Wuz, n.1, febbraio 2002

 

Beppe Manzitti

 

Le prime di Sbarbaro

 

 

Camillo Sbarbaro nasce il 12 gennaio 1888 a Santa Margherita Ligure da Carlo, ingegnere e architetto, e da Angiolina Bacigalupo.
L’ anno dopo vede la luce la sorella Clelia (Lina), vissuta sempre accanto al fratello che, in Pianissimo, esprimerà  questa speranza : "Forse un giorno, sorella noi potremo / ritirarci sui monti, in una casa / dove passare il resto della vita. / Sarà  il padre con noi anche se morto".

A cinque anni Camillo perde la madre. Il ruolo di lei, in famiglia, verrà  assunto dalla giovane zia materna Maria : "Ti chiami Maria ma il nostro cuore ti chiamava Benedetta; tu che, morta nostra madre, venisti sedicenne a sostituirla e ci accompagnasti sino a questa età ".
Il futuro poeta studia prima a Varazze e poi al liceo Chiabrera di Savona ove consegue la licenza liceale nel 1909; tra i suoi insegnanti Adelchi Baratono e tra i suoi compagni Angelo Barile che ricorderà  così le prime poesie : "Chiuse nel loro giusto vestito di rime, passavano ammirate in mezzo a noi, più adulte di noi, e da un banco all’ altro andavano a sfiorare la cattedra. Dalla cattedra assentiva, incoraggiava discreto Adelchi Baratono".

La prima raccolta di poesie (ventidue componimenti) uscì nel 1911 con il titolo di Resine, voluto da Barile, invece di Bolle di sapone suggerito da Sbarbaro, stampata dallo Stabilimento di arti grafiche Caimo di Genova grazie al contributo di amici e condiscepoli dell’ autore.
La fattura del tipografo fu di 140 lire, il ricavo di Sbarbaro 16 lire, come egli stesso ricorderà  più tardi : "Tempestivo avvertimento che i miei proventi letterari sarebbero stati sempre modesti".
L’ opera venne stampata in poche copie già  introvabili, secondo Montale, nel 1920 quando uscì su l ‘Azione’ di Genova la sua lusinghiera recnsione a Trucioli. In quell’ articolo Montale liquidò Resine con poche parole : "..sonetti e quartine e strofe varie, oneste tutte e decorose ma niente più".
La copertina color beige è illustrata da un’ incisione, di formato quadrato, di Giuseppe Giglioli; divisa in due parti raffigura, in un rettangolo verticale che la occupa per un quarto, su sfondo marrone scuro, uno spoglio tronco d’ albero con un getto di resina. Nella parte restante, un esile contorto albero di pino, percosso dal vento, si staglia solitario da un oscuro agglomerato roccioso, esplicito rimando alla prima poesia della raccolta, Il pino ( "Si torce il pin rachitico").
La veste editoriale del libretto parve, allora, una meraviglia e l’ uscita, ricorda Sbarbaro : "Gli procurò l’ ebrezza, passando per il Corso, di sbirciare il suo nome bene in vista nella vetrina del maggior libraio".

