Wuz n. 7, settembre 2003

Armando Audoli

Le prime di Arturo Onofri

 

Alto ma non austero, sebbene sovente vestito di scuro; sobrio e lunatico, ma sempre controllato; signorile e sorridente, malgrado, sul suo volto, “sorridente” facesse rima con “dolente”; rugosa la fronte come quella dei cinesi sapienti e freddi gli occhi, distaccati e luminosi insieme, fissi e profetici, scrutanti e limpidi a invetriare una faccia lunga, emaciata: la faccia delusa di un alchimista represso, di un chimico solitario, stanco dei propri esperimenti. Arturo Onofri, così dolcemente rassegnato”¦ Poeta oscuro e cristallino, musicale e filosofico, viscerale e metafisico, lieve e profondo, astrale e terragno, magico e teoretico, taumaturgico e velenoso: teosofo e aedo nel cervello, dal cuore, sui nervi e per fisionomia. Fisionomia di mistico scettico, di stilita non indifferente alle sedie dei caffè e ai tavoli delle osterie, di curioso annoiato, di semplice sofisticato, di cà³lto immemore, di agitato composto, di uomo tirato dal rigido freno razionale e mollato dal liberatore scatto alogico, assoluto, volatile.
Sarebbe certo piaciuto al quarantatreenne Onofri, sensibile all‘intima sacralità  delle notti sante e all‘ermetico coincidere degli opposti, poter pronunciare ““ almeno sussurrare ““ i numeri e le lettere simboliche che segnarono il giorno della sua natalizia morte romana: 25 dicembre 1928.
All‘agonizzante però, iniziato o miscredente, sfugge sempre per un battito di palpebre ““ l‘ultimo ““ la solennità  del trapasso: “Mia oscura sensazione ““ scrisse Onofri commentando il decesso d‘uno zio ““ che il povero moribondo non fosse che una vittima dell‘illusione di morire, e non potesse quindi rendersi conto affatto della solennità  di ciò che stava capitandogli. Ma io stesso non capivo. Soloché il pensiero della morte non mi offendeva, non mi faceva piangere e disperare; ma quasi mi offendeva invece quell‘atteggiamento misero, errato, sproporzionato alla solennità  dello stesso morente, e ciò che mi avrebbe fatto piangere, se avessi potuto approfondirlo, sarebbe stato appunto il sentimento chiaro del morente ignaro di ciò che stava facendo”. (1)
E ignaro fu per forza, Onofri, pure dell‘ultima lettera inviatagli da Papini: arrivata da Firenze che il poeta aveva già  smesso di respirare, portava la data “Vigilia della Natività  1928″; e attaccava con queste parole: “Carissimo Onofri, / ho saputo da Vittorio [Gui] che stai male ““ con grande e sincero dolore. / Non ti scrivo per mandarti parole inutili ““ tu sei di quelli che sanno, e da tempo, che la vita non è, come diceva Socrate della filosofia, se non preparazione alla morte e che ogni fine (fenomenica) è la vera e perenne Natività . / Ma il tuo strazio mi fa male, benché sia lontano. Non lontano collo spirito, perché tu sai da un pezzo ch‘io ti voglio bene e che seguo con amorosa attenzione l‘opera tua, anche se non sempre consento [“¦]”. (2)
