Noemi Veneziani (classe 1991), bibliofila, editor e articolista, coopera con Maremagnum e con la Virginia Woolf Project. In occasione del Salone della Cultura 2020, ha partecipato come relatrice alla conferenza Donne bibliofile: una passione in crescita.

A Londra con Virginia Woolf

«Uno di questi giorni scriverò di Londra, e di come si faccia carico della vita privata e la porti avanti, senza sforzo».

È il 26 maggio 1924 quando Virginia Woolf decide di affidare al proprio diario questa lapidaria riflessione che sottintende molto di ciò che è stata l’autrice nel profondo di un’animo vessato da oscure presenze e tormentato dalla consapevolezza di un’esistenza ben più straordinaria e terrificante di come l’essere umano sia in grado di percepire a meno che egli/ella non decida di “mettersi in ascolto” utilizzando tutti i propri canali ricettori per stabilire un contatto con il mondo esterno.

Virginia trasforma Londra in una fonte di nutrimento per la propria mente, un luogo capace di farla sentire libera di respirare a pieni polmoni gironzolando per le strade della città osservando la vita nel pieno del suo svolgersi frenetico.

Passeggiare prestando attenzione anche ai più piccoli dettagli è l’unica attività in grado di placare la mente della scrittrice la quale, dalla morte del padre Leslie avvenuta il 22 febbraio 1904, deve fare i conti con una fragilità mentale che spesso la costringe a lunghi periodi di riposo durante cui i medici le consigliano di allontanarsi dalla città.

La campagna diventa così un luogo di isolamento e di “punizione”, almeno fino a quando le incursioni tedesche del luglio del 1940 iniziano a colpire la città obbligando Virginia e il marito Leonard Woolf a rifugiarsi nella casa di campagna, Monks House, l’ultimo luogo sicuro per la scrittrice, la quale torna ripetutamente nella “sua” Londra nonostante la distruzione di gran parte delle abitazioni a lei familiari il cui stato ha probabilmente contribuito a far germogliare in lei quel senso di desolazione e impotenza che, da lì a un anno, l’avrebbe portata al suicidio, un atto d’amore nei confronti di una cultura distrutta dall’ottusa società umana.

In questo breve saggio, Cristina Marconi accompagna il lettore/la lettrice per le strade di una città che, almeno in parte, oggi stentiamo a riconoscere qualora decidessimo di lasciarci guidare dallo sguardo di Virginia Woolf.

Dopo una breve introduzione volta a dare una prima idea dell’argomento trattato, l’autrice decide di dividere la parte centrale, Una londinese, in 8 capitoli, scanditi a loro volta da brevi paragrafi, che prendono il nome dai domicili che ospitano dapprima la famiglia Jackson-Stephen, poi i soli fratelli Stephen – Thoby, Vanessa, Virginia e Adrian – e infine i coniugi Woolf – Leonard e Virginia.

«Verso la fine di una “piccola strada senza uscita a fianco di Queen’s Gate e di fronte ai Kensington Gardens”, […], ci si “deve fermare un attimo davanti a quella casa altissima verso il fondo della via sulla sinistra, che all’inizio è di stucco bianco per finire poi in mattoni rossi”. Un edificio sulla cui tenuta Virginia Woolf non ha mai riposto molta fiducia».

Il viaggio ha dunque inizio al 22 di Hyde Park Gate, la lugubre casa vittoriana in cui Julia Prinsept Jackson, seconda moglie di Sir Leslie Stephen, dà alla luce Adeline Virginia il 25 gennaio 1882, per approdare al vivace quartiere londinese di Bloomsbury.

Dopo la morte del padre, i fratelli Stephen si trasferiscono al 46 Gordon Square e vi rimangono dal 1905 al 1907 dando avvio al celebre e chiacchierato Bloomsbury Group.

Il 1907 è l’anno che segna il trasferimento di Virginia e Adrian al 29 Fitzroy Square per lasciare ai novelli sposi Vanessa e Clive Bell il vecchio appartamento in cui avevano vissuto fino a quel momento insieme al fratello maggiore Thoby deceduto il 20 novembre dell’anno precedente a causa di una febbre tifoide.

Quattro anni più tardi, Virginia e Adrian, stanchi dei coinquilini con i quali condividevano l’appartamento di Fitzroy Square, decidono di cambiare aria e di spostarsi al 38 Brunswick Square, sistemazione che fa al caso loro fino al mese di agosto del 1912 quando Virginia prende come marito l’ebreo Leonard Woolf – personaggio del quale impariamo a conoscere alcuni aspetti legati all’infanzia e a una famiglia caduta in disgrazia a causa della prematura scomparsa del padre avvocato di successo e consigliere legale della regina.

Dopo il matrimonio, la coppia trascorre un anno al 13 Cliffor’s Inn prima di traslocare al 34 Paradise Road, Richmond (1914-1924), sostando per qualche tempo al 17 di The Green, sempre a Richmond.

Nel 1935 la Hogarth Press, casa editrice fondata dai Woolf nel 1917, ha bisogno di sempre più spazio per riuscire a soddisfare le richieste dei lettori e l’appartamento al 52 Tavistock Square sembra essere proprio adatto ad ospitare una realtà editoriale in crescita.

Nel 1938, però, l’arrivo di Hitler è imminente e gli altoparlanti ricordano a una Virginia Woolf intenta nelle sue passeggiate quotidiane di munirsi di maschera antigas.

In quello stesso periodo scompaiono alcuni tra le amicizie più care alla scrittrice – Roger Fry, Lytton Strachey e la sua compagna Dora Carrington – e i Woolf prendono la difficile decisione di cedere parte della Hogarth facendo un passo indietro.

Londra è ormai una capitale morta, un luogo privo di quella vita di cui Woolf si era nutrita fino a quel momento.

È in questo contesto che si colloca la riflessione di Virginia circa la propria scrittura, ella infatti arriva alla conclusione che, probabilmente, il termine più corretto per definirla sia «”elegie”, il suo obiettivo è fermare il tempo».

Eppure, quest’ultimo non sembra voler dare tregua a quell’anima fragile e affamata di vita che decide ancora una volta di spostarsi, di cambiare appartamento e sistemarsi al 37 Mecklenburgh Square fino al trasferimento definitivo a Rodmell nel 1940.

Chiudono il breve saggio una descrizione di una Londra come La città della vita dei coniugi Woolf così come per le numerose figure che con essi hanno condiviso la passione per le arti – ricordo tra i tanti i nomi di Katherine Mansfield, Ethel Smith, Vita Sackville West e T.S. Eliot – e un ultima parte dedicata alla Londra senza di lei, in cui la scrittura limpida di Marconi accompagna l’autrice nei suoi ultimi passi verso il materno fiume Ouse, poco distante da Monks House e teatro dell’atto finale di una innovatrice della letteratura e della lingua inglese della prima metà del Novecento.

«Per tutta la vita il suo terrore sarà quello di non essere capita fino in fondo, di essere fraintesa, non intellegibile al prossimo» fatta eccezione per la sua città, la sua “vecchia Bloomsbury” che «più che un quartiere è un altro punto di vista sul mondo, un luogo senza autorità, dove ci si veste di raso per cena e dove, se la conversazione cade nel silenzio, è un “silenzio problematico” e non una pausa imbarazzante e “ottusa” […]», un luogo rumoroso, pieno di taxi e musicisti.

Il libro è disponibile sul sito della casa editrice Giulio Perroni Editore clicca qui

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titolo: A Londra con Virginia Woolf
autore: Cristina Marconi
collana: Passaggi di dogana – 23
editore: Giulio Perrone Editore
pagine: 127
prezzo: 15,00 €
pubblicazione: 03/2021
ISBN: 9788860045614

L’AUTRICE – Romana, laureata in Filosofia alla Normale di Pisa, vive a Londra e da dieci anni racconta l’Inghilterra sui giornali. Con il suo romanzo d’esordio, Città irreale (Ponte alle Grazie, 2019), è stata nella dozzina del Premio Strega, ha ricevuto il Premio Rapallo Opera Prima e il Premio Severino Cesari. Insegna scrittura creativa.

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