Nicola ““ figurava ornata da una coperta e da certi splendidi, preziosi fregi dell‘architetto milanese Ugo Monneret de Villard.10 Altrettanto preziosi erano il grottesco prefazionale di Lucini, “messo lì come un bollo all‘entrata” (parola di Boine), e il romanzo ““ completamente sui generis ““ miniato da Linati su foglia d‘oro, con figure adolescenziali al contempo sublimi e ferine, dalle mille ardenti urgenze. Duccio rivelò Linati ai critici: ne parlarono Mario Puccini, Emilio Cecchi, Massimo Bontempelli, Giovanni Boine, e ““ sul “Corriere” ““ uno scandalizzato Ettore Janni.

Le prime prose ritmiche di Linati pubblicate sulla “Voce bianca” (accanto agli scritti di Papini, Palazzeschi, Govoni, Baldini”¦) vennero raccolte ““ insieme ad alcune uscite su “La Diana” e ad altre ancora inedite (frutto di una ricerca stilistica che andava dal 1911 ai primi del 1915) ““ nel volume I doni della terra (mm 140 x 190, pp. 118, brossura), tirato in 350 copie numerate dallo Studio Editoriale Lombardo di Mino Facchi: in tutto quarantacinque liriche prosastiche, brevi e studiate, “che hanno tutta l‘aria di voler essere perfette”.11

Di nuovo per lo Studio Editoriale Lombardo, apparve ““ nel giugno del 1917 ““ un romanzo tipicamente poco narrativo e sconnesso: Barbogeria (mm 145 x 194, pp. 205, brossura).

“Ho terminato in questi giorni un manoscritto breve di una cinquantina di pagine, Sull‘orme di Renzo (Lombardia, lombardi, scrittori, sensibilità  ecc.), ed anche quello voglio dar fu
ori prossimamente (“¦)” recita una lettera di Linati a Facchi (27 febbraio 1919). Ma Facchi aveva già  messo in composizione Natura e altre prose selvatiche, e così la plaquette (Sulle orme di Renzo. Pagine di fedeltà  lombarda, mm 138 x 195, pp. 47) divenne il trentesimo dei “Quaderni della Voce” (Roma, 15 maggio 1919), un successo editoriale e di critica, “una monda e semplice edizioncina color nocciola, un libriccino che un fringuello se lo porta in becco, ma ricco d‘aria e sole più d‘una villa in Brianza”.12

Come un “motto della sua insegna araldica”,13Nuvole e paesi (Firenze, Vallecchi, 1919; mm 137 x 195, pp. 126, brossura), considerato un seguito dei Doni, è rappresentativo d‘una vena cosmogonica e filosofeggiante di Linati, d‘una propensione aerea e contemplativa.

Pressoché introvabili, da un punto di vista collezionistico, i due atti unici del nostro: Falene (Milano, Lyrica Nuova, 1919) e A gara con le rondini (Milano, 1920). E nondimeno rarissima può dirsi la “fantasia abruzzese in tre atti” Mazzemarello (Milano, 1919).

Dopo un secondo libro di Facchi (Amori erranti. Figure ed episodi, Milano, 1921; 16°, pp. 180, brossura), fu la volta di un pastiche comico-mitologio di classico e moderno, con screziature e fosforescenze ironiche: Issione il polifoniarca (Milano, Bottega di Poesia, 1922; mm 165 x 205, pp. 114, legatura editoriale in mezza pergamena). La tiratura complessiva del volume, assai curata e arricchita da cinque illustrazioni fuori testo del pittore, arredatore e designer Luigi Scopinich (1885-1959), era di 610 esemplari, di cui 10 ““ contrassegnati dalla A alla L ““ firmati dall‘autore e da Scopinich, e 600 semplicemente numerati. Le cartiere Binda fornirono la carta, e le arti grafiche Modiano riprodussero i disegni e stamparono il testo sotto la direzione di Guido Modiano.

Mentre Malacarne (Firenze, Bemporad, 1922; 16°, pp. 196, brossura) ““ nato alcuni mesi dopo Issione ““ segna un ripiegamento sugli esperimenti di tessitura romanzesca, Le tre pievi (Milano, Il Convegno, 1922; 16°, pp. 248, brossura) segue, opportunamente e opportunisticamente, le pellegrine Orme di Renzo.