Arturo Onofri era nato a Roma il 15 settembre del 1885, dal latino Vincenzo e dalla polacca Beatrice Shreider. Di famiglia borghese, benestante (il padre, possidente, soltanto nel 1897 entrò nei ruoli direttivi della Cassa di Risparmio), trascorse nell‘agio infanzia e adolescenza, ricevendo un‘educazione privilegiata, culturalmente varia e abbastanza snob; ad esempio, il gusto musicale del giovane Arturo fu subito indirizzato verso il sinfonismo europeo e le liturgie di Wagner, a scapito ““ o contro ““ la “volgare” tradizione del melodramma italiano culminante in Puccini. “Gli appunti autobiografici ““ precisa Franco Lanza ““ ci hanno testimoniato anche la topografia dell‘adolescenza di Arturo, tra l‘una e l‘altra straducola del vecchio centro storico in cui di volta in volta la famiglia fissava la residenza: via degli Schiavoni, piazza dell‘Oca, via Mario dei Fiori, via Borgognona”¦ Era la stessa conca scenografica delle avventure dannunziane, tra il Quirinale e il Pincio, ma osservata da tutt‘altra angolatura: la Roma barocca parlava a lui con luci di sperpero gaudente ““ la festa della Girandola, le luminarie a villa Borghese, la bellezza del Gianicolo ‘avvelenata dalla vista di Regina Coeli‘ [“¦]”(3). Gli Onofri alternavano la residenza nell‘Urbe al soggiorno estivo e autunnale a Castel Gandolfo. Il talentoso Arturo passò in punta di piedi nel nuovo secolo, con piglio elegante e ironico, da piccolo dandy corroso dallo spleen; e col suo sguardo ““ vivido d‘intelligenza ““ ancora sentimentale e malinconico, un po‘ alla Laforgue, si avvicinò al cenacolo crepuscolare. Mai stretto da particolari necessità  di ordine economico, Onofri riuscì a consacrarsi liberamente all‘attività  letteraria. Nel 1916 sposò Bice Sinibaldi, che gli diede due figli: Fabrizio e Giorgio; fu perciò allora spinto a cercarsi una sistemazione, ma ““ refrattario a impegni gravosi e alle vere responsabilità  ““ preferì assecondare la propria indole, apparentemente sotto tono, impiegandosi nella Croce Rossa.
Precoce, allora, e pieno di fermenti personali l‘esordio poetico di Onofri: a ventidue anni, nel 1907, con una raccolta di trentun liriche composte tra il 1903 e il 1906. Il volume (Liriche, Roma, Edizioni “Vita Letteraria”, mm 225 x 165, pp. 138 + 6, brossura), impresso con cura su carta forte, venne stampato ““ probabilmente a spese dell‘autore ““ a Firenze nella tipografia della Biblioteca di cultura liberale (via Nazionale 27), dal 15 febbraio al 10 marzo 1907.
Bella la nota introduttiva (4) di Onofri, un rinnegare retoricamente l‘arco lirico del proprio debutto (arco teso tra Novalis e Corazzini, passando per Hà¶lderlin, Leopardi, Schopenhauer, Poe, Nietzsche; per Carducci, Pascoli, D‘Annunzio e Gnoli, per tutti i decadentismi e simbolismi immaginabili, non solo francesi): “O mio libro, ti scaglio lontano da me. / Più non ti voglio, né più ti conosco per mia creatura. Troppo sei antico perché tu possa ancora cantare dell‘anima mia che si muta ogni giorno (oh quanto ora diversa da quella che cantò la più antica di queste liriche!). / Libro, io ti distruggo e ti getto. M‘è necessario sacrificarti sull‘ara della mia Volontà  perché tu ceda l‘aria e la luce ad altre più belle creature che già  m‘ho composte. / Non imito, io forse, in questo sacrificio l‘opera sempre nova dell‘eterna Natura?”.
