Wuz n. 5, maggio 2003

Giovanni Biancardi

La prima Saffo

di Alessandro Verri

Succede spesso di rinvenire false indicazioni di stampa in opere impresse nel secolo XVIII, e anche in scritti assai noti, come Alcune rime di Ripano Eupilino (alias Giuseppe Parini), spacciate al pubblico come opera londinese dello stampatore Giacomo Tomson, o Meditazioni sulla felicità di Pietro Verri, allestite anch’esse a Londra, secondo il frontespizio privo di data e indicazione di tipografo, ma di fatto impresse a Livorno, dall’italianissimo Coltellini. Simili scelte erano consigliate, e spesso imposte, da ragioni di opportunità sociale o politica, così come dal pericolo di incorrere in censure da parte delle autorità ecclesiastiche. Potevano inoltre corrispondere a una mera ansia di esotismo o a intenti puramente burleschi, a un ampio ventaglio di motivazioni, insomma, di cui fornisce ricca messe di esempi il tuttora utilissimo Dizionario dei luoghi di stampa falsi, inventati o supposti di Marino Parenti (Firenze, Sansoni, 1951).

Per gran parte delle opere in questione, il reale luogo di stampa, il tipografo e l’effettivo anno di impressione sono stati ricostruiti grazie a ricerche documentarie, filologiche e bibliografiche. Restano, tuttavia, non poche vicende tipografiche degne di essere attentamente esplorate sotto questo profilo e altre che, nonostante le indagini compiute in passato, possono ancora riservare qualche sorpresa. Una di queste ultime è senz’altro quella delle Avventure di Saffo poetessa di Mitilene, il primo romanzo di Alessandro Verri. Già noto è infatti che l’opera, sebbene rechi nel frontespizio il nome del tipografo Manfré e come luogo di stampa Padova, in realtà venne impressa a Roma, anonima, e da tutt’altro stampatore. Definitiva chiarezza, invece, non si è fatta ancora in merito alla data effettivamente riportata dagli esemplari genuini della sua editio princeps. Non sarà dunque inutile ripercorrere brevemente le vicende che portarono le Avventure di Saffo dallo scrittoio dell’autore alle mani dei loro primi lettori. È operazione agevole, peraltro. Preziosissima fonte di informazioni a tale riguardo sono infatti le lettere che Alessandro Verri, trasferitosi stabilmente a Roma, scambiò con notevole regolarità e frequenza col fratello Pietro, rimasto a Milano (ora edite nei voll. XI e XII del Carteggio di Pietro e Alessandro Verri, a cura di Giovanni Seregni. Milano, Giuffré, 1940-1942).

Il primo a darci notizie sull’opera è il maggiore dei Verri. Il 6 maggio 1780, Pietro comunicò ad Alessandro di aver iniziato a leggere il romanzo, ancora manoscritto, e si premurò nelle lettere immediatamente successive di riferirgli il proprio entusiastico parere e quello, altrettanto favorevole, della cerchia degli amici lombardi cui l’opera venne offerta in anteprima.

Ad Alessandro, certo, dovettero far piacere queste lodi. Meno gradito gli fu invece il ritardo con cui il testo a penna ritornò a Roma. Il 14 ottobre ne sollecitava la restituzione, ansioso, poiché dell’opera non aveva “altro originale che quello” spedito a Milano. Poté riaverlo solo tra la fine del novembre e le prime settimane del dicembre. Un primo dato certo, pertanto, è che le Avventure di Saffo, se giunsero in tipografia nel 1780, non vi fecero ingresso che nelle ultimissime settimane, così come è certo che non ne uscirono stampate prima dell’aprirsi del successivo.

Ben poco sappiamo, invero, sui tempi di allestimento e di impressione dell’opera, giacché nell’epistolario dei Verri se ne perdono le tracce per quasi un anno intero. Ma nell’annunciare al fratello che le Avventure erano definitivamente uscite dai torchi, Alessandro fece intendere di aver incontrato non lievi difficoltà con le autorità preposte al controllo delle pubblicazioni nello Stato pontificio, e lo fece solo il 14 novembre 1781: “Ti manderò qualche esemplare della mia Saffo, che ho stampata in Roma spintovi dalle richieste di chi l’ha letta, ma con data forestiera di Padova. Sono stato obbligato a mutare pazientemente vari luoghi adattandomi alle difficoltà teologiche del paese, ma siccome è opera senza scopo diretto e arbitraria, non ho avuto gran pena a tali mutazioni, e altronde mi era prefisso di riuscire nell’intento, onde ho agito con tutta la pieghevolezza, a segno che il padre mastro del Sacro Palazzo si loda molto della mia docilità, e sostiene che non ha mai trovato autore così trattabile”. E l’8 dicembre precisò: “I revisori sono stati l’abate Serassi primo ufficiale della Segreteria di Propaganda Fide […] e l’altro fu il canonico de Regis bibliotecario del Papa. Quest’ultimo mi fece varie difficoltà che ho superate colla pieghevolezza più che non farebbe altri colla resistenza”.

A quanto pare, quindi, gli scrupoli dei funzionari pontifici ritardarono di pressoché un anno l’uscita dell’opera, così come la scelta di una località di stampa “forestiera” sembra trovare giustificazione nel solo accondiscendere del Verri a una ben precisa richiesta delle autorità ecclesiastiche. Queste finirono per non proibire la stampa del volume, ma non si risolsero nemmeno ad approvarla esplicitamente, come si evince anche dal fatto che non concessero un regolare imprimatur. Restò allora la sola via di presentare il testo come impresso fuori dai confini dello Stato. In tal caso, tuttavia, la falsificazione del luogo di stampa non avrebbe dovuto apparire in alcun modo sospetta al grande pubblico. Per renderla davvero credibile, pertanto, il nome di Manfré, effettivamente stampatore in Padova, venne a sostituire sul frontespizio quello del reale tipografo, il romano Paolo Giunchi, il quale – secondo quanto Alessandro riferisce al fratello Pietro – si assunse in proprio tutte le spese dell’edizione, tirando 500 copie del romanzo.

Ed ora veniamo all’aspetto più intricato di tutta la vicenda: la questione della data posta sul frontespizio. Il già ricordato Dizionario di Parenti (p.157) vuole che essa sia il 1780, mentre insistono sul 1782 tutte le più recenti edizioni integrali del romanzo (Alessandro Verri, I Romanzi, a cura di Luciana Martinelli, Ravenna, Longo, 1975, ma soprattutto l’accuratissima: Alessandro Verri, Le avventure di Saffo poetessa di Mitilene, a cura di A. Cottignoli, Roma, Salerno, 1991). E a tutta prima a queste ultime parrebbe spettare ogni ragione, tanto più che nella bella scelta Romanzieri del Settecento, a cura di Folco Portinari, Torino, Utet, 1988, il testo dell’opera è persino accompagnato dall’illustrazione di un frontespizio delle Avventure di Saffo, in calce al quale nitidamente si legge: “IN PADOVA MDCCLXXXII. | APPRESSO GIOVANNI | MANFRE’”.

Si dà il caso, però, che recentemente io abbia rinvenuto un esemplare delle Avventure di Saffo il quale riportava come stampatore Manfré, come luogo di stampa Padova e che effettivamente presentava la data 1780. Mi sono quindi proposto di scoprire se quella in mio possesso fosse davvero la prima edizione dell’opera e di chiarire che ruolo spettasse agli esemplari recanti la data 1782. La soluzione del problema mi sì è presentata più rapidamente di quanto pensassi e mi è stata offerta da un confronto fra il mio esemplare ed una bella copia del 1782 (a pieni margini misura mm 201 x 142), che ho potuto accuratamente esaminare grazie alla squisita gentilezza di Lucia Di Maio e Giovanni Milani della Libreria antiquaria Pontremoli di Milano.

L’una e l’altra stampa non differiscono se non nel frontespizio, giacché le restanti pagine mostrano inequivocabilmente di essere state stampate dal medesimi caratteri e da forme tipografiche allestite in un’unica occasione. Gli stessi frontespizi, peraltro, si distinguono fra loro per la sola diversa data e per la presenza, in quello del 1782, di una lineetta posta immediatamente al di sopra degli estremi tipografici. Dei due, però, esclusivamente quello datato 1780 è l’originale, perché nella copia consultata presso la libreria Pontremoli (come in tutte quelle che in seguito ho esaminato per conferma) appare evidentissimo come la pagina iniziale del volume sia stata asportata e sostituita con quella datata 1782.

Chiarito che tutti gli esemplari pseudo-padovani sono quindi depositari del testo originale del romanzo, e indipendentemente dalla data che presentano, resta comunque da comprendere perché si sia sentita la necessità di sostituire il frontespizio in parte delle copie dell’edizione.

Non è improbabile, da un lato, che la causa di tale mutamento sia anch’essa legata alle difficoltà incontrate dall’opera nell’essere approvata dalle autorità ecclesiastiche. S’è visto che il romanzo, già pronto nel 1780, poté essere annunziato solo nel novembre del 1781: non ci stupiremmo quindi se il Verri, o lo stesso stampatore Giunchi, fossero rimasti perplessi nel licenziare, in prossimità del 1782, un volume che s’era invano sperato di pubblicare assai prima. In tal caso la sostituzione si potrebbe pensare avvenuta contestualmente all’uscita delle prime copie destinate al pubblico e non effettuata solo per quei pochi esemplari che, ancor freschi di stampa, l’autore inviò al fratello ed agli amici intimi.

D’altro canto, il silenzio in merito da parte di Alessandro Verri, ma anche le stesse modalità secondo cui il romanzo prese a circolare fuori dallo Stato pontificio, non ci consentono di escludere altre differenti soluzioni.

Dalle lettere dei fratelli Verri veniamo infatti a sapere come lo stampatore Giunchi, oltre che a Roma, intendesse far vendere il romanzo a Genova, a Torino e a Venezia, dove aveva “le sue corrispondenze”. Nessuna relazione, invece, aveva instaurato fino ad allora con librai e stampatori milanesi, il che impediva di fatto al Verri di contare su una diffusione dell’opera proprio nello stato in cui aveva il maggior numero di conoscenti e ammiratori. Fortunatamente, però, Pietro Verri si propose, anche se non sollecitato a farlo, quale acquirente di una parte della tiratura e proprio al fine di porla in commercio nel capoluogo lombardo. L’offerta fu accolta con favore da Giunchi e le trattative, grazie alla mediazione di Alessandro, andarono ben presto a buon fine. Pietro acquistò cento copie delle Avventure di Saffo al prezzo di venti scudi romani, lo stampatore si assunse le spese della loro spedizione fino al porto di imbarco e Alessandro si impegnò a trattare e sorvegliare la vendita, in Roma, della nuova e elegantissima edizione dei Discorsi del fratello. Per completezza d’informazione, segnaliamo che l’editore di questi ultimi era stato Giuseppe Marelli e che proprio a lui Pietro Verri consegnò le cento copie delle Avventure di Saffo perché le vendesse in Milano.

Forse ci si potrebbe chiedere, allora, se il frontespizio sia stato sostituito proprio ed esclusivamente per queste cento copie. Se infatti alla fine del 1781, e in Roma, poteva già apparire inopportuno mantenere la data originale, per certo l’indicazione 1780 avrebbe fatto un effetto ancor più strano sulle copie destinate al mercato lombardo, giacché queste, spedite dal tipografo romano nei primi giorni del 1782, a Milano non giunsero che nel marzo.

Contro questa seconda soluzione, tuttavia, pare deporre un dato di non poco rilievo: rispetto alle copie datate 1782, gli esemplari del 1780 appaiono senz’altro di maggior rarità. Ma come si può vedere ben spesso, ogni plausibile ipotesi è passibile sempre di smentite, anche clamorose. E forse attende di essere demolita anche la mia pur ponderata congettura circa l’ultimo problema legato alla reale fisionomia della princeps, problema ancora una volta sollevato da Parenti nel suo Dizionario. Egli segnala le Avventure di Saffo del 1780 come provviste di un ritratto. Io, però, non ho mai avuto la fortuna di vedere un esemplare che lo rechi, né ho notizia che altri, fuorché Parenti, lo abbia visto mai. Non penso d’aver peccato di superbia, pertanto, se solo per questo ho iniziato a dubitare della veridicità di una simile notizia. Il buon senso mi ha inoltre dettato questa considerazione: è assai improbabile che l’opera, uscita anonima, potesse effettivamente recare l’effigie di Verri. Eppure, nell’atto stesso di concludere questo intervento, il dubbio continua ad affacciarsi, molesto, fra i miei pensieri. E riprendo a pensare se sia possibile che, in un limitatissimo numero di esemplari, magari proprio quelli inviati agli amici e pertanto recanti la data 1780, Verri non abbia fatto effettivamente inserire dal tipografo un proprio ritratto. E ancora: forse Parenti non accennava ad un’immagine del Verri, ma ad un “ritratto” di Saffo, e cioè un’antiporta che presentasse l’eroina in uno dei momenti culminanti della sua vicenda, fors’anche in procinto di gettarsi dalla rupe di Leucate.

Il lettore ne tragga quindi le debite conseguenze: è assai probabile che l’incisione non esista, come è certo che continuerò a cercarla.