Wuz n. 8, ottobre 2002

Ferruccio Giromini

Le avventure di

capitan Yambo

Nelle comode categorie della nostra immaginazione, la fine dell’Ottocento è anche l’era della grande industrializzazione dell’Occidente, il tempo trionfale delle invenzioni, lo spettacolo positivista delle Grandi Esposizioni, l’epopea del “capitalismo avventuroso”, l’imporsi del colonialismo non solo come azione di sfruttamento economico del Terzo Mondo, ma in parte anche quale attuazione di un credo progressista di addomesticazione del mondo selvaggio.

Due campioni francesi dell’epoca – un’epoca in cui appunto il francese era la lingua più internazionale e più influente – sono stati senza alcun dubbio Jules Verne e Camille Flammarion, figure complementari che in diverso modo hanno contribuito a delineare nella storia della cultura sia il concetto di scienza come mistero e come avventura, sia le figure archetipiche (e presto stereotipi) dell’inventore positivista e dello scienziato romantico. Un terzo campione francese, ugualmente popolare in patria, è lo scrittore e disegnatore e litografo Albert Robida (1848-1926), prolifico autore di romanzi illustrati che si snodano con felice inventiva tra il racconto di viaggio, l’avventura, la protofantascienza e la satira. Tra i suoi titoli più famosi, l’anticipatorio Le XXe Siècle (1882) e, amatissimo anche in Italia, Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola nelle cinque o sei parti del mondo e in tutti i paesi visitati e non visitati da Giulio Verne (1879, tradotto da Sonzogno nel 1884).

Una straordinaria comunanza di temi e di accenti con Robida dimostra, al di qua delle Alpi, l’altrettanto prolifico e altrettanto amato, se non di più, Enrico Novelli (1874-1943), universalmente noto come Yambo. Lo pseudonimo, quale “nome in uso presso tribù nilotiche”, secondo il ricordo del figlio Mario, venne scovato tra le pagine dei giornali di viaggi di cui il giovanissimo aspirante scrittore era lettore bulimico. Oggi possiamo supporre, con una piccola correzione, che derivi dal saluto diffuso in gran parte dell’Africa occidentale: jambo (o jumbo). In verità, di uno pseudonimo il ragazzo aveva effettivo bisogno, per scrollarsi di dosso quanto prima l’ingombrante cognome paterno. Il genitore troppo illustre era il già celebratissimo attore Ermete Novelli; e così ne racconta e spiega l’esperto Antonio Faeti nel suo saggio Guardare le figure (Einaudi, 1972): “Ermete Novelli discendeva da una nobile famiglia di Bertinoro: dietro di lui c’era un autentico romanzo fatto di fughe, litigi, abbandoni di case avite, che aveva condotto suo padre nell’ambito del teatro. Il figlio Enrico, destinato fin da bambino a seguire le orme del grande Ermete, finì, come spesso succede in questi casi, impaurito dall’incombente presenza paterna e dal timore di non riuscire ad essere degno di lui, con l’evitare accuratamente la carriera dell’attore. Però sfogò, nella duplice attività di narratore e illustratore, tutta la profonda teatralità di cui era dotato. Tutte le sue opere, in sostanza, sono copioni, ai quali il succedersi frequentissimo delle immagini che accompagnano il testo fornisce una ribalta in cui agiscono, da saltimbanchi e da funamboli, i suoi fantastici personaggi”.

Pirotecnico scrittore e disegnatore di tutte le sue opere, dunque, Enrico Novelli, spirito vivace e gaio quant’altri mai, si diede alla produzione letteraria in età verdissima. I suoi primi tre manoscritti, rimasti inediti, risalgono rispettivamente al 1887 (lui tredicenne!) L’assedio di Milano, 41 pagine con 14 disegni, al 1888 Viaggi meravigliosi d’uno zio e di un nipote, ben 343 pagine con 56 disegni, e al 1889 Attraverso l’infinito, 112 pagine. In due casi su tre, l’argomento prescelto è la prediletta fantascienza. Allo stesso genere narrativo appartiene pure il primo libro pubblicato, a Firenze da Salani nel 1890 (lui sedicenne!), Dalla Terra alle Stelle. La strada di Yambo era segnata, e comunque davanti ne aveva tanta.