La raccolta successiva, Pianissimo, si segnalerà  subito alla critica : le ventinove composizioni vennero stampate nel 1914, a spese della sorella, dalla ‘Libreria della Voce’, e il volume messo in vendita a lire 1,50.
Ne aveva anticipata la pubblicazione ‘Lacerba’ dando notizia di una visita a Firenze del poeta : "Un libricino piccino piccino di versi umili che chiamerà  Sottovoce o Sommessamente o Tout bas o Grisaglie o Pianissimo".
Boine intuì subito la grandezza della poetica di Sbarbaro e il posto che avrebbe occupato nella storia letteraria del nostro Novecento. Nel numero di giugno di ‘Riviera Ligure’ dello stesso anno scriveva : "E’ di quelle poesie fuor della storia, fuor della tradizione, che a capirla basta il cuore e l’ aver vissuto…Mi par d’ essere innanzi ad una di quelle poesie su cui i letterati non sanno né possono dissertare a lungo, ma di cui si ricorderanno gli uomini nella vita loro per millenni".
Il volume è dedicato "A mio padre morto". Il padre di Sbarbaro era mancato nel 1911; sul segno lasciato da questa perdita il poeta tornerà  con queste parole a proposito di Pianissimo : "Una specie di sconsolata confessione a fior di labbra a me stesso, dove sull’ affiorare di torbidi istinti e di nausee sessuali dominava il lutto, patito in anticipo, di mio padre".
"Pianissimo -scrive Lorenzo Polato in prefazione a una recente riedizione commentata della raccolta- dal punto di vista dello stile, prima del Porto sepolto di Ungaretti inaugura la forma del diario lirico. Basterebbe questo per collocare Pianissimo tra i testi capitali del primo Novecento : i Canti orfici di Dino Campana (1914), i Frammenti lirici di Clemente Rebora (1913), e i Frantumi di Giovanni Boine (1915), quelli che aprono alla poesia nuova e che si lasciano alle spalle anche il controcanto ironico che ancora legava all’ Ottocento e a D’ Annunzio i crepuscolari".

Escono poi, nel 1920, i Trucioli (1914-1918), raccolti in volume da Vallecchi e dedicati "come un fratello / a Angelo Barile".
L’ autore aveva trasmesso a Barile le sue raccomandazioni per la stampa : "Desidero la veste tipografica la più dimessa, onesta (Angelo Bietti, Cioffi ). Pochi spazi, nessuna pagina bianca o quasi. Carta comune e caratteri comuni". La veste tipografica risulterà  ‘onesta’; molto meno aderente, invece, alla richiesta di Sbarbaro l’ impaginazione che abbonderà  di pagine bianche.
Nella già  ricordata recensione Montale così si espresse : "I Trucioli sono fogli volanti, pagine di diario, notazioni brevi e lunghe, bozzetti e parabole senza nulla di esoterico; e la maggior parte di queste cose s’ innalza, stranissimo oggi ! fino alla poesia".

Sbarbaro si era intanto impiegato, dal 1910, con poco entusiasmo, alla Siderurgica Savonese e poi all’ Ilva di Genova; la guerra lo chiama dapprima nella Croce Rossa e successivamente nell’ esercito, da questo sarà  congedato nel 1919.
Dopo l’ uscita di Pianissimo Sbarbaro compone, nel periodo che va dal 1915 al 1932, altre liriche che usciranno su ‘La Riviera Ligura’, ‘Primo Tempo’ e ‘Circoli’ e confluiranno, molto più tardi, insieme ad altre cinque inedite, in Rimanenze, il primo libro di Sbarbaro publicato da Vanni Scheiwiller, nel 1955 (figurano in questa raccolta, Liguria del 1922 e i Versi a Dina, già  pubblicati da ‘Circoli’ nel 1931). In altro volumetto di Scheiwiller, Primizie, uscito nella collana ‘All’ insegna del Pesce d’ Oro’ in occasione dei 70 anni del poeta, sono altri quattro componimenti poetici pubblicati sulla ‘Riviera Ligure’ nel 1915-’16.