Ma stiamo toccando, libro dopo libro, il vero punto debole del Linati maturo: la ripetitività , il mestiere. I libri si fanno via via più comuni, di più larghe tirature, collezionisticamente meno interessanti, salvo eccezioni. Tuttavia fondamentale, si diceva in principio, il lavoro critico del Linati anglista, lavoro che raggiunge l‘acme con Scrittori anglo-americani d‘oggi (Milano, Corticelli, 1932; 16°, pp. 259, brossura), una silloge di articoli e saggi ingegnosi apparsi su “Il Corriere della Sera”, su “La Stampa” e in varie riviste, come “Pegaso” e “La Nuova Antologia”, dal 1924 al 1932.

Eccoci, in sostanza, costretti a sillabare soltanto, giusto a sfiorare la lunga teoria dei titoli: Storie di bestie e fantasmi (Milano, Treves, 1925); Pubertà  e altre storie (Milano, Morreale, 1926); Due (Milano, Corbaccio, 1928), un esperimento narrativo; il melodramma romanzato La principessa delle stelle (sempre Corbaccio, 1929); Strade perdute (Torino, Ribet, 1929), di cui esiste un edizione di lusso di 22 esemplari; La regione dei laghi (Firenze, Nemi, 1931); gli elzeviri Le pianelle del signore (Lanciano, Carabba, 1932, con una sovraccoperta di Ugo Bernasconi); le favolette de Il re dello scoglio (Milano, Corticelli, 1933, con una tavola); il centone di schegge Concerto variato (Genova, Emiliano degli Orfini, 1933); Cantalupa (Milano, Treves, 1935), una doviziosa cronaca familiare; Sinfonia alpestre (ancora di Treves, 1937); Passeggiate lariane (Milano, Garzanti, 1939); le pagine vagabonde A vento e sole (Torino, Società  Subalpina, 1939); i saggi e gli assaggi di Un giorno sulla dolce terra (Milano, Ceschina, 1941); la gialla Decadenza del vizio e altri pretesti (Milano, Bompiani, 1941).

Qui si inserisce una sorpresa, un piccolo trésor per bibliofili: nel 1942 fu confezionato, in formato minimo ed esile, Quartiere cinese, un breve racconto di Linati, solo 175 esemplari di un‘edizione della collana “Il Fiore” (Biblioteca dell‘Arte e di Cultura), pubblicata a Milano dalla casa editrice Leonardo, con firma autografa dell‘autore e un disegno dell‘amico Leonardo Borgese.

Le soste e i cammini di Aprilante (Roma, Tumminelli, 1942), Arrivi (Milano-Roma, Rizzoli, 1944, con 8 illustrazioni), Due tempi in provincia (Milano, Ultra, 1944: figura una tiratura di testa di 100 esemplari), l‘aneddotico Nerone secondo (Milano, Martello, 1944), il cataloghino Disegni di Ugo Bernsconi (Milano, Hoepli, con 33 tavole, 1500 copie), i ritratti de Il bel Guido (Milano, Gentile, 1945) e La giornata del rinfaccio (Milano, Bompiani, 1945), ci portano all‘ultima opera di Linati pubblicata in vita: Milano d‘allora (Milano, Domus, 1946; mm 165 x 225, pp. 350, con 30 disegni e 20 tavole), memorie e vignette principio di secolo nella collana “La Ruota della Fortuna”, un libro evocativo e piangente, ancora acuto e pungente, pieno di tipi, odori e rumori d‘un tempo.

Un cenno, doveroso, alle migliori fra le molte traduzioni: Stevenson (Le nuove notti arabe e I diamanti del Raiah, Roma, La Voce, 1920), De Quincey (Bussano alla porta di Macbeth, e L‘assassinio e altre prose, Milano, Caddeo, 1921 e 1922), Joyce (la prima versione italiana di alcuni brani dell‘Ulisse, “Il Convegno”, 1926, n. 11-12; Esuli, Rosa e Ballo, 1944), e James (L‘americano, Milano, Mondadori, 1934; Ritratto di signora, Torino, Einaudi, 1943).