Per cominciare, uno spirito talmente inquieto e curioso non poteva non approdare al giornalismo. Questo capitolo della sua attività lo seguirà passo passo per tutta la vita, inaugurandosi nel 1894 a Milano, con una collaborazione a “la Sera”, subito dopo a Firenze (e la leggenda vuole che, non ancora ventenne, facesse il viaggio dall’una all’altra città in bicicletta), poi a Roma, dove nel 1901 fondò e diresse “Il pupazzetto”, mensile illustrato di allegra satira iconoclasta ispirato agli insegnamenti del suo maestro ideale di “giornalismo disegnato” Gandolin, alias Luigi Arnaldo Vassallo, e dove fu tra i fondatori e i redattori, con Trilussa e altri, del celeberrimo “Travaso delle idee”. Molti anni appresso, dopo molte altre collaborazioni alle testate più varie (da “la Nazione” di Firenze, per cui fu corrispondente di guerra durante il primo conflitto mondiale, a “Il Mattino” di Napoli), tornato a stabilirsi definitivamente nel capoluogo toscano diresse dal 1927 al 1942 “Il Nuovo Giornale”, quotidiano cittadino della sera. E fu a Firenze che morì a fine 1943, per un attacco di cuore, sotto un bombardamento.

Altro settore prolifico della attività di Yambo fu quello dedicato allo spettacolo: fin dal 1892 come critico e commediografo, con testi per monologhi e drammi in gran parte portati in scena e recitati dal padre Ermete, e dal 1909 addirittura come pioniere del cinema: produttore, regista e attore di diversi film, tra i quali resta più memorabile il lungometraggio Fiorenza mia!, tratto nel 1914 da una sua stessa opera teatrale del 1911. Ma fu soprattutto nella realizzazione instancabile di decine e decine di volumi (quasi un centinaio di titoli suoi, più una ventina di illustrati su testi altrui, più naturalmente ristampe e riedizioni) che la personalità eclettica ed esplosiva di Yambo ebbe modo di esprimersi al meglio.

La sua enorme fortuna presso le generazioni successive di giovani lettori dei primi decenni del Novecento trova testimonianza d’eccezione in un passo di una lettera di Cesare Pavese a Carlo Pinelli: “Ho passato l’inverno rileggendo Salgari e il ciclo dei moschettieri e […] se trovo un Yambo rinverdisco”. Ma che mai aveva di tanto speciale la torrenziale prosa del Novelli junior? Anzitutto gli argomenti, abilmente disvelantisi già nei titoli dei suoi romanzi più amati e ricercati. Peripezie sbalorditive si snodano fin dalle pagine di Capitano Audax (Roma, Perino, 1896, con paterna prefazione di Ermete Novelli) e del suo tempestivo rifacimento Capitan Fanfara, uscito per i tipi di Calzone e Villa nel 1904. Il viaggetto su due ruote nella pianura padana diventa Due anni in velocipede. Avventure straordinarie di due ciclisti intorno al mondo (Genova, Donath, 1899), satira che prende a bersaglio soprattutto Verne. L’epopea trionfale della tecnica moderna viene celebrata in Gli eroi del Gladiator. La ferrovia transafricana del secolo XX° (Roma, Calzone e Villa, 1900, la prima edizione in 50 dispense figurate con 300 disegni a colori). Si va invece alla ricerca del mitico continente scomparso sotto l’oceano in Atlantide (Calzone e Villa, 1901). Gustosa parodia delle storie di viaggi interplanetari è Gli esploratori dell’infinito (Roma, Giuseppe Scotti, 1906). Poi, strepitosamente ricca di vicende concitatissime e apocalittiche in tutti i continenti è la trilogia Fortunato per forza, Il re dei mondi, La banda di Carlo Bousset (edita da Scotti rispettivamente nel 1907, 1910 e 1911), il cui pretesto di partenza vede un miliardario annoiato e un giornalista che con lui scommette di potergli rendere interessante la vita… Oppure ecco ancora il romanzo di estrapolazione astronautica La colonia lunare (Donath, 1908); o quella che viene definita una “fantasia irredentista”, La rivincita di Lissa (Scotti, 1909, la prima edizione in 38 dispense illustrate in bianconero e a due colori); o la parodia dei romanzi salgariani di corsari I filibustieri della Lumaca (Scotti, 1910). E la maggior parte dei titoli di quegli anni venne riedita a Milano da Vallardi nel periodo 1926-1937, ad uso di nuove generazioni di lettori.

