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Bibliofilia

La scrittura einaudiana e la memoria editoriale

A venti anni dalla morte di Giulio Einaudi

di Massimo Gatta

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 108 – settembre 2019)

 

La memorialistica editoriale vanta in Italia una tradizione abbastanza consolidata concentrata tra fine Ottocento e la prima metà del Novecento. È un genere letterario di grande importanza che ci aiuta a comprendere meglio le problematiche complessive, non solo culturali, del fare editoria. La scrittura che ne scaturisce è infatti indissolubilmente intrecciata agli avvenimenti politici, culturali, artistici, economici dell’epoca, per cui il quadro composito che ne emerge è di grande suggestione critica per chi si occupa di storia dell’editoria e delle problematiche legate alle ‘culture editoriali’, quando queste ultime riguardano anche processi produttivi, pubblicitari, economici, letterari. In questo ambito allargato assumono notevole rilevanza anche quei pochi scritti autobiografici prodotti da altre categorie professionali legate al libro, come i tipografi (abbastanza noti quelli di Stella, Campanini, Landi, Sommaruga, Riva, Mardersteig, Buonafina), i librai (Orioli, Saba, Branduani, Vigevani, Gambetti), i cartai (Magnani, Burgo), i grafici editoriali, gli illustratori, gli agenti letterari (Linder), gli editors, ecc.

In Italia si è così lentamente stratificata una letteratura professionale che ha fatto luce su periodi e figure non sempre sufficientemente documentate. Esempi di questa preziosa, e spesso tralasciata, scrittura editoriale sono i volumi autobiografici di Piero e Gaspero Barbèra, David Passigli, Valdemaro Vecchi, Attilio Vallecchi, Angelo Sommaruga, Angelo F. Formìggini, Piero Gobetti, Valentino Bompiani, Neri Pozza, Mimma, Alberto e Cristina Mondadori, Franco Antonicelli, Guido Lopez, Vito Laterza, Vanni Scheiwiller e appunto Giulio Einaudi, tutti protagonisti del mondo editoriale e non figure marginali nel panorama italiano otto-novecentesco.

Non tutti però i grandi editori italiani hanno lasciato ‘tracce autobiografiche’ scritte, ed è un peccato perché siamo così privati di informazioni di prima mano per una ricostruzione precisa di intere fasi culturali ed editoriali nelle quali erano coinvolti, non solo scrittori e poeti, ma anche artisti, grafici, musicisti, storici, politici. Questo perché, ancora una volta, l’intuizione di Eugenio Garin, formulata diversi anni fa e ancora attuale, secondo il quale non si fa ‘storia della cultura senza fare anche storia dell’editoria’, ci ricorda che le numerose culture editoriali (non si può ormai più parlare di una sola editoria) sono indissociabili dalle altre culture, economico-produttive, artistiche, musicali, architettoniche, politiche, ecc.

Le vicende che hanno portato alla costituzione di molte case editrici, ma anche di tipografie, di cartiere, luoghi comunque legati alla produzione del libro e al rapporto tra editore e autore, sono complesse e stratificate e solo la ‘memoria editoriale’ dei protagonisti di quelle stesse vicende può restituirci intatto, dall’interno di quell’esperienza, quel clima, quegli anni, quelle tensioni, quelle battaglie. Ecco perché oggi si avverte come non mai (e da vari settori) l’esigenza di salvaguardare proprio quelle memorie e quei materiali di documentazione, come archivi, epistolari, fondi speciali, emeroteche, fototeche, un tempo considerati di secondo piano, quando non scomparsi del tutto, distrutti da eventi naturali o bellici, e oggi invece recuperati e conservati con cura.

In Italia questa esigenza è stata avvertita più di recente rispetto ad altri Paesi (pensiamo solo all’opera pionieristica di Sir Stanley Unwin, The Truthabout Publishing, 1926, che Erich Linder curò integrandolo con le sue utili note al testo, e stampato da Garzanti nel 1958 col titolo La verità sull’editoria) che da tempo hanno iniziato quest’opera di recupero delle fonti memorialistiche e documentarie; ma giusto dieci anni prima della traduzione italiana del lavoro di Unwin veniva pubblicato da Emerico Giachery un volume pressoché sconosciuto a molti, Come pubblicare un libro (Roma, Organizzazione Editoriale Tipografica, 1948), che svelava all’esordiente scrittore tutti i passaggi e i meccanismi per giungere alla pubblicazione finale.

