Wuz, n.5, settembre-ottobre 2005

 

Hilarius Moosbrugger

 

La prosa in musica di

Bruno Barilli

 

 

 

Chi era Bruno Barilli ? Era musicista, poi critico musicale, poi scrittore. Usava le parole come suoni oltre che come concetti – "grandine e spruzzata di rubini e diamanti" diceva Emilio Cecchi – e le collezionava in un linguaggio barocco e arricciolato, seducente come pochi.
"Nato a Fano il 14 dicembre 1880 di padre pittore parmigiano e madre fanese. Cresciuto a Parma fino all’ età  di nove anni. Poi nel collegio convitto nazionale di Fano fino agli undici anni d’ età . Dopo, a Parma, allievo delle scuole tecniche, studio matematica. A diciannove anni abbandono del tutto tali scuole e cominciando dallo studio del violoncello, entro nel Conservatorio di musica di Parma. A vent’ anni scappo a Monaco di Baviera, dove per pochi mesi tiro avanti facendo la comparsa nei teatri e dando lezioni di italiano. Quell’ anno stesso entro nella Tonkunst Akademie di Monaco. Là  frequento le classi di armonia, contrappunto, fuga e composizione e la scuola di direzione d’ orchestra dove ebbi maestro Felix Mottl. A ventiquattro anni ottenni il diploma di maestro". (1)

La vita di Barilli fu simile alla sua opera : invenzioni continue, fortissimi impulsi, cadute di tensione, cambiamenti improvvisi. Tutta la irregolarità  di una bohème sempre altalenante tra riuscita e disperazione, con un’ unica costante, la genialità  espressiva.
Dalla Baviera e dagli studi musicali riportò l’ ispirazione per due opere, Aretusa (1910) e Emiral (1915), e una moglie, la pricipessa serba Danitza Pavlovic, sposata nel 1907.
Scrivere musica è stato il sogno deluso di Barilli. Le due opere furono presentate alcuni anni più tardi, ebbero poco successo e contribuirono all’ infelicità  nascosta di Barilli musicista. Furono però causa dello sbocco creativo in un’ altra direzione, la scrittura.

Gli inizi di Barilli scrittore sono legati alla Serbia della moglie. Il soggiorno in quel paese gli procurò il primo incarico di giornalista : i resoconti della guerra balcanica del 1912 e, successivamente, la possibilità  di seguire la guerra austro-serba del 1915.
Le corrispondenze rivelano precisione e maturità . Era il suo tirocinio, ma l’ orecchio di Barilli aveva colto molto rapidamente il tono necessario. Descrizioni di persone, feriti, ospedali, fiumi, strade, paesi distrutti, miserie : " Un povero zingaro completamente maciullato aveva le labbra asportate nette da un proiettile e tutti i suoi denti erano scoperti fino alla mandibola". (2) L’ avvio di Barilli allo scrivere è anche la rivelazione di una predisposizione perfino più forte di quella per la musica.

Il 1915 è l’ anno del ritorno in Italia e l’ inizio del lavoro di critico musicale. Un’ attività  svolta per anni e anni, che è la fonte di tutta la sua creatività  e dove si attua quella trasposizione dalla musica alle parole caratteristica non solo del suo stile, ma assoluta invenzione di sonorità  e motivi personalissimi.
Barilli non ha scritto libri. Ha raccolto, combinato, talvolta ricomposto i suoi scritti per quotidiani o riviste. Poi li ha pubblicati in eleganti e non ingombranti brossure. L’ invenzione del momento è una delle sue esigenze, gli eccita l’ ispirazione e lo svolgimento è come l’ esecuzione di un virtuoso.
Il primo dei suoi non libri è Delirama, parola serba che vuol dire vagabondo, insieme di tredici prose, uscito nel 1924 a cura dell’ autore, n. 7 della collana ‘La terza pagina’ diretta da Orio Vergani, con un ritratto di Barilli fatto da Spadini e una prefazione di Emilio Cecchi.

La maggior parte delle prose erano uscite sulla ‘Ronda’ nel 1919-20. Ma anche sui quotidiani ‘Il Tempo’, ‘Il Resto del Carlino’ o ‘La Gazzetta di Parma’. Il grado di differenza nella scrittura, tra rivista e volume, è minimo. Più marcato quello con i quotidiani, per ragioni di spazio o semplicemente di occasione.
Forse, il più famoso dei tredici pezzi è Bottesini, ritratto di un artista del contrabasso : "Entrava in fretta all’ ultimo minuto sul palcoscenico fradicio e semibuio del teatro ducale…faceva volentieri della parodia; cominciavano prima i grugniti del contrabasso; dopo si passava nel regno dei calabroni e ti pareva che tutta l’ aria e la luce brulicassero di pungiglioni…adagio, adagio pigliava poi via, serpeggiando con un tramestio obliquo, cieco e dilungato, come rettile mostruoso che si inselva. Fin che si buttava, piegato in due, a suonare con voglia…gli arpeggi, le corde doppie e i pizzicati saltavano all’ aria in una prodigiosa mescolanza, formando una grandiosa e barocca architettura che crollava precipitosamente, circondata e distrutta con furia da una sequela di tonfi mistificatori". (3)