Del 1928 è la seconda raccolta di prose, Liquidazione, (venti, scritte tra il 1920 e il 1928), stampata dai Fratelli Ribet di Torino, in 772 esemplari numerati, e dedicata a "Giulio Beniscelli / all’ ultimo (al primo) dei miei amici".
Fu questo il primo libro di Sbarbaro acquistato dal giovane Carlo Bo, allora allievo dei Gesuiti all’ Istituto Arecco, ove il poeta insegnava greco. Dieci anni dopo, l’ ex-allievo
scriverà  : "Liquidazione è il suo miglior testo di scrittore. Se c’ è stato un lavoro all’ interno della sua pagina qui bisogna cercarlo".
Seguono  lunghi anni di silenzio editoriale, coincidenti con il regime fascista, nel quale Sbarbaro non si riconobbe fin dall’ inizio. Rinunciando all’ insegnamento, preferì vivere di lezioni private di latino e greco e dedicarsi alle traduzioni e ai suoi amati licheni. Gli approfonditi e numerosi lavori di ricerca e di catalogazione dei licheni diedero a Sbarbaro notorietà  internazionale, e alcuni erbari suoi si trovano ora in università  europee e americane; tra queste ultime, Berkeley, in California.
Anche le pubblicazioni in volume sui licheni sono oggetto di ricerca da parte degli ammiratori di Sbarbaro : i titoli, nel latino dei botanici, parlano di licheni liguri, Lichenes Ligustici novi vel rariores, Genova, Pagano, 1941, o ci portano in luoghi esotici, Aliquot Lichenes oceanici in Cook insulis, Tonga, Rarotonga, Tongatabu, Eua collecti, Forlì, Tip. Valbonesi, 1939.
Da questa passione scaturirono pagine di grande fascino letterario, una sola citazione tra le tante : "Il lichene prospera dalla regione delle nubi agli spruzzati dal mare. Scala le vette dove nessun altro vegetale attecchisce. Non lo scoraggia il deserto; non lo sfratta il ghiacciaio; non i tropici o il circolo polare…teme solo la vicinanza dell’ uomo. Per questa sua misantropia, la città  è la sola barriera che lo arresta. Se la varca, o va a respirare in cima ai campanili, o, con la salute, ci rimette anche i connotati".

Nel 1954 uscirà  presso Neri Pozza una riedizione di Pianissimo, comprendente una nuova stesura dei versi, profondamente modificata rispetto a quella originale. Nel 1956 appariranno, da Sceiwiller,  le prose di Fuochi fatui, scritte dopo il 1940 e dedicate a Pippo Barile. Nel 1960 si avrà  la prima edizione di Scampoli, da Vallecchi a Firenze.
Vanni Scheiwiller, legato a Sbarbaro da un rapporto di profonda amicizia, ben più intenso di quello che generalmente intercorre tra editore e autore, pubblicherà  in seguito con rigorosa e affettuosa cura diversi volumetti in 32°, i ‘taschinabili’, impreziositi da graziose iconografie, alcuni per festeggiare gli ultimi compleanni dell’ amico prima che questi si spegnesse a Savona, il 31 ottobre del 1967.
Ultima fatica dello scrittore la preparazione per le Nuove edizioni Enrico Vallecchi di Firenze del volume Licheni : un campionario del mondo, opera che Sbarbaro purtroppo non riuscì a vedere perchè finita di stampare proprio nell’ ottobre del ’67. Lo stesso editore aveva pubblicato l’ anno precedente Cartoline in franchigia, volume che raccoglie le lettere di Sbarbaro dal fronte della Grande Guerra, affettuosamente conservate da Angelo Barile.
In precedenza, nel 1961, Scheiwiller aveva licenziato la prima raccolta delle Poesie, comprendente con varianti, Primizie, Pianissimo, Rimanenze e inediti. Nel 1985 poi, Scheiwiller sarà  coeditore con Garzanti, della preziosa e attesissima ‘opera omnia’ ne varietur del grande poeta : "Un avvenimento editoriale" si legge sulla fascetta rossa che abbraccia il tradizionale, delicato, verde-oliva della sopraccopertina.

Sbarbaro ha attraversato senza clamore, com’ era nel suo temperamento, la storia letteraria del nostro Novecento, ma oggi appartiene a quel gruppo di scrittori circondati da un alone quasi leggendario e dal consenso di critici e ammiratori. L’ augurio del celebre Epigramma di Montale negli Ossi : "Sbarbaro, estroso fanciullo, piega versicolori / carte e ne trae navicelle /…Sii preveggente per lui, tu galantuomo che passi : / col tuo bastone raggiungi la delicata flottiglia, / che non si perda; guidala a un porticello di sassi", è stato raccolto da una nutrita schiera di ‘galantuomini’.

 

  

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