Già , non si fecero attendere a lungo i Poemi tragici, la seconda silloge (Roma, Edizione dell‘Autore, 1908; mm 185 x 123, pp. 154 + 2, brossura) licenziata il 15 gennaio 1908. Suddivisi in quattro sezioni (Primi poemi tragici, Interludà® e poesie, Secondi poemi tragici, Sonetti), più un Commiato esortativo, i trentotto nuovi testi di Onofri godettero finalmente di qualche timida attenzione critica. “Di impeti saggiamente frenati, e di buoni respiri, e di attitudini a vedere poeticamente le cose ci son molti segni, in questi poemi tragici” commentò, severo ma attento, Bontempelli (5). Più caldo Giuseppe Vannicola, in una lettera inedita del 1908: “Caro Onofri, [“¦]. La sua stoffa mi sembra di una qualità  assai superiore a quella di cui certi giovani, che lei ed io conosciamo, sogliono ricoprire le loro anemie poetiche. àˆ un drappo sobrio, bene adeguato ad una sensibilità  calda eppur contenuta, e la cui ricchezza bisogna cercarla ad interiora, come l‘oro nel metallo di Corinto. Una tale qualità  ““ oltre quella della tecnica ““ mi sembra enorme in un tempo come il nostro così pieno di grida sublimi per delle emozioni davvero miserevoli. Da queste parole, ella vedrà  com‘io ami la sua poesia, la quale rivela non soltanto dei versi, ma, oltre i versi, un poeta. / E appunto per quest‘amore, io mi permetto un solo augurio ““ quello di ‘mantenersi‘ fuori di quel cenacolo aragnostico la cui atmosfera mal s‘addice, mi sembra, a chi voglia respirare liberamente”. Il monito di Vannicola ebb
e effetto contrario, e Onofri ““ comprensibilmente curioso ““ prese a frequentare la famosa saletta del caffè Aragno: ma Arturo, asceta anarchico (6) lontano da tutto, non si fece mai irretire da nessun cenacolo, da nessuna “cricca”.
I Canti delle oasi (Roma, Edizione dell‘Autore / Via Borgognona 38, 1909; mm 230 x 167, pp. 112, brossura), terzo raffinato e raro libro, uscirono dalla tipografia Tuscolana di Frascati. àˆ un passeggiare silenzioso nei chiostri dell‘anima, vicinissimo ai crepuscolari, la lettura dei Canti delle oasi; un avvicinarsi cauto a un crepuscolarismo sinfonico, orchestrale, elegiaco: secondo Onofri e in omaggio a Fausto Maria Martini. Non mentono i titoli delle sezioni: Preludio (Sinfonia claustrale), Poemi del sole, Lacustri, Momenti varii, Preghiere, Commiato autunnale. Un rosario di malinconie.
Nell‘estate del 1910 Onofri iniziò a collaborare con la “Nuova Antologia”, producendo una serie di versi innovativi, dal notevole scarto tematico e stilistico, a tutt‘oggi incompresi. La collaborazione durò ininterrotta fino al 1912, e riprese occasionalmente ““ dopo un distacco di tre lustri ““ nel 1927.
Per la “Nuova Antologia”, a Roma, videro la luce tre estratti fuori commercio, introvabili e solitamente trascurati dalle bibliografie onofriane: Prometeo (echi di Eschilo, Schelley e Gide: 1910, mm 248 x 160, pp. 9), il poemetto (7) La morte di Rama (1911, mm 242 x 158, pp. 8), e Versi (1911, mm 248 x 160, pp. 8).
Nel 1912 sorse ““ sempre a Roma e per iniziativa di Onofri ““ la rivista “Lirica”, ritenuta il primo mensile italiano a carattere puramente letterario (8). Sul periodico scrivevano diversi giovani estrosi e dotati: Antonio Baldini, Giuseppe Antonio Borgese, Umberto Fracchia, Giorgio Vigolo, Adolfo de Bosis, Vincenzo Cardarelli”¦ “Lirica” durò dal gennaio 1912 al dicembre 1913, con la realizzazione di dieci fascicoli in -8° (di cui uno doppio); l‘ultimo numero, quello di Natale del 1913 (intitolato “Lirica in versi e in prosa”), è pressoché impossibile da reperire sul mercato. Il numero di luglio-settembre 1912 (anno I, fasc. VII, IX), invece, conteneva esclusivamente una prova di Onofri lapidaria e iperbolica, un saggio notevolissimo di sconfinamento nel mistero, di forzatura del senso: Disamore, edito poi come estratto autonomo (Roma, Edizioni dell‘Autore, 1912; 16°, pp. 113 +3, brossura), tirato in 150 esemplari non venali.
