Wuz n. 8, ottobre 2002

Daniele Bresciani

La prima e le altre

dei Promessi Sposi

Oltre vent’anni per portare a termine un’opera. Per l’esattezza, 21 anni e 7 mesi: tanto tempo trascorre tra l’avvio della prima stesura e la pubblicazione dell’ultimo fascicolo dell’edizione definitiva di quello che con ogni probabilità è il romanzo più celebre della letteratura italiana, I promessi sposi di Alessandro Manzoni. L’inizio del lavoro è individuabile con precisione assoluta, visto che l’autore pone una data in testa al foglio della minuta dove comincia Il curato di …, il primo capitolo del Fermo e Lucia (questo il titolo provvisorio dell’opera). La data è quella del 24 aprile 1821 e lo scrittore milanese ha 36 anni. Nato il 7 marzo 1795 da Giulia Beccaria sposata a Pietro Manzoni (ma testimonianze dell’epoca e studi più recenti concordano nel ritenere padre del poeta Giovanni Verri), Alessandro Manzoni è già uno scrittore affermato quando comincia a vergare le prime righe del romanzo: dal carme In morte di Carlo Imbonati (la prima edizione è una assoluta rarità bibliografica, visto che viene tirata in sole 100 copie non venali a Parigi, coi tipi di Didot nel 1806, per poi essere ristampata lo stesso anno a Milano dal Destefanis) al poemetto Urania (Milano, Stamperia Reale 1809), dagli Inni sacri (Milano, Pietro Agnelli 1815) alla tragedia Il Conte di Carmagnola (Milano, Ferrario 1820), le sue opere sono conosciute non soltanto in Italia, ma anche all’estero, come è evidente dal carteggio con l’amico letterato Claude Fauriel e, più avanti, dalla dichiarata stima di Wolfgang Goethe, che contribuirà a dare fama europea ai lavori del letterato milanese. Ma per vedere stampato il grande romanzo bisognerà aspettare ancora a lungo.

La stesura del manoscritto del Fermo e Lucia si conclude nel settembre del 1823, ma contestualmente comincia la revisione dell’opera, che viene presentata alla censura con il titolo Gli sposi promessi e finita di stampare, con il titolo definitivo I promessi sposi, solo nel 1827 e che per questo è comunemente detta “ventisettana”. A dire il vero, lo stampatore Vincenzo Ferrario è in grado di sottoporre al Censore il primo tomo dell’opera già il 30 giugno 1824 e tra luglio e ottobre il volume esce dai torchi milanesi con la data 1825: l’intenzione, o almeno la speranza, è infatti quella di portare a conclusione l’intero romanzo entro quell’anno. La tabella di marcia viene rispettata con il secondo tomo, ma per il terzo sarà necessario attendere di più e anche se la data posta all’inizio del volume è 1826 (l’imprimatur sulla copia della Censura è del 7 luglio), la diffusione dell’editio princeps dei Promessi sposi si ha solo nel giugno del 1827. Tre volumi in-8 (pagine 4 n.n.+ 352, 4 n.n. + 368, 4 n.n.+ 416 +2 n.n.), con una semplice brossura giallo avana incorniciata con il titolo, I promessi sposi, e il numero del tomo. Il Manzoni continua a correggere e a rivedere il proprio lavoro anche quando la stampa è avviata e questo consente oggi di distinguere alcuni esemplari della prima tiratura da quelli successivi: nell’errata, posta al termine dell’ultimo volume, viene infatti riportato che l’errore alla riga 13 a pagina 378 del terzo tomo (questa storia da correggere in di questa storia) è presente soltanto in alcuni esemplari, che sono quindi più appetibili per i bibliofili.

La Ventisettana, quindi, esce senza ritratto né illustrazioni, anche se la Casa Ricordi fa stampare, probabilmente a insaputa sia dell’autore sia dell’editore, 12 litografie a matita grassa definite dal Giujusa “di timbro puerile” da inserire nei tre volumi, ma che in effetti raramente si trovano allegate agli esemplari. La prima vera edizione illustrata dei Promessi sposi è invece quella stampata a Firenze dal Batelli: 3 tomi in 6 volumi, con 6 incisioni in rame, secondo il Parenti “di un’ingenuità quasi infantile”, inserite all’inizio di ogni volume dopo l’occhietto. E’, quella del Batelli, la seconda stampa dei Promessi sposi, romanzo che ottiene successo immediato, visto che tra la pubblicazione dell’edizione originale del Ferrario, avvenuta come detto in giugno, e il dicembre del 1827, ne escono addirittura altre otto dai torchi di vari stampatori: il già citato Batelli di Firenze, Baudry di Parigi, Pomba di Torino (due), Pozzolini di Livorno, Tramater di Napoli (due) e Veladini di Lugano. Proprio sulle edizioni ticinesi dei Promessi sposi e delle opere manzoniane in genere, che vantano collezionisti affezionati e attenti, ci si potrebbe dilungare: qui diremo solo che il Veladini in 10 anni stamperà 5 edizioni diverse dell’opera e che a partire dal 1828 utilizzerà illustrazioni ricavate dalle litografie stampate dalla Casa Ricordi per l’editio princeps.

E torniamo proprio alla Ventisettana. Il 15 luglio 1827 la famiglia Manzoni quasi al completo sale in carrozza e parte per la Toscana. I promessi sposi del Ferrario sono usciti da pochi giorni, ma già l’autore sente la necessità di rivedere l’opera. Soprattutto vuole ripulire il linguaggio dalle inevitabili influenze lombarde e adeguarsi a un idioma unitario. A Firenze il Manzoni conosce Pietro Giordani, Gino Capponi, più fugacemente Giacomo Leopardi, e soprattutto si avvale dell’aiuto di Giovan Battista Niccolini e Gaetano Cioni. La convinzione di essere sulla buona strada è tale che nella celebre lettera del 17 settembre a Tommaso Grossi gli raccomanda di non crucciarsi per le contraffazioni e le ristampe non autorizzate: “Facciano un po’ quel che vogliono, ch’io intanto sto preparando la mia seconda corretta e accresciuta”.

Tuttavia, come accaduto in precedenza, anche in questo caso ci vorranno anni perché il lavoro venga portato a termine. Tornato a casa, tra Brusuglio e l’abitazione milanese di Via Castel Morone, il Manzoni perde gli stimoli giusti, l’entusiasmo si raffredda e la revisione segna il passo. Solo verso la fine degli anni Trenta l’autore, che il 2 gennaio del 1837 si era risposato con Teresa Borri Stampa, ritrova l’entusiasmo e la voglia per riprendere la correzione, e questo avviene anche grazie alla frequentazione, assidua quanto fortuita, della fiorentina Emilia Luti, una semplice governante. Lo scrittore desidera inoltre che il suo capolavoro venga riccamente illustrato e se inizialmente si pensa di affidare questo compito al celebre Francesco Hayez, vicino alla famiglia Stampa, la scelta finale cade su Francesco Gonin, che è l’autore di circa 350 disegni dei 450 presenti nell’edizione definitiva: gli altri sono opera di Paolo e Luigi Riccardi, Massimo D’Azeglio, Giuseppe Sogni, Luigi Bisi e Federico Moia, Boulanger e le incisioni su legno vengono realizzate dagli intagliatori francesi Bernard, Pollet e Loiseau, dall’inglese Sheeres e da Luigi Sacchi, che ha anche il compito di raccogliere e coordinare gli xilografi e che a questo scopo impianta un stabilimento a Milano.

L’opera esce a dispense, 108 in totale, e la pubblicazione si conclude nel novembre 1842, anche se sul frontespizio viene riportata la data d’inizio, 1840 (e per questo si parla di edizione “quarantana”). Sono questi I promessi sposi a cui si atterranno gli editori in futuro, quelli della famosa “risciacquatura in Arno”: stampato a Milano da Guglielmini e Redaelli, il volume consta di 864 pagine complessive compresa La storia della Colonna Infame, che qui vede la luce per la prima volta e dalla quale l’autore si aspetta molto, anche se l’importanza di questo scritto storico non viene recepita dal pubblico di allora.

Questa, però, non è l’unica delusione del Manzoni: del libro vengono tirate circa 10 mila copie ma il successo commerciale non è certo quello auspicato, tanto che lo scrittore, che per l’occasione si era trasformato in editore investendo circa 80 mila lire, a malapena riesce a incassare la metà di quanto ha speso.

Un breve cenno, infine, meritano le legature della Quarantana. Le ultime dispense, dalla numero 100 alla 108, non escono con la consueta copertina gialla bensì con quella definitiva, di colore azzurro, con i due titoli delle opere inquadrati in un disegno del De Maurizio: gli esemplari che abbiano mantenuto la brossura originale esercitano quindi un fascino particolare agli occhi dei bibliofili. Ma esiste un’altra legatura che può essere considerata editoriale: si tratta di una copertina in tela, chiamata dai francesi “percaline lustrée”, che viene realizzata dall’editore francese Baudry su espressa richiesta del Manzoni, che ne voleva di colori diversi. Come spiega Marino Parenti queste legature hanno “impressioni a secco e in oro, talune a ferri comuni, altre a placche espressamente eseguite con disegni riprodotti dal volume. Si riscontrano quasi sempre in esemplari con dediche agli amici più intimi, ai collaboratori più vicini e più raramente in esemplari apparsi in commercio”. E’ l’ultima rifinitura – anche se puramente esteriore e, a onor del vero, non certo la più importante – a un capolavoro destinato a durare per sempre.

Bibliografia

Cesare Arieti (a cura di) Tutte le lettere di Alessandro Manzoni (con un’aggiunta di lettere inedite o disperse a cura di Dante Isella) – Milano, Adelphi 1986

Guido Bezzola – Alessandro Manzoni nelle sue lettere – Milano, Federico Motta Editore 1985

Salvatore Giujusa – Bibliografia critica delle edizioni in lingua italiana nazionali e straniere de I Promessi Sposi – Lecco, Edizioni Cultura Azienda e Soggiorno Turismo Città di Lecco 1973

Fernando Mazzocca (a cura di) – L’Officina dei Promessi Sposi – Milano, Arnoldo Mondadori 1985

Marino Parenti – Bibliografia manzoniana – Firenze, Sansoni 1936

Marino Parenti – Rarità bibliografiche dell’Ottocento (Vol. I) – Firenze, Sansoni 1953

Marino Parenti – Manzoni editore. Storia di una celebre impresa manzoniana – Bergamo, Istituto italiano d’Arti grafiche, 1945

Adriana Ramelli – Le edizioni manzoniane ticinesi – Milano, Centro Nazionale di Studi Manzoniani 1965

Antonio Vismara – Biliografia manzoniana ossia serie delle edizioni delle Opere di Alessandro Manzoni – Milano, Paravia 1875