Wuz, n. 10 dicembre 2003

 

Armando Audoli

 

La poesia leggendaria

di Jules Laforgue

 

 

Uruguay,Montevideo, 16 agosto 1860 : lo stesso giorno in cui Giardini Naxos ospitò Garibaldi con Nino Bixio e il suo Stato Maggiore, a meno di un anno dalla proclamazione del Regno d’ Italia, emetteva letteralmente i primi vagiti una delle più originali voci poetiche della letteratura francese, di sicuro la più solistica e antistorica.
Jules Laforgue, il povero fanciullo dall’ iride tremante di lacrime non piante (e per questo poeta !), il ragazzino egocentrico dai singhiozzi contraffatti in ironici sorrisi, si fastidiava di fatti e di dati di fatto, soprattutto se storici; lui, che sentiva la necessità  d’ andare soltanto per il sottile e il discutibile, estenuandosi alla ricerca vagabonda d’ effetti da guitariste e da virtuose, proprio lui, nemico (in quanto ‘io’ dai molti sè) dell’ idividualità  ben individuata, con quel tragico aborto che fu la sua nascita, entrò paradossalmente nella storia, a segnare per sempre il corso della poesia moderna (quasi un terminus post quem). Il piccolo Jules, lieve e imprendibile per costituzione, scettico e vagamente buddista per vocazione, un po’ dandy, un po’ Pierrot lunaire, il pallido Laforgue, capriccioso datore di estasi : il cantore, l’ incantatore.

"La vie est un mal. La fin du monde sera le salut, la délivrance de l’ humanité…L’ amour est donc l’ ennemi. Oh ! Les femmes sont ses complices…L’ ascète sauve de la vie des générations entières" : non è uno stralcio dalla prima vulgata gallica di Shopenhauer, e neppure un gemito parigino di Cioran; non si tratta di un saggio delle ossessioni di Albert Caraco o di un passo di Carmelo Bene tradotto da Jean-Paul Manganaro. E’ Guido, un personaggio che parla in versi, nella settima scena del secondo atto di Tessa, commedia acerba del sedicenne Laforgue e sua prima opera compiuta ma non pubblicata, datata Batignolles 1877.

Jules, secondogenito di un maestro originario di Tarbes, Charles Benoit Laforgue, e di Pauline Lecolley, una giovane di Havre che avrebbe generato altri nove figli, era tornato da Montevideo in Francia, con la famiglia, nel 1866.
I Laforgue si stabilirono a Tarbes, ma dopo appena tre anni, nel gennaio 1869, Charles -resosi conto di non poter mantenere tutta la famiglia in Francia- ripartì per l’ Uruguay. Allievi interni al liceo, solo Jules ed Emile, il fratello maggiore di un anno, si fermarono a Tarbes, (alcuni professori di Jules, dodici anni prima avevano avuto tra i banchi Isidore Ducasse !).
Nel 1871 Laforgue iniziò a sentire la sua precoce musa bambina, e nel 1875 il resto della famiglia abbandonò definitivamente Montevideo. In quello stesso anno Jules ed Emile fondarono un giornaletto illustrato (di cui si è persa ogni traccia). Per incoraggiare la loro inclinazione intellettuale, nel 1876, il carozzone familiare andò a vivere a Parigi.
Jules si iscrisse al liceo Fontanes, fu compagno di Henry Bergson, non riuscì però a diplomarsi : i poeti, si sa, non vanno d’ accordo con la scuola. Il 6 aprile 1877, Pauline la giovane mamma trentanovenne, morì nel tentativo di partorire prematuramente il dodicesimo figlio. In quei giorni, il giovane poeta scriveva i  succitati versi di Tessa : l’ accostamento è agghiacciante, la conclusione, per pudore, sottintesa.
Non avendo finito il liceo, Jules nel luglio 1878 si vide rifiutare la richiesta di una carta d’ entrata permanente alla Bibliothèque Nationale, il solo luogo dove si sentisse a proprio agio e meno solo, la sua eremitica consolazione, il suo acquario amniotico. Secondo una testimonianza di Emile, risale ad allora la pubblicazione dei primi versi di Laforgue sul periodico ‘Le Pétard’, mai reperiti. Nel 1879 il padre, malato, riparò di nuovo a Tarbes con tutta la figliolanza, eccetto Marie -la maggiore delle sorelle- e Jules. Distratto e contratto, questi, avendo ormai rinunciato all’ idea di sostenere gli ultimi esami, e non potendo frequentare l’ università , decise di iscriversi all’ Ecole des Beaux-Arts e di entrare nell’ atelier di Henry Lehmann. Lì apprese solide basi nel disegno e nell’ incisione, coltivando e sviluppando il suo gusto innato per le arti figurative.