Onofri leggeva Schuré, fra l‘altro, in quel periodo; e in Disamore lo sentiamo giganteggiare, in uno sforzo titanico e proiettivo, uscire fuori di sé e percuotere (quasi fosse Campana): “Io sono tutto il mondo”, per tornare ““ in un soffio ““ a smarrirsi nella sua piccolezza.
Arturo si era molto legato a Giuseppe Vannicola (9), al più sofferente degli amici, al caro Peppino che lo aveva messo in contatto con Gide. “E noi per conversare con più agio ““ toccante Onofri, anni dopo, nel ricordarsi insieme a Vannicola ““ andavamo in una osteria albanese a pergolato, prospiciente al Tirreno che taglia di luce all‘orizzonte l‘immensa pianura di Roma; ovvero si scendeva adagio un tratto della via Appia respirando il tramonto che immalinconisce il passeggero e lo richiama verso la città  bella sdraiata laggiù sotto i suoi velari di viola. In quelle conversazioni fiduciose, che contano fra le più liete ch‘io abbia fatto, talvolta allentavo tutti i freni dell‘animo ventenne che stimolato dall‘amico s‘impennava a galoppo, ma più spesso mi accadeva di trattenere il mio impeto, e di acuire l‘udito recondito a cogliere certe sottili allusioni e certi timbri di interiorità  disperata dalle labbra del mio compagno di strada o di tavola (10)”. Nella collana “Prose” (n. 4, febbraio 1912), diretta da Vannicola, apparve il Viaggio sull‘Oceano patetico (Firenze, Baldoni, 1912; mm 178 x 125, pp. 46 + 2), la prima traduzione italiana ““ di Onofri, naturalmente ““ della prima parte del Voyage d‘Urien di Gide. Al 1913 risale l‘apporto a “Il Popolo romano”, nel quale il poeta ““ stavolta in veste di saggista ““ teneva una rubrica di critica letteraria. Puntualizza Susetta Salucci: “Gli articoli, che son frutto di questa collaborazione, testimoniano del continuo allargarsi della cultura onofriana da Pascoli e D‘Annunzio, a Mallarmé, Claudel, Wagner, Gide e molti altri. Onofri era uno studioso profondo, fornito di gusto sottile e raffinato, sapeva imporre agli altri la propria opinione col fascino della persona e della parola”. Chi ebbe la fortuna di conoscerlo non lo dimenticò mai, il “sinfonèta” romano (Onofri, appassionato di neologismi, sintetizzò per sé le parole sinfonista, poeta e profeta).
Nel 1914 la produzione di Onofri ebbe una battuta d‘arresto, una pausa di raccoglimento: le nuove Liriche (Napoli, Ricciardi, 1914; mm 195 x 130, pp. 6 + 149 + 3, brossura), stampate a Napoli nella tipografia di Angelo Trani (novembre 1913), contenevano ““ eccetto limitatissime novità  ““ una ristretta scelta della produzione precedente arricchita di varianti e di correzioni minime, “tali ““ suppone la Salucci ““ da far pensare a un consolidarsi di taluni temi fondamentali della poetica onofriana in vista di una successiva e diversa elaborazione”.
I lavori di Onofri fin qui descritti sono stati dotati di un ponderoso apparato filologico da Anna Dolfi, e da lei integrati con inediti anche di alta data (i più antichi risalgono al 1900) (11). Ma ha ragione Lanza, quando dice che “Onofri appare oggi il poeta novecentesco che registra nella storia della fortuna il più alto scarto tra interesse critico ed indice di lettura” (12). Troppo presi a periodizzare, a dividere l‘intero corpus di Onofri in tre netti e forzati tronconi (in tre fasi artificiosamente distinte), gli addetti ai lavori lo hanno chiuso e appesantito, allontanandolo dagli appassionati di poesia.
Quale Onofri? Il primo, il secondo, il terzo? Il crepuscolare o il frammentista? Il vociano o l‘esoterico? L‘edito o l‘inedito? Fisime da storici pedanti che perdono il senso a furia di spulciare.