A Rebbio si ritorna e si chiude, come un anello: dall‘infanzia alla morte. L‘11 dicembre 1949 un infarto spezzò la corsa mentale del settantunenne Linati, una corsa che aveva sempre mantenuto lo slancio sincopato dell‘affanno: la corsa di chi realmente giròl‘Europa a piedi, in bici, in canotto, in treno, in automobile e perfino su un rullo compressore; di chi, all‘inizio del secolo, frequentava Londra, mentre quasi tutti gli artisti italiani si crogiolavano a Parigi; di chi ricevette per lettera da Joyce, in anteprima, un schema del futuro Ulysses; di chi superò il trauma della rottura con la famiglia gettandosi in una marea di collaborazioni con i più prestigiosi periodici italiani, scrivendo tanti libri e conquistandosi l‘autonomia; di chi, nei suoi speciosi poemetti in prosa, si era divertito a creare un lessico abnorme, mescolando l‘Aretino e Laforgue, Annibal Caro e Remy de Gourmont, Daniello Bartoli e Oscar Wilde, Agnolo Firenzuola e Stevenson, Savonarola e Marcel Schwob, Doni e Villiers de l‘Isle-Ad
am; di chi, dopo aver tentato di adattarsi al regime, era stato l‘autore di un volantino antifascista lanciato su Milano, nell‘inasprirsi del 1925; di chi aveva comunque superato due grandi guerre; di chi tentò per una vita di addolcire la propria malinconia sottostante, insieme selvatica e cosmopolita, sportiva e chic, fra i boschi della comasca Cantalupa e i salotti di via Montenapoleone; di chi, figlio irrisolto, ebbe un‘unica figlia naturale, a cui diede il cognome; di chi s‘abbandonò a un tardivo guizzo senile, con lo sposare, nel 1941, Anna Silvia Bonsignore, una giornalista di trent‘anni più giovane; di chi, pur essendosi goduto periodi molto prossimi al successo, venne al massimo considerato dalla critica un ponte fra Dossi e Gadda, attraverso Lucini; di chi si sentiva, infine, letterariamente incompreso (gli veniva rimproverato il “bello scrivere”), o ““ peggio ““ appena tollerato, rendendosi forse conto di aver troppo riempito il proprio tempo, di aver fatto forse troppo. E solo per sfuggire, lanciato verso una stretta freudiana, per fuggire il nero giudice del tribunale nero.

 

1 Carlo Linati, Memorie a zig-zag (a cura di Mario Gromo),Torino, Buratti, 1929; 16°, pp. 196, brossura.

2 William Butler Yeats, Tragedie irlandesi, Milano, Studio Editoriale Lombardo, 1914. Il libro, in una veste grafica semplice ma elegante, preceduto da un ampio saggio introduttivo dello stesso Linati, ebbe uno scarsissimo successo di vendite.

3 Ricorda Piero Gadda Conti: “Di Joyce, Linati mi mostrò un mazzo di lettere, che credo risalissero a quando egli viveva a Trieste, insegnando l‘inglese: e che vendette, dopo la guerra, in un momento di bolletta” (P. Gadda Conti, Carlo Linati nel suo tempo, in: Concerto d‘autunno, Milano, Pan, 1976, p. 45).

4 Lady Gregory, Commedie irlandesi, Milano, Studio Editoriale Lombardo, 1916.

5 John Millington Synge, Il furfantello dell‘Ovest e altri drammi, Milano, Studio Editoriale Lombardo, 1917.

6 Arnaldo Bocelli, Lo scrittore pellegrino, in “Il Mondo”, 31 dicembre 1949.

7 L‘italianista, critico letterario e giornalista comasco Arturo Della Torre, scomparso prematuramente il 3 agosto 2001, è altresì l‘autore di un importante studio monografico: Carlo Linati, Como, Pietro Cairoli, 1972 (pp. 231).

8 Arturo Della Torre, prefazione a: C. Linati, Antologia degli scritti, Bologna, Massimiliano Boni, 1980, p. 10.

9 Si tratta della nota bibliografica alla ristampa Garzanti del 1948 (collana “Opera prima”, con due tavole). Il tribunale verde era già  stato ripubblicato in Cristabella (1909) e in Natura e altre prose selvatiche edite ed inedite (Milano, Facchi, 1919; 16°, pp. 226, brossura).

10 Ugo Monneret de Villard (Milano 1881-Roma 1954), archeologo, epigrafista, storico dell‘arte antica cristiana e islamica, iniziò la propria carriera come architetto, diventando successivamente professore di architettura medioevale al politecnico di Milano. I suoi interessi di archeologo toccarono soprattutto il Nord Africa, dove studiò l‘arte copta e le sue origini greche ed egiziane. Nel 1923, Monneret de Villard compilò uno studio monografico sulla necropoli di Assuan. Suoi furono i maggiori contributi critici sul medioevo nubiano. Fu chiamato a insegnare archeologia cristiana all‘università  di Roma, e, nel 1950, vinse il premio nazionale dell‘Accademia dei Lincei. Quando morì, Monneret de Villard stava lavorando a un libro sui tessuti iracheni.

11 Giovanni Papini, Ventiquattro cervelli, Milano, Studio Editoriale Lombardo, 1917, p. 49.

12 Cesare Angelini, Conversazione sui lombardi: Carlo Linati, in “Il Convegno”, aprile-maggio 1921, p. 162.

13 Enrico Falqui, La narrativa dei vociani (ovvero Linati romanziere), in: “Civiltà  fascista”, settembre 1936.