Delirama
è il capostipite dei libri musicali di Barilli e verrà  moltiplicato, almeno per tre, ne Il sorcio nel violino, Il paese del melodramma e la seconda edizione di Delirama stesso. Denominatore comune dei quattri libri è la prefazione di Emilio Cecchi, evidentemente considerata di grande prestigio e più che degna di ripetizione, di edizione in edizione.
Il sorcio nel violino appare nel 1926 a Milano, edizioni ‘Bottega di poesia’, collana ‘I fascicoli musicali’ diretta da Giovanni Da Nova. Amplia il numero delle prose presentate in Delirama con caratteristiche del tutto simili.
Il Paese del melodramma, che prende il nome da "l’ enorme zanzariera che è la valle del Po fra Parma e Mantova", è del 1930, edito da Carabba a Lanciano, bellissima copertina disegnata apposta da Scipione. Contiene un racconto lungo su Verdi ed è intrecciato con Parma, raccontata in modo volutamente maudit in Migliavacca, commovente ne Il ponte verde. Anche qui la prima uscita è su rivista : ‘ Fiera letteraria’ del 7 aprile 1929.
Infine, la seconda edizione di Delirama. Esce dopo molti anni, nel 1944, nella collezione ‘Micron’ dell’ Editoriale romana. E’ la ripresa del primo Delirama e de Il sorcio nel violino, con dieci prose inedite.

E’ questo il capitolo centrale dell’ opera di Barilli, il più noto e il più notato. Ce ne sono però altri due altrettanto importanti : quello dei viaggi e quello dei taccuini e capricci.
Il gusto del viaggio, e la relativa irrequietezza, era apparso presto in Barilli, fin dalla sua fuga a Monaco a vent’ anni. Continuò con Serbia, Nord Europa, Inghilterra, Italia e Africa. In Francia, Barilli, addirittura si stabilì, dal 1928 al 1930. Nino Frank ricorda : "Barilli sedeva solo, a un tavolo del Dome, con gli stuzzicadenti, le forbici, le cartelle, davanti
al tè spesso rinnovato. Guardava, aspettava. Tanti hanno descritto l’ aspetto romantico, quei capelli, quel naso, quegli occhi chiari : fascinosa presenza, e a me, ancora un po’ ragazzo, veniva in mente Paganini". (4)
E’ curioso l’ accenno agli stuzzicadenti. Dovevano essere ricorrenti per Barilli perchè in un suo ‘capriccio’ dice : "Quando li avevo tutti i miei 32 denti, mi bastava un solo stuzzicadenti. Adesso che ho un dente solo mi ci vogliono 32 stuzzicadenti".

Frank racconta ancora di quando fondò la rivista ‘Bifur’ con Dessaignes e offrì a Barilli il posto di consigliere per le collaborazioni italiane : "Teneva sempre con sè la rivista, quando ne usciva un numero l’ accarezzava quasi fosse viva, gli piaceva la carta, mirava i nomi. Non credo l’ abbia mai letta".
A Parigi Barilli aveva concepito l’ idea di far uscire due libri paralleli, uno sull’ Italia Le Pays du melodrame per le edizioni Carrefour, l’ altro sulla Francia, Paris, da Carabba. Il primo progetto non riuscì per il fallimento dell’ editore francese. Parigi invece uscirà , ma nel 1938, illustrato dai disegni di Milena Barilli, composto da tredici prose, numero ‘fatidico’ e ripetitivo che doveva piacere assai all’ autore. L’ inizio dà  il tono a tutto il volume : "Parigi, superficie lucente ammantata di schiuma e di bave sanguigne".

Le opere di viaggio corrispondono ai diversi itinerari che Barilli intraprendeva, anche se le edizioni sono sempre assai posteriori agli spostamenti dell’ autore.
Il viaggio in Africa del 1929 darà  Il sole in trappola (Sansoni, 1934); quello in Inghilterra Ricordi londinesi (Nuove Edizioni Italiane, 1945); il lungo giro al nord dell’ Europa Il viaggiatore volante (Mondadori, 1946); e, uscito postumo, Lo stivale, esplorazioni nelle varie regioni italiane (Gherardo Casini Editore, 1952). Barilli viaggiatore dimostra tutta la sua sensibilità  nell’ osservazione dei paesi stranieri, ma anche comprensione acuta dei costumie dei luoghi. E’ un modo di raccontare meno musicale, ma non meno potente nelle sue sensazioni : "Il battello appoggia i suoi ampi fianchi sull’ acqua -ora l’ uno ora l’ altro- in una movenza di rullio che ti butta contro la parete. La qual cosa non gli impedisce di beccheggiare su tutta la sua lunghezza di 133 metri come un cavalluccio da giostra. Quattro movimenti in croce : si piega qua e là  a vortice. E il resto della nave si rizza in aria miracolosamente impennato (come se non avesse più l’ acqua sotto ma il vento a sostenerlo) e avanza perpendicolarmente per qualche eterno minuto secondo, prima di ricadere in mezzo a questa lotta di correnti che costituiscono il temutissimo passo del Capo di Buona Speranza" (5). Puro Conrad da parte di un musicista parmigiano.

La vecchiaia e la seconda guerra mondiale sorpresero Barilli qusi senza difesa. Entrambe segnalavano che svolta e discesa erano cominciate. A Roma, Barilli viveva solo, separato dalla moglie rimasta in Serbia, e dalla figlia in America. Non che non avesse allenamento alla solitudine, non avrebbe potuto farne a meno, probabilmente. Ma sentiva il tempo correre, aveva affanni di salute e penuria di mezzi. Sentiva, soprattutto, chiudersi la sua esistenza. Per rallentare scrisse di sè.
Capricci di vegliardo è l’ ultima opera sua, edita dalle Edizioni della Meridiana nel 1951, a un anno dalla morte. Insieme ai Taccuini e agli Aforismi è il libro che offre l’ essenza più intima di Barilli, meno funambolo, più doloroso, più vicino alla sua vita vera.
Le prove non mancano, si veda la descrizione del suo modo di lavorare : "Non so ragionare, se vogliono delle spiegazioni butto la testa da un lato e guardo il mio interlocutore con uno stupido sguardo di gallina…Io stesso circolo in un casamento sconosciuto e buio, quando ho la penna in mano. Le mani in avanti, trovo delle ringhiere che mi salvano, delle rampe che mi aiutano a salire, e a discendere, delle porte che si aprono cigolando, traverso sulla sordità  dei tappeti degli ambienti invisibili dove c’è odore di chiuso e di vecchio, mi perdo coi piedi dentro delle sedie rovesciate e mi aggrappo al lampadario trascinandolo giù nella caduta". (6)

Ancora, gli appunti che man mano nota su di sè e sugli amici, fino all’ addio ultimo :

"Caro Ungaretti è vero che ti scrivo soltanto quando ho bisogno, ma è altrettanto vero che qundo ti scrivo non penso a te, ma a me, mentre quando non ti scrivo penso a te"

"Cardarelli, -non parlatemene è inutile- io non gli sono nemico nè amico. Di lui non voglio più sentir parlare. Io adesso sono solo uno, e l’ unico forse che è sopravvissuto alla sua amicizia"

"Ormai la mia occupazione sarà  quella di morire adagio adagio senza farmi male"

"Tutto è perduto : i tacchi, la sciarpa, il cappotto, insomma tutto se ne va, di contrattempo in contrattempo, fino ai miei ultimi bottoni"

"Je suis comme la lune. Comme la lune j’ ai mes quartiers, mes moitiés et mes plénitudes"

"Chers amis, dèsespoir et félicité, chers amis, je meurs après avoir vécu".

La redazione dei taccuini e degli aforismi non è limitata agli altimi anni di vita. E’ un contrappunto continuo di tutta la sua esistenza. Barilli riservava per sè le annotazioni dei pensieri più intimi e dava agli altri i risultati più pirotecnici delle sue invenzioni. Avvicinandosi la fine però, sentì il bisogno di aprirsi e compose diversi pezzi presi dalle sue note, fino al culmine di Capricci di vegliardo.
A noi pare che la compagnia di Barilli, al di là  dei suoi paradossi, sia quella di una persona elegante e gentile. E’ molto, da chi pretendeva in fondo così poco.

Note
(1) Capricci di vegliardo e taccuini inediti, Torino, Einaudi, 1989.
(2) Il viaggiatore volante, Milano, Mondadori, 1946.
(3) Il sorcio nel violino e Delirama, Torino, Einaudi, 1982.
(4) Nino Frank, Ricordo di Bruno Barilli a Parigi, ‘Galleria’ n.3/4/5, maggio 1963
(5) Il sole in trappola< /em>, Milano, Sansoni, 1934
(6) Mario Lavagetto, introduzione a Il sorcio nel violino, Torino, Einaudi, 1982.

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