Il fascino indubbio e nuovo della fantascienza – ovvero la scienza fantastica – e la libertà assoluta dell’estro affabulatorio, la lieta teatralità degli intrecci e il vitalismo toscano dei personaggi, l’uso furibondo delle spavalderie e dell’ironia sfrenata, il mito della velocità e il martellante stuzzicare il senso della meraviglia: ecco che cosa avevano di speciale i libri di Yambo. E se si vuole un esempio pastoso della sua prosa tanto colloquiale quanto fantasiosa, che oggi può risultare ingenua e tuttavia permane efficace, lo si tragga pure da quel catalogo di stranezze e fanfaronate che sono Le avventure di Capitan Bombax (Scotti, 1907): “Il mio cappello-pipa-serbatoio e i miei stivaloni a scatto funzionavano egregiamente: perciò arrivai alla oasi di Canar tranquillo e fresco come una rosa, seguito dal mio ferocissimo caneleone… Ah! mi dimenticavo di dirvi che, passando per Berbera, avevo acquistato da un vecchio arabo un magnifico cane… cioè un magnifico leone… una bestia strana, insomma, risultata dall’incrocio di un cane e di un leone. Aveva la testa somigliantissima a quella del re della foresta (come dicono i viaggiatori-poeti), il corpo di un mastino, e le zampe di un levriero. Non era bello nel vero senso della parola, ma in compenso era stupidissimo. E poi, quando voleva latrare, ruggiva: e quando voleva ruggire, abbaiava. Figuratevi che strazio!

“Le vie dell’oasi erano deserte. Non c’era nemmeno una tabella del Touring per le indicazioni stradali. Mi posi quindi a girare alla cieca, con il caneleone sempre appresso, in cerca di qualche essere vivente; e per un paio d’ore non trovai nulla. Alla fine, giunto in un largo spiazzo tra gli alberi, scòrsi un piccolo negro ritto innanzi ad una capanna circolare.

“– Oooooooooooooooh!… – sospirai, battendo con violenza il piede destro a terra. Incauto! La molla collocata sotto il tacco dello stivalone, scattando, mi lanciò in aria a prodigiosa altezza. Descrissi una larga parabola e ricaddi a capofitto sul tetto della capanna, sfondandolo. Due secondi più tardi mi ritrovavo in piedi, non so neppure io come, innanzi ad un vecchio negro, mollemente adagiato sopra enormi guanciali di damasco ripieni di piume”.

Non solo un pubblico di ragazzetti soccombeva al carisma ammaliante di Yambo. Siamo ancora in tempi di dispense settimanali, che si leggono in famiglia tutti assieme, la sera dopo cena intorno al tavolo di cucina, e tutti assieme si aspetta con ansia la puntata successiva. D’altronde nelle pagine di Yambo molti ingredienti saporosi si miscelano a meraviglia, il menu si adatta a diversi palati. Al facile gusto per l’avventura mirabolante e a rotta di collo si aggiunge per esempio una più alta attitudine avventurosa laica e libertaria, di matrice più o meno confusamente politica; al desiderio di fuga dalla quotidianità banalizzante si può accostare anche un sentimento di polemica nei confronti della prevedibilità borghese dell’Italietta; al senso nazionale del melodramma (più che del dramma tout court) si somma un interesse curioso ora verso l’architettura, tanto quella più remota e dimenticata quanto quella più futuribile e immaginaria, ora verso le nuovissime meraviglie della scienza e della tecnica, in un sabba di macchine volanti, palloni aerostatici, dirigibili, sommergibili…

Peraltro l’entusiasta Novelli mostra una sicura vocazione pedagogica, quasi da missionario della tecnologia. Ecco un altro estratto illuminante, stavolta da Capitan Fanfara (1904): “Era, quella, una superba automobile. La forma della carrozza si distaccava alquanto dalle forme comuni, perché somigliava ad una cassa rettangolare, ed aveva un po’ dell’omnibus e della locomotiva elettrica […]. La carrozza in questione si presentava superbamente, anche all’occhio del profano: ed aggiungeremo che, per semplicità di meccanismo, per facilità di direzione, per solidità, per leggerezza, era, tecnicamente, una meraviglia. Il motore – di un sistema abbastanza nuovo, od almeno, in gran parte, modificato, – era a petrolio, aveva una forza di 30 cavalli effettivi, sviluppati da quattro cilindri a quattro tempi, orizzontali ed equilibrati, agenti su manivelle, a centottanta gradi, onde ottenere l’equilibrio dei pezzi in movimento e delle forze durante la spinta delle fasi esplosive. I cilindri venivano raffreddati con acqua in circolazione: il serbatoio d’acqua era di piccola capacità poiché questa, circolando, passava per un refrigerante, che la manteneva sempre fredda – condizione indispensabile alla automobile che debba percorrere grandi distanze. La lubrificazione di tutte le parti mobili si otteneva con un lubrificatore speciale inventato dallo stesso Mario Moresi. L’intelaiatura del veicolo era formata da tubi di acciaio finissimo, e portava tutti gli organi di trasmissione e di direzione. La trasmissione del movimento veniva fatta, secondo il sistema migliore, più semplice e più facilmente riparabile, ad ingranaggi: l’accensione era prodotta da una scintilla elettrica, che scoccava nella camera di compressione dei cilindri. Vi era inoltre un apparecchio supplementare per l’accensione ad incandescenza, in caso di guasti a quella elettrica. La vettura aveva due freni di sicurezza. Inoltre, presso il volante di direzione posto dietro la parete di cristallo, vi era un quadrante con una leva per i cambiamenti di velocità. Il motore aveva quattro velocità e passava da un minimum di dieci chilometri ad un maximum di ottanta. La automobile portava con sé una provvista di petrolio per oltre duecento chilometri: ma si poteva aggiungere un serbatoio supplementare. Era munita di grossi pneumatici imperforabili, ultimo sistema, e di molle robustissime, di acciaio temprato. La casa che aveva messo assieme quel capolavoro di meccanica, poteva andar fiera dell’opera sua”.