“Tutti i poeti ““ sembra un avvertimento, questo di Onofri ““ vanno letti e gustati a frammenti, ché tutti son frammentari, senza eccezione, anche e soprattutto quelli che hanno organizzato ministerialmente le loro facoltà  inventive ristoppandole di cultura d‘ogni genere [“¦] I poeti odierni hanno istintivamente il culto del frammento e dell‘improvvisazione, perché hanno il culto orgiastico del lirismo, esasperato dalle sue più frenetiche allucinazioni, e dissolennizzato da ogni impostura o paludamento, anzi ilarizzato dalla coscienza, che è ironia e leggerezza, non già  pedanteria (13)”.
A partire dal 1915, dal periodo vagamente “vociano”, Onofri si dedicò ““ col virtuosismo di chi ha il tocco cantante e la sprezzatura di chi sa improvvisare ““ alla difficile e sottile arte della prosa lirica: le lettere diventarono note da suonare (da eseguire) nella partitura libera e immacolata della pagina bianca, tra rigori sintattici e folli scatenamenti. Tra Mallarmé e Rimbaud.
Dopo un paio d‘anni di collaborazione a “La Voce” (e uno a “La Diana”) Onofri tornò a isolarsi, consapevole ““ forse ““ di aver lasciato dietro di sé, sfilate dalla propria laboriosa ispirazione, una teoria di perle tintinnanti, né prosa né versi: Orchestrine (Napoli, Libreria della Diana, 1917; mm 175 x 115, pp. 167 + 1, brossura). Musica, si accennava; anzi, Smusica: “Dietro il macigno diafano d‘un cristallo, assisto allo spettacolo funebre d‘un orchestrina verde che sta segando sulle corde e soffiando nei tubi, senza produrre il minimo rumore”. Estenuazioni orientali, delizie cinesi come lune di giada.
Qualche anno di reclusione, per cogliersi e raccogliersi, e fu la volta delle melodie di Arioso (Roma, Casa d‘Arte Bragaglia, 1921; mm 153 x 124, pp. 96 + 4, brossura in cartone), squisitezza tipografica purtroppo impressa su carta modesta, illustrata da ventidue rapidi e incisivi disegni di Deiva De Angelis (14). Coetanea di Onofri, Deiva De Angelis
(Gubbio, 1885 – Roma, 1925) era un‘eccentrica figura: a Roma, dove aveva deciso di trasferirsi per lavorare come modella e fioraia poco prima dello scoppio della guerra, si legò a un pittore inglese col quale compì un viaggio di formazione in Europa. Più tardi fece un matrimonio lampo con l‘avvocato De Angelis. Legatasi sentimentalmente a Cipriano Efisio Oppo, Deiva iniziò a dipingere, esponendo alla prima mostra della Secessione romana (1913) e a quella del 1916. La collettiva alla Casina del Pincio (1918) ““ a cui parteciparono, fra i tanti, Oppo, Spadini, Ferrazzi, Pasquarosa, Bertoletti e Socrate ““ rivelò il nevrile, forte temperamento di pittrice della De Angelis. Negli anni Venti ella entrò nell‘attività  della Casa d‘Arte Bragaglia, allestendovi una personale nel 1920 e disegnando per la rivista “Cronache di Attualità “. Nel 1923 fu invitata alla seconda Biennale romana. Mangiata da un cancro, Deiva De Angelis spirò appena quarantenne fra le braccia del pittore Bepi Fabiano, l‘ultimo amore.
“Caro Arturo / ò ricevuto il tuo Arioso che mi à  commosso nel cuore”: è di Comisso tanto entusiasmo, da Venezia, il 21 luglio 1921.