In Francia, invece, opera fin dal 1989 l’IMEC, l’Institut Mémoires de l’Edition Contemporaines, creato e diretto da Olivier Corpet e Pascal Fouché con l’intento di salvaguardare alcuni importanti archivi editoriali francesi, mettendoli nello stesso tempo a disposizione degli studiosi. Ciò ha costituito uno dei primi e più importanti centri per lo studio delle editorie (cfr. sull’argomento «La Fabbrica del Libro», 2/1995). Editori grandi e medi hanno infatti affidato all’IMEC i loro enormi archivi e fondi di documentazione (l’istituto ne contiene oggi circa 120) perché venissero catalogati e resi disponibili agli studiosi; e sono gli stessi editori a finanziare queste iniziative, perché si sono resi conto dell’importanza di una seria e attenta ricognizione e catalogazione della propria storia aziendale e anche culturale. Ma la Francia, rispetto ad altri Paesi, ha sempre dimostrato una sensibilità maggiore nei confronti della storia culturale del libro; francesi sono infatti Lucien Febvre e Henri-Jean Martin, pionieri negli studi sul libro di cui L’apparition du livre (Paris, Albin Michel, 1958), costituisce ancora oggi una pietra miliare.

In questo contesto europeo la ‘memorialistica editoriale’ di Giulio Einaudi appare peculiare per più di un motivo. Essa intanto, per quantità, è tra le più ampie. Inoltre, non essendo stata episodica o sterilmente celebrativa, segue, intesse e chiarisce l’intera vicenda storico-culturale ed editoriale dell’Einaudi lungo i suoi settant’anni di vita, dispiegandosi così tra fascismo, dopoguerra e repubblica e rendendo giustamente centrale, nel panorama politico e culturale italiano del Novecento, quel laboratorio politico-letterario di idee che fu la casa editrice torinese.

Nessun altro editore, e ancora una volta non solo italiano, è riuscito a raccontare come Einaudi con eguale lucidità, costanza e fedeltà la complessa e stratificata storia culturale della propria azienda. Forse solo Barbéra a fine Ottocento e Bompiani nel nuovo secolo, ma molto più episodicamente, hanno fatto altrettanto.

Stranamente un altro grande editore come Arnoldo Mondadori non ha lasciato quasi nulla di autobiografico e le testimonianze maggiori provengono da contributi familiari, come quelle dei figli Mimma, Alberto e Cristina, dall’entourage, dagli autori (Guido Lopez, Marino Moretti) o dai critici (Enrico Decleva, Irene Pivetti). Di suo pugno, di argomento editoriale, ci resta ben poco. Il testo della lezione da lui tenuta la sera del 19 maggio 1927 all’Istituto Fascista di Cultura di Milano, è stato fortunatamente ristampato nel 1998 da Stampa Aletrnativa col titolo Il libro, con un puntuale saggio di Manela La Ferla, Un mestiere poco redditizio? (pp. 31-45). È da sottolineare, comunque, che negli anni sono usciti alcuni importanti volumi sulla Mondadori: ‘storici’ come quelli per il trentennale e il cinquantenario, ‘in ricordo di’ quelli per Remo, Alberto e lo stesso Arnoldo, fino a Le mie famiglie di Cristina Mondadori (Milano, Bompiani, 2004), ma certo non è lo stesso che se avessimo potuto leggere le parole e i ricordi del fondatore. La Mondadori in compenso, e quasi a bilanciare questa grave mancanza, ha creato a Milano uno straordinario centro di studi per la storia, la cultura e la salvaguardia della memoria del lavoro editoriale, la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, indispensabile fonte di documentazione non solo per gli storici del libro ma anche per gli storici della letteratura e dell’impresa, per i sociologi, i semiologi, gli storici della grafica, dell’illustrazione e della comunicazione aziendale, gli economisti. La Fondazione conserva tra i suoi ricchi fondi, oltre all’archivio storico della Arnoldo Mondadori Editore e del gruppo Saggiatore, anche l’Archivio Linder, la Collezione Minardi, il Fondo Bottai, il Fondo Testori, il Fondo Manzini e il Fondo Mazzucchetti; ha poi pubblicato una serie di saggi, cataloghi e repertori di argomento editoriale di grande importanza.

L’Einaudi è stata, negli anni, attentamente studiata da una serie di storici che ne hanno analizzato vicende, aspetti e caratteristiche: due notevoli esempi sono i volumi di Gabriele Turi (Casa Einaudi. Libri uomini idee oltre il fascismo, Bologna, Il Mulino, 1990) e di Luisa Mangoni (Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni Trenta agli anni Sessanta, Torino, Bollati Boringhieri, 1999). Volumi che indubbiamente integrano la ‘bibliografia primaria’ della casa editrice, come sarebbe giusto identificare la scrittura autobiografica del suo fondatore, a maggior ragione oggi in occasione del ventennale della scomparsa. Il suo primo scritto significativo fu la Presentazione (Natale 1955) al Catalogo generale delle edizioni Einaudi dalla fondazione della Casa editrice al 1° gennaio 1956. In esso Einaudi compiva un primo bilancio ma soprattutto poneva l’accento sull’unicità culturale e progettuale della casa editrice. Da questo scritto in poi l’editore tornerà spesso, e giustamente, sul carattere di unicità dell’esperienza editoriale einaudiana, intrecciandola, com’è giusto, alle vicende biografiche dei suoi protagonisti: Ginzburg, Pavese, Mila.

[continua]

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