Al di là del recupero curioso e della ricerca d’un gusto d’epoca, la manualistica precisione di tali descrizioni tecniche – che in quei tempi pretelevisivi e comunque protoiconici, a livello di massa, rappresentava un formidabile metodo di diffusione culturale – naturalmente oggi risulta obsoleta e di fatto un poco indigesta. È questo il principale motivo della improbabilità oggettiva di una riproposta dell’opera di Yambo ad una platea di lettori contemporanei. Davvero troppo è mutata la realtà nel frattempo. Si mantiene vigoroso tuttavia l’appeal dei suoi disegni, che hanno saputo mantenere una freschezza speciale ben oltre il proprio rapporto con i testi che accompagnavano.

In Yambo, come per tanti altri, l’illustrazione nasce e s’intende come un elemento esplicativo e descrittivo accanto al testo; però la sua espressività grafica a prima vista esplicita un carattere molto forte e indipendente, sempre riconoscibilissimo. In ambienti dove l’inventiva fa la parte del leone, le sue svelte figurette corrono in tutte le direzioni deformandosi volentieri in interpretazioni caricaturali e satiriche che soddisfano appieno il gusto popolare, e perciò posizionandosi nella percezione pubblica in qualche punto molto vicino al giovane fumetto. Anzi, il segno di Yambo appare brillante precursore delle semplificazioni espressive fumettistiche, quelle che in Italia verranno importate dagli Stati Uniti solo a partire dal 1908 sulle pagine del “Corriere dei Piccoli”. Con i primi funnies e comics americani, il tratto di Yambo condivide infatti quella basilare intuizione sintetica, funzionalmente bidimensionale e deformante, che ormai si presentava in allontanamento progressivo dal disegno ottocentesco, ancora realistico e segnicamente volumetrico. Ma l’amabile grossolaneria di Yambo – segni grossi ma cervello fino – non va apparentata tanto all’ordinato gusto liberty, al quale lo si è voluto spesso assimilare in modo improprio, quanto precisamente ad una sorgiva esigenza, ben più sanguigna, di comunicare con immediata efficacia impressioni suggestive utili all’avanzamento della comprensione del testo. Il suo pennello dinamico, le sue composizioni spicce, le sue silhouettes di subitaneo impatto, i suoi tratteggi graffiati, a volte anche i suoi ampi neri pieni, non meno delle sue colorazioni molto approssimative, vanno, in grande anticipo sui tempi, a dettagliare visivamente lo stretto necessario, per arrivare a delineare quanto si deve a gran velocità, quasi di fretta, e poi passare subito ad altro, sempre di corsa. Frutto perfetto di una cultura e di una società a cavallo tra Ottocento e Novecento, Yambo esprime insomma il proprio immaginario ancora barocco e ridondante facendo ricorso a una sorta di scattante futurismo ante litteram.