Ad Arioso tennero il passo un omaggio al wagnerismo ancora caldo, Riccardo Wagner: Tristano e Isotta. Guida attraverso il poema e la musica (Milano, Bottega di poesia, 1924), e Le trombe d‘argento (Lanciano, Carabba, 1924; mm 182 x 115, pp. 4 + 148 + 4, brossura), quarantotto squillanti prose argentine, salmodianti un io plurale e complesso, alla ricerca delle rispondenze segrete e del trasumanare sulla terra, nel corpo. Aveva indole di mistico, Onofri, votato ““ in quanto tale ““ ad abbandonarsi, a smarrirsi, a lasciarsi andare, a sgambettare la tenuta razionale del linguaggio e del discorso per trasformarla in un perdimento, in un lenimento, in un vanimento.
Era il momento steineriano (15) , nella continuità  poetico-cosmica di Onofri; il momento “protoermetico”, antroposofico; il momento dei “gruppi di studio” romani che ha fatto chiamare in causa i nomi di Lina Schwarz, di Alcibiade Mazzerelli, della baronessa Emmelina de Renzis (la traduttrice ufficiale delle opere di Steiner), del medico Giovanni Colazza, il nome sulfureo e maledetto di Julius Evola.
Eppure, sono di Evola queste riflessioni perfette: “Le cose vanno messe a posto anzitutto nei riguardi della superstizione tutta moderna di una poesia che comincia e finisce in sé stessa, quale ‘creazione‘ o ‘fantasia‘, o trasposizione ‘lirica‘ e ‘intuitiva‘ di sensazioni, impressioni o passioni di carattere ‘umano‘. Se Onofri ha cessato di far della ‘poesia‘ in questo senso, ha fatto benissimo; e ““ diciamolo pure ““ è nella misura che come non-poeta è andato là  dove i letterati e i ‘puristi‘ dell‘arte col loro codazzo di ‘critici‘ autorizzati e di apologeti non possono più seguirlo; ma invece di dire che non hanno occhi, dicono che c‘è la nebbia: è in questa misura che, per noi, Onofri ha valore e significato. In Onofri, c‘è anche della poesia: chi vuole, si arresti pure ad essa. Ma diremmo di non sapere ciò che noi sappiamo, se dichiarassimo che il tutto si riduce ad essa, e che presso alla possibilità  della comprensione poetica non esista anche quella di una comprensione superiore” (16).
Era nondimeno il momento del Nuovo Rinascimento come arte dell‘io (Bari, Laterza, 1925; mm 215 x 140, pp. 211 + 5, brossura), una complessa regola di poetica ed estetica, di teoria e profezia; ma si era soprattutto alla stretta finale del ciclo lirico della Terrestrità  del sole (17) , comprendente cinque libri, di cui gli ultimi tre pubblicati postumi: Terrestrità  del sole (Firenze, Vallecchi, 1927), Vincere il drago! (Torino, Ribet, 1928; 850 esemplari + 22 in tiratura distinta su carta a mano), Zolla ritorna cosmo (Torino, Buratti, 1930; tiratura ordinaria + 22 esemplari), Suoni del Gral (Roma, Al Tempo della Fortuna, 1932; 500 copie tirate nell‘officina della tipografia Cuggiani), Aprirsi Fiore (Torino, Gambino, 1935; a cura di Domenico Buratti, in -16°, pp. 3 + 116 + 8, brossura).
Simili a melodie rapprese in mondo (Roma, Al Tempo della Fortuna, 1929; con 17 illustrazioni, 485 copie numerate su carta vergé Fabriano + 10 su “vélin Marais” + 5 su giappone imperiale), una succinta crestomazia delle migliori prove mature, nonché estremo cimento editoriale, fu concepito a Viareggio ““ mentre Onofri vi si trovava in villeggiatura ““ dietro le insistenze della moglie e dei pochi amici: Nicola Moscardelli, Girolamo Comi, Vittorio Gui, l‘affettuoso Cecchi”¦
A proposito di Cecchi (è sua la prefazione), si ricordi ““ infine ““ la valorizzazione postuma delle Letture poetiche del Pascoli (Lucugnano, Edizioni dell‘Albero, 1953), scampoli d‘invenzione analitica risalenti al tempo della “Voce” (gennaio-agosto 1916).