Allievo di Hippolyte Taine, la sua vita d’ allora era tutta musei e biblioteche. Le prime collaborazioni pubblicistiche documentate furono per due testate di Tolosa : ‘La Guepe’ e ‘L’ Enfer’. I soggetti furono degli studi sul naturalismo, su Zola e su Le Coffret de Santal di Charles Cros, undici poesie, alcuni articoli (fantasie, critiche letterarie e d’ arte), una ‘chronique parisienne’ mensile e ventuno tra disegni e caricature.
‘La Guepe’, fondata da Jean-Marie Louis Hyacinthe Soula nel 1879, si definiva ‘journal littéraire, artistique et satirique, paraissant le jeudi’. Nonostante fosse di ambito studentesco, aveva un nerbo intellettuale d’ eccezione e contributi d’ assoluta qualità , era refrattaria alla politica, e perciò assai intonata al poeta, cui sopravvisse un bel po’,  fino al 1890.
Nell’ agosto 1879, Laforgue si infilò tra le pagine dell’ altro foglio di Tolosa, l’ effimero ‘L’ Enfer’, che, ideato da un certo Alex Ghika e da qualche redattore de ‘La Guepe’, si presentava così : "L’ Enfer, journal littéraire, satirique et diabolique, paraissant tous les mois". Dopo la prima collaborazione, al primo numero, l’ inquieto e sospettoso Laforgue, si sentì rispondere, in modo lapidario : "Ce journal a cessé sa pubblication".

"Mon seul but est de devenir littérateur" : e così scriveva, Jules, scriveva… saggi, capitoli romanzeschi, scampoli teatrali, "des masses de vers" che confluirono nella minuta di Le Sanglot de la Terre. Decise di sottoporre il lavoro accumulato a Paul Bourget, destinato a diventare suo mentore letterario e protettore. Si stava formando il ristrettissimo circolo dei laforghiani, un circolo chiuso, un mondo minimo che non variò fino alla fine : oltre a Bourget è bene nominare Charles Henry -bibliotecario, esteta, curioso di tutto- e soprattutto Gustave Kahn, poeta formidabile e futuro teorico del verso libero. Fu un anno di miseria, di ascetismo e di esaltazione, il 1880, per Laforgue; fu l’ anno in cui iniziò a meditare Les Complaintes. A dicembre il nucleo della prima raccolta, poi ripudiata e abortita, Le Sanglot de la Terre, era già  pronto : venticinque sonetti e numerosi abbozzi, per un totale di novecento versi. Versi con lo stile di Baudelaire, ma originalissimi, cupi e ghignanti, popolareschi e squisiti, profetici : versi fluviali e apparentemente distratti, automatici e compulsivi, nevrotici e tenacemente cesellati, rifiniti, alla Cros, ma con il tocco di un genio assoluto.

E sognava, Jules, sognava : certe prose tormentate sui grandi pittori e un romanzo, Un raté, il cui antieroe doveva essere : "un disciple de Schopenhauer et de Hartmann".
Due note positive, concrete se vogliamo, furono : l’ esordio su ‘La Vie Moderne’ (25 dicembre 1880), la rivis
ta di Charpentier diretta da Emile Bergerat e l’ assunzione come segretario, con uno stipendio di centocinquanta franchi al mese, da parte di Charles Ephrussi, collezionista di impressionisti e critico d’ arte candidato alla direzione di ‘La Gazette des Beaux-Arts’. Era un periodo accettabile per Laforgue, che trovava pure il tempo di supervisionare i conati poetici di madame Multzer, verseggiatrice nascosta sotto lo pseudonimo Sanda Mahali.
Intanto Le Sanglot de la Terre si era gonfiato fino a mille e ottocento versi, disgustando per sempre il suo autore.