Ben più ottocentesco, in un certo senso più toscanamente collodiano, Yambo si rivela nella sua produzione segnatamente indirizzata al pubblico più piccolo. Il suo nome resterà legato ancora a lungo alla figura di un monello dall’aspetto non immediatamente simpatico, caratterizzato da quel ciuffo di capelli smodatamente lungo, da quello zuccottino appena pinocchiesco e da quell’abnorme cravattone a farfalla al collo. Ciuffettino, fatto protagonista di continui ritorni in scena e fatto oggetto di continue revisioni e aggiustamenti, nei contenuti dei testi quanto nella forma esteriore, evidentemente rappresenta per il suo creatore l’archetipo ideale del piccolo protagonista di romanzi per l’infanzia. Compare la prima volta in Ciuffettino (Calzone e Villa, 1902, dichiarata 2° edizione ma unica conosciuta, abbellita da una telatura con impressioni in oro e con 146 illustrazioni nel testo virate in viola, arancione, rosso, verde, grigio e a due colori); ricompare in Burchiello l’amico di Ciuffettino (Scotti, 1905, con 153 disegni), in Ciuffettino alla guerra (edito a Firenze da “La Nazione” nel 1916), in Ciuffettino Balilla (Firenze, Vallecchi, 1931, rifacimento del precedente), in Le avventure di Ciuffettino (Vallecchi, 1933, a sua volta rifacimento del primissimo volume della serie, ma in edizione del tutto nuova e con nuove illustrazioni, per adattarlo ai ragazzi dell’era fascista) e infine in Ciuffettino re (1942, fiaba illustrata con 58 disegni e raccontata e musicata in due dischi Columbia). Anche altri titoli della produzione di Yambo per l’infanzia, peraltro, testimoniano l’attaccamento dell’autore a una certa idea di protagonista e di storia: Pendolino (Biondo, Palermo, 1904), Le avventure di Pallino (Scotti, 1905), Nocciolino (Scotti, 1906), Gomitolino (Torino, S.T.E.N., 1913), Cuoricino (Roma, Carra, 1922), Mestolino (Vallecchi, 1923), Le storie di Tizzoncino (Vallecchi, 1927).

Ai bambini, per la verità, Enrico Novelli consacrò nei decenni la massima parte della propria attività editoriale, anche con intenti didattici variamente scoperti. Tra questi volumi illustratissimi, ancor oggi ricercati, si possono citare la “commedia spettacolosa” per burattini La Principessa Stella (Almanacco Strenna di “Novellino”, Scotti, 1908), o la raccolta di fiabe, giochi e varietà Tutto di tutto (Vallardi, 1928); la storia di due bambini all’epoca dei dinosauri Titì e Tutù, o la mossa antologia di leggende e canzoni regionali Campane d’Italia (entrambi Vallecchi, 1933); le novelle sportive Io voglio essere campione di…(Vallardi, 1931) e perfino i dodici volumi della collana divulgativa “Impara anche questa, Biblioteca per ragazzi intelligenti” (Vallecchi, 1935-38, ristampati più volte fino al 1969). Invero il suo eclettismo può dare il capogiro. Così concluderemo citando ancora solo, a titolo indicativo tra le sue opere più varie, il fascicolo con 100 disegni Ermete Novelli-Album di Yambo (Roma, Raponi, 1899), la satira parlamentare L’onorevole in vacanza (Raponi, 1904), il galante Le memorie di una sciantosa (Firenze, Nerbini, 1920), il romanzo di satira cinematografica Le avventure della pellicola che non finisce mai (Nerbini, 1929); e, tra i volumi illustrati per altri, Gordon Pym di Poe (Calzone e Villa, 1900), Viaggi di Gulliver di Swift (Scotti, 1905), Tirititùf di Luigi Capuana (Ostiglia, La Scolastica, 1915) e infine la sola sontuosa copertina, legata in tela piena e impressa a colori e oro in rilievo, per le 101 dispense del Don Chisciotte illustrato da Doré (Nerbini, 1930). Anche il fumetto lo vide fervente protagonista lungo tutti gli anni Trenta, con varie storie a puntate pubblicate sulle più diffuse testate nerbiniane dell’epoca: “Topolino”, “Il giornale di Cino e Franco” “Il giornale dei tre porcellini”, “Pinocchio”, “L’Avventuroso”. Tre di quelle storie – Gli uomini verdi, Robottino l’omino d’acciaio e I pionieri dello spazio – sono state ristampate dall’editore amatoriale milanese Camillo Moscati nel 1975, in un albo intitolato semplicemente Yambo.

Quanto alla critica, Noemi Ruspantini ha pubblicato nel 1955 Yambo per l’Istituto Padano di Arti Grafiche di Rovigo; il figlio Mario Novelli ha stampato a sue spese nel 1982 Ricordiamo Yambo; la Cooperativa culturale “Giannino Stoppani” di Bologna, sotto l’ala di Antonio Faeti, ha curato nel 1987 la bella mostra e il bel catalogo Yambo (Casalecchio di Reno, Grafis, 1987); e infine nel 1996 a Torino la redazione di “Formato” ha dedicato una nuova mostra a Yambo. Un eclettico tra due secoli, il cui aggiornato catalogo è stato edito dalla Libreria Antiquaria Little Nemo.