“àˆ giunto il momento ““ esorta Alfredo Cattabiani ““ di rileggere, anzi di scoprire, per quanto riguarda le nuove generazioni, Arturo Onofri, che molti critici avevano relegato nel limbo di un poeta teosofo che aveva scritto poesie dalle tonalità  espressionistiche dove ad accensioni liriche pregevoli si alternavano versi troppo dichiarativi. Eppure l‘itinerario di Onofri non è stato dissimile, per tanti aspetti, da quelli di Yeats o di Pessoa e persino del Rilke delle Elegie Duinesi” (18).
E Giuseppe Conte classifica Onofri come “un grande eretico del Novecento, che ha dato alla poesia la dignità  di uno straordinario strumento di conoscenza. Nel secolo della negazione, della battaglia contro il trascendente, il sacro, il mistero, ecco un poeta che afferma, che cerca il suo Graal di certezza, che affronta il linguaggio introducendovi il più alto quoziente possibile di metafisica e di senso simbolico e dell‘analogia” (19).
Trascendenza, sacralità , misteriosofia”¦ In conclusione, dunque, un piccolo segreto: vorremmo svelare ““ citando un passo teorico nevralgico da La libertà  del verso (“Lirica”, aprile 1912) ““ il motivo per cui, Evola a parte, i chierici organici della critica modernista (quelli disgustati dall‘estetismo) non hanno mai digerito Onofri, osteggiandone forse inconsciamente la diffusione.
Ci spiega Onofri: “Quando un artista ha prodotto un‘opera, non si deve chiederle, se si vuole intenderla, null‘altro che questo: se è bella, e per quali ragioni intrinseche, e tutte sue, ella sia tale. Le questioni di tecnica, se pure talvolta possono servire, caso per caso, a penetrare più dentro in un particolare dell‘opera, non servono poi, come questioni astratte, e in sé stesse, che a generare pregiudizi ed equivoci offuscanti. Vale a dire che la tecnica non esiste se non nel cervello di alcuni critici e trattatisti, e non è un fatto estetico di per sé; poiché una creazione artistica, o è mancata, e allora il suo difetto è nella povertà  della ispirazione lirica, e tutto si riduce ad essa, ovvero è riuscita, e in tal caso ha dentro di sé le sue leggi e la sua ragion d‘essere: è bella per essere quella che è, e non già  per le astrazioni a cui può rispondere o per le norme di cui sembra rispettare o violare i dettami. Un‘opera d‘arte è un assoluto; chi vuol valutarla non può che piantarsi al centro della sua vita e scoprire la pulsazione del suo respiro inerente”.

Note

(1) Lo stralcio è tratto dagli Appunti autobiografici contenuti nell‘Archivio Onofri della Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II di Roma. Donato il 23 marzo 1973 da Bice Sinibaldi Onofri ““ vedova del poeta ““ e dai figli Fabrizio e Giorgio, il fondo (pervenuto intatto e scandagliato minuziosamente dagli specialisti) comprende ““ suddivisi in quindici sezioni ““ quaderni, appunti, taccuini, carte autografe e dattiloscritti delle opere, alcune copie personali delle edizioni a stampa, le bozze corrette della rivista “Lirica”, e soprattutto un vasto e significativo insieme di carteggi (notevoli quelli con Cecchi, Papini, Vannicola, Oppo, Comisso, Montale, Palazzeschi, Banfi, De Pisis, Evola, Péladan, De Gube
rnatis, Gromo, Mazzerelli, Schwarz), arricchiti da non molte, pregiate fotografie originali.
(2) La lettera di Giovanni Papini fa da introduzione all‘interessante volume in memoriam, edito da Vallecchi nel 1930, contenente venti testimonianze ““ dirette e critiche ““ su Onofri (Arturo Onofri / Visto da: Banfi, Benco, Colonna di Cesarò, Cavicchioli, Comi, Cozza, Evola, Flora, Gui, Levasti, Manacorda, Marone, Marotti, Moscardelli, Palmieri, Pavolini, Piccoli, Prati, Regnoli,Rosa).
(3) Franco Lanza, Arturo Onofri, Milano, Mursia, 1973; p. 20.
(4) La nota, in corsivo, è siglata A.O. e datata “Roma, 16 febbraio 1907″.
(5) Massimo Bontempelli, Cronache di poesia, in “Rassegna Contemporanea” (Anno I, Fascicolo 5, maggio 1908), p. 381.
(6) Pregnanti, al riguardo, le riflessioni di Donato Valli (Anarchia e misticismo / Nella poesia italiana del primo Novecento, Lecce, Milella, 1973).
(7) La morte di Rama porta la seguente nota a piè di pagina, di non poco interesse: “L‘autore di questo poemetto (7), accettando, secondo la tradizione esoterica, la leggenda d‘una trasmigrazione celtica guidata da Rà¢ma verso l‘India, allude ad un‘antichità  che risale ad alcuni secoli prima dell‘XI avanti Cristo, epoca a cui si ritiene possa riferirsi la composizione del grande poema indiano di Valmici, il Rà¢mà¢yana”.
(8) Si veda, al riguardo, la pionieristica monografia di Susetta Salucci (Arturo Onofri, Firenze, La Nuova Italia, 1972).
(9) “Le febbri sembrano vinte; ma sono più morto che se fossi morto” scriveva Vannicola a Onofri, il 26 novembre 1910, da Albano. Onofri forniva a Vannicola, oltre a varie medicine, anche le dosi di morfina indispensabili per attenuare gli atroci dolori ossei che lo stavano distruggendo.
(10) In Vannicola / Ultimo bohémien d‘Italia, “Le pagine dell‘isola di Edwin Cerio Capri”; Napoli, Casella, 1923, p. 21.
(11) Arturo Onofri, Poesie edite e inedite / (1900-1914), Ravenna, Longo, 1982. Anna Dolfi è, inoltre, l‘autrice di un approfondito compendio critico sul nostro poeta (Arturo Onofri, Firenze, La Nuova Italia, coll. “Il Castoro”, 1976).
(12) Franco Lanza, L‘eredità  di Onofri, in: Per Arturo Onofri / La tentazione cosmica (a cura di Corrado Donati), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1987.
(13) Da Pensieri e teorie, un manoscritto inedito dell‘Archivio Onofri.
(14) Artista a lungo dimenticata, anche a causa della dispersione di molte opere, Deiva De Angelis ha conosciuto un poco di fortuna e d‘interesse in seguito alla mostra fiorentina Arte moderna in Italia, 1915-1935 (1967).
(15) Onofri firmò una prefazione a La Scienza occulta nelle sue linee generali di Rudolf Steiner (Bari, Laterza, 1924) e un articolo commemorativo apparso su “Ultra” (27 aprile 1925), intitolato La morte di Rodolfo Steiner.
(16) Julius Evola, L‘esperienza metafisica nella poesia di Onofri, Arturo Onofri, Firenze, Vallecchi, 1930, p. 180.
(17) Il ciclo lirico della Terrestrità  del sole ““ oltre a Orchestrine e Arioso (a cura di Magda Vigilante, con poesie e prose inedite, e il Quaderno di Positano), al Nuovo Rinascimento, a Le trombe d‘argento, a una scelta di Scritti esoterici e di Corrispondenze ““ è stato accuratamente ripubblicato, in tre volumi, da Marco Albertazzi (Trento, La Finestra, 1998-1999).
(18) Alfredo Cattabiani, La parola è come il Graal, “Il Sole-24 Ore”, n. 102, domenica 13 aprile 2003, p.32.
(19) Il passaggio è espunto da una testimonianza di Giuseppe Conte che funge da premessa al terzo volume del Ciclo lirico della terrestrità  del sole, riproposto e curato da Marco Albertazzi (Trento, La Finestra, 1999).