Povero e bohémien, nervoso e parisien, nel 1881, Laforgue declinò il proprio sconforto in un racconto, Stéphane Vassiliew, che era tutto un precorrere monotonie e ironie crepuscolari. Della stessa epoca è un’ altra esile prova narrativa, Amours de la quinzième année, lo schizzo amoroso di un groviglio adolescenziale, un’ elegia stonata da un Pierrot con dubbi amletici. Ma era povero e sconsolato, il nostro piccolo Amleto, temeva di non farcela, voleva chiudere con la poesia. Grazie alle raccomadazioni di Ephrussi e Bourget, Laforgue ottenne una collaborazione sulla ‘Chronique des arts et de la curiosité’ e rimpiazzò Amedée Pigeon in qualità  di lettore privato di francese presso l’ imperatrice tedesca Augusta, per un compenso di novemila franchi l’ anno. Il 18 novembre 1881 morì il padre e Jules, in partenza per la Germania, non potè partecipare alle esequie.

Ormai tutta la famiglia pesava sulle sue spalle, oltrchè su quelle di Emile e Marie. In Germania passò da Coblenza a Ems, a Colonia, a Berlino, a Homburg, a Baden-Baden, sempre al seguito dell’ imperatrice. Vi rimase dal dicembre del 1881 fino al settembre del 1886, con escursioni in Belgio e Spagna, frequenti ritorni in Francia e con la delusione di un mancato viaggio in Italia. Un po’ di conforto gli venne dal rapporto a distanza con Max Klinger e dall’ amicizia vera con Théophile Ysaye, pianista fratello di Eugène, il più strepitoso violinista del secondo Ottocento; e qualche sollievo lo trovava nell’ assidua frequentazione di mostre, caffè concerto, teatri.
Nel 1882 Jules inaugurò il sodalizio con la ‘Gazette des Beaux-Arts’, cominciò una prosa ambientata a Homburg ("l’ histoire d’ une petite russe épileptique"), una perduta Salomé in versi, un pezzo su Paul Bourget e un altro su l’ arte moderna tedesca. Ma la cosa più notevole, fra le carte non pubblicate di quel momento, era un atto di una commedia, Pierrot fumiste, sconcertante tentativo teatrale, così metaforicamente spudorato da mettere a disagio la critica postuma, facendola ammutolire : un’ esaltazione paradossale dell’ amor bianco per la donna, nella sua espressione sguaiatamente clownesca, con un rovescio di sepolto sgomento e orrore per l’ opera della carne ordinata ai fini della perpetuazione della specie e della miseria umana, ipocritamente consacrata dalla tradizionale cerimonia borghese. C’ era già  tutto Laforgue, in quella nevrastenica fumisterie, e anche di più.

Fra ottobre e novembre 1882 Jules si impegnò in un racconto di cui ci resta appena il titolo : Mort curieuse de la femme d’ un professeur de quatrième en province. Il 18 novembre aveva già  messo a punto cinque poesie assolutamente nuove per uno smilzo volume che pensava di intitolare Quelques Complaintes de la vie o Livre des Compaintes. In data 20 marzo 1883 nell’ agenda di Laforgue appare improvvisa un’ iniziale,’R’, per esteso Rosalie Maria Helena Bachem : una ragazza dell’ entourage dell’ imperatrice, figlia di un borgomastro di Coblenza, amata dal poeta non senza tormento. Ma l’avvento del primo libro era ormai vicino.
Raccolte scrupolosamente e con amore da Gustave Kahn e da Charles Henry, ai quali Jules le inviava anche una alla volta, Les Complaintes, opera prima di un poeta ignorato dal pubblico, altrimenti destinata ad essere pubblicata privatamente, trovò un editore grazie alla prestigiosa posizione cortigiana di Laforgue. Sollecitato dall’ amico, Henry sottopose il manoscritto ad Alphonse Lemerre, che chiese più di mille franchi per stamparlo, e poi al mitico Léon Vanier, l’ editore di Verlaine, meno esoso ma più lento. Vanier affidò le operazioni di stampa alla tipografia di Léon Epinette, curiosa figura di autore artigiano che scriveva con il nom de plume di Léo Trézenik e pubblicava il giornale ‘Luthèce’, da lui stesso diretto. Essendo Laforgue distratto e astratto, soprattutto rispetto alla revisione delle bozze, Henry sorvegliò paziente la lenta realizzazione del volume, pronto infine verso il 25 luglio 1885 (mm. 185×120, pp. 146 + 2, brossura azzurra o verde, 500 esemplari "sur fort vélin blanc grisatre", più 11 o 20 "exemplaires de passe").
Per lanciare l’ opera erano state anticipate, come assaggio, sette complaintes su altrettanti numeri di ‘Luthèce’, mentre