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La prima fuga del giovane Holden

I cento anni di Salinger

di Antonio Castronuovo

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 104 – aprile 2019)

 

Ha qualcosa di bizzarro, ma suona anche augurale, nascere il giorno di Natale oppure il primo giorno dell’anno, e Jerome David Salinger lo fece: venne al mondo cent’anni fa, nel 1919, a New York e proprio il primo di gennaio, figlio di un commerciante di origini ebreo-lituane. Sempre a gennaio se n’è andato, nel 2010, all’età di novantuno anni e come uno degli scrittori più celebri del Novecento: l’autore statunitense più letto e più discusso, figura centrale della scena letteraria del secondo dopoguerra, mito dapprima americano e poi mondiale. Il suo enorme e perdurante successo vede addirittura lati di venerazione, simile a quella che sorge per certi divi del cinema e della musica.

Pur figura leggendaria, Salinger non ha avuto un’ampia produzione, ma nel 1951 azzeccò il colpo con The Catcher in the Rye (Boston, Little, Brown and Company), sua opera prima e unico romanzo a oggi noto. Fino a quel momento era stato un raffinato scrittore di racconti apparsi perlopiù su «The New Yorker», e adesso, in breve tempo, la sua fama decollò. Ancor oggi ci si chiede se questo è accaduto più per il linguaggio del romanzo che per la sua trama, peraltro precaria. Sta di fatto che il libro ha influenzato la visione del mondo, i comportamenti e i linguaggi di una quantità enorme di giovani, e non di una sola generazione. Situazione in netto contrasto con le scelte di Salinger, che al montare della fama si ritrasse sempre più dal clamore sociale, e nel 1953 si trasferì da New York a Cornish, paesino del New Hampshire, nel quale si blindò in un’insuperabile clausura.

Il romanzo è praticamente privo di trama: il sedicenne Holden viene espulso da un collegio della Pennsylvania – niente di grave per lui: era circondato da «morons», da cretini – e, per tardare il momento in cui i genitori scopriranno il guaio scolastico, vaga in un fine settimana pre-natalizio nel centro di New York, con in testa quel berretto rosso da cacciatore che è diventato icona del personaggio. Non è certo memorabile l’itinerario che il ragazzo compie nel romanzo, solo un tragitto interiore che di continuo coinvolge il lettore col proprio humour e lo cala nella rete metropolitana – strade, alberghi, ambienti equivoci, locali notturni – di una New York familiare ma cinica, accesa dalla scenografia della settimana natalizia.

Ma è il linguaggio a uscirne vincente, talmente potente da risultare ancor oggi meno consunto delle traduzioni, che devono fronteggiare i non pochi problemi interpretativi delle espressioni gergali; una lingua ricca di invenzioni lessicali che si accendono nel registro confidenziale del protagonista. Tutto infine scorre secondo un ritmo serrato e come un racconto orale fluido e squillante, per il quale da tempo la critica ha individuato il miracolo: il linguaggio di Holden è la parlata comune di un adolescente del tempo e del luogo, ma assai caratterizzato e dunque originale. Anche pungente, come attesta il ricorrere di alcuni termini forti; uno per tutti: «goddamn» (maledizione!) che appare nel romanzo 255 volte, una volta per pagina.

Pubblicando The Catcher in the Rye Salinger non poteva certo immaginare che il protagonista Holden Caulfield sarebbe diventato il simbolo di almeno un paio di generazioni, che avrebbe sedotto milioni di giovani e sollevato l’interesse di migliaia di critici nel mondo. La trama da bildungsroman, racconto di una formazione giovanile per strada, s’intrecciava con il fenomenale linguaggio, che andò a incunearsi con prepotenza nell’immaginario di tanti inquieti adolescenti conquistati dal sogno della fuga, dal conflitto con la società degli adulti, dal contrasto – tutto sommato seducente per ogni indisciplinato – tra ribellione e sorda inclinazione a integrarsi. E sebbene risalente allo stesso anno in cui Kerouac scriveva On the Road – pubblicato però solo nel 1957 – Salinger anticipava tutti, anche la letteratura dei giovani ‘arrabbiati’ inglesi che nel 1959 si sarebbero riconosciuti in Absolute Beginners di Colin MacInnes, storia calata in una Londra di immigrati caraibici, omosessuali e drogati. Non è un caso che simile, anche se assai minore successo abbia avuto negli anni Novanta in Italia un romanzo che ricalca consapevolmente il modello narrativo di Salinger: Jack Frusciante è uscito dal gruppo del bolognese Enrico Brizzi, ventiduenne al momento della pubblicazione e autore di un libro-culto che più volte allude a The Catcher in the Rye.

Il fatto è che in Holden bolliva nel 1951 qualcosa che sarebbe in pochi anni diventato movimento beat e cultura psichedelica, rivolta dei campus universitari e opposizione all’impegno americano nel Vietnam. Ma dopo, per quella sorta di feconda contraddizione che trasforma in canone gli ideali ribellistici, saranno proprio i primi lettori di Salinger – nel frattempo diventati professori liceali o universitari, giornalisti o critici letterari – a radicare le vicende di Holden nella narrativa americana e a farne qualcosa di ineluttabile per il lettore: quel lancio contribuì infine a proiettare The Catcher in the Rye nell’olimpo della letteratura contemporanea mondiale.

C’è però anche chi si chiede se davvero Holden sia un ribelle: a leggere bene il romanzo emergono scelte e atteggiamenti che invitano a riflettere meglio su questa etichetta. Il protagonista è infatti un’anima in pena, che definire ribelle è esagerato: sia sufficiente richiamare la sua repulsione per il cinema, la sua cautela in tema di sesso, la voglia di comunicare con qualcuno che non si trova, il rifugio a Central Park a osservare le anatre, finendo infine a dormire sul divano di un professore. È questa la storia di un ribelle?

The Catcher in the Rye fu pubblicato a Boston, presso Little, Brown and Company, nel luglio del 1951 e oggi questa prima edizione è valutata, se l’esemplare è autografato, attorno ai 10.000 euro. Fece appena in tempo a uscire che, nel pieno del successo pubblico e lungo la medesima estate, il romanzo fu selezionato come libro del mese dal ‘Book of the Month Club’, e fu per Salinger l’incontrastabile notorietà, qualcosa di sconcertante per lui, che l’anno seguente si sfogò così con un amico: «Ora che la stagione del successo di The Catcher in the Rye è al tramonto mi sento alquanto sollevato. Certo, sono stato in parte contento per questo successo, ma l’ho trovato per lo più frenetico, deprimente professionalmente e personalmente. Diciamo che non sopporto più di vedere quell’ingrandimento del mio volto che appare nel retro della copertina».

Disegnata dall’artista canadese Michael Mitchell, vicino di casa dell’autore, la copertina della prima edizione raffigura un cavalluccio da giostra di fiammeggiante colore rosso-arancio. Era stato lo stesso Salinger a chiedere il disegno, che secondo lui fissava bene nella fantasia del lettore uno dei momenti culminanti del romanzo, quando Holden e la sorella Phoebe salgono su una giostra nel Central Park. La foto cui l’autore allude, invece, appariva sul retro della sovraccoperta; ne era autrice Lotte Jacobi, ebrea tedesca emigrata negli Stati Uniti e poi diventata ritrattista di fama internazionale. La foto rimase al suo posto anche nelle prime due ristampe; fu una delle pochissime immagini del suo volto che Salinger permise di pubblicare. Da quel momento cominciò a pensare che il libro doveva essere ripulito da tutto ciò che era superfluo; ottenne infatti che a partire dalla terza ristampa la foto fosse tolta. Da quel momento Salinger diventò uno scrittore che aveva sulle copertine solo un nome, non un volto.

Ma non era finita: se il successo era stato grande, si fece addirittura dilagante quando nel marzo del 1953 uscì a New York, per i Signet Books della New American Library, l’edizione tascabile del romanzo. L’illustrazione di copertina è infelice: la figura di Holden che vaga per la metropoli con una valigia in mano, addobbato con cappottino, sciarpa e berretto rossi, appare con una fisicità che nel romanzo non è mai descritta. Copertina ulteriormente appesantita da un riquadro che suona: «This unusual book may shock you, will make you laugh, and may break your hearth – but you will never forget it». Anche adesso Salinger s’adirò e pretese, con categorica clausola contrattuale, che nelle edizioni successive la copertina non doveva portare alcun disegno, solo il suo nome abbreviato e il titolo dell’opera.

[continua]

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