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Le ‘farfalle’ stampate di Frederic Prokosch

Librografia e falsi letterari

di Massimo Gatta

 

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 106 – giugno 2019)

Ci piace molto lo scrittore americano Frederic Prokosch, oggi quasi del tutto dimenticato se non da quei lettori dal palato fine che lo leggono con immutato piacere, e ormai pressoché assente dagli scaffali delle librerie e semi ignorato dalle storie letterarie del Novecento. Ce lo fantastichiamo, soprattutto negli ultimi anni di vita trascorsi al sole mediterraneo di Plan de Grasse, nella sua villa Ma Trouvaille, sottobraccio a personaggi scaltri, ma di indubbia fascinosa personalità, come l’Abate Vella, oppure Michael Voynich e il suo falso-criptico codice MS 408, il Conte di Fortsas e la sua celebre burla bibliofila di Mons, e ancora Thomas J. Wise e i suoi falsi; ma anche a scrittori che di certo se la sono goduta alla grande, come Norman Douglas.

In fin dei conti la vicenda di Prokosch sembra apparentarsi a quella di altri ‘librografi’ come il De Amicis de La voce d’un libro (dedicato alle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo) oppure l’Andrea Kerbaker di 10.000 o il William Peterson di The Kelmscott Chaucher: A Census. E così di tanti altri sodali che, come Prokosch, hanno costeggiato il pericoloso crinale sospeso tra finzione e realtà, quel magmatico e affascinante universo biblionarrativo, dove a volte la storia avventurosa di un libro (‘librografia’, appunto) è altrettanto affascinante quanto la storia che il libro contiene. Pensiamo, solo per fare qualche nome, al Gattopardo o a Ladri di biciclette, a Se questo è un uomo, o alle 9 liriche che l’allora sconosciuto Lucio Piccolo invia a Montale costretto, suo malgrado, a pagare una sovrattassa per ritirare il plico, affrancato malamente dall’eclettico barone siciliano, cugino di Tomasi di Lampedusa. Insomma la ‘librografia’ è un genere sconfinato e non la finiremmo più di raccontare le vicende, a volte avventurose, a volte drammaticamente paradossali, di molti libri. Un percorso ondivago: dalla penna dello scrittore al tavolo dell’editore, dalla linotype dello stampatore al banco del libraio, fino alla poltrona del lettore e oltre.

Ma perché un tale profluvio di nomi e cognomi e titoli? È presto detto. Prokosch ci è talmente simpatico anche perché è uno dei rari bibliofalsari che sia riuscito a ‘falsificare se stesso’: vedremo come e perché. Lo sterminato universo dei literary forgeries si arricchisce così di una perla, non certo nuova la quale, con una certa nostra mestizia, è abbinata al nome di uno scrittore raffinato e defilato che molti di noi hanno amato, forse tardivamente, seguendone le tracce che Pier Vittorio Tondelli, ad esempio, aveva lasciato in Viaggio a Grasse e che Piersandro Pallavicini riprese in un suo gustoso racconto. Del resto l’interesse di Pallavicini per lo scrittore statunitense è di lunga data, attestato anche dal lavoro preparatorio per il suo romanzo, nel quale Prokosch è appunto uno dei protagonisti, anche se in effigie. Ed è proprio Pallavicini a ricordarci, nel suo breve racconto su Grasse, la malinconica (per Prokosch) vicenda dei suoi Butterfly Books, i piccoli libri stampati e rilegati a mano con carte marmorizzate di fattura artigianale che, da giovane e ancora sconosciuto dilettante di penna, usava spedire ai suoi scrittori del cuore nel tentativo mal celato di farseli amici in vista di (auspicabili) aiuti, nell’inestricabile e perverso mondo dell’editoria di allora come di oggi.

Librini, quelli ‘apparecchiati’ da Prokosch, di una sola lirica, peraltro non inedita, di giganti come James Joyce (Bahnhofstrasse, Lisbon, 1940), Hart Crane (Black Tambourine, Paris, 1969), Ezra Pound (Coitus, Paris, 1969), Wystan Auden (The Latest Ferrule, 1934), e ancora Thomas S. Eliot, Stephen Spender, Gertrude Stein, che Prokosch faceva stampare in trenta-quaranta esemplari firmati, che poi regalava ai suoi amati scrittori come Christmas Gift. Sul mercato antiquario questi libri-farfalla (Butterfly Books), stampati tra le due guerre in località dove l’autore aveva in qualche modo soggiornato (Roma, Napoli, New York, Stuttgardt, Hong Kong, Zurigo, Venezia, Ghent, Salisburgo), iniziarono ad avere un certo successo, soprattutto da parte di quegli inossidabili ‘bibliofolli’ che pur di possedere quelle piccole rarità erano disposti all’esborso di parecchie centinaia di dollari (di allora). Del resto abbiamo ricordato il grande viveur Norman Douglas il quale, ben conoscendo la febbre sempre elevata dei suoi amici e conoscenti ‘bibliofolli’, amava stampare anch’egli plaquettes di suoi titoli, in poche, rarissime copie, ancora oggi contese a suon di migliaia di dollari. Lui stesso ne parlava, divertendosi un mondo a ridicolizzare l’inesauribile propensione dei ‘bibliofolli’ a procacciarsi queste amenità bibliografiche. Ebbene Prokosch, tra gli anni Trenta e Cinquanta, stampava anche propri titoli, con le stesse modalità dei Butterfly Books; ad esempio Going Southward (1935), Song (1941), The Flamingoes (1948), Phantom Song (1952), Temple Song (1954), Fire Song (1955), Island Song (1956), che raggiunsero prezzi di tutto rispetto sul mercato antiquario nordamericano. Questi titoli sono stati posti in vendita, con prezzi tra i 1.000 e i 2.250 dollari, tra gli altri da Between The Covers – Rare Books, libreria antiquaria di Gloucester City (New Jersey).

[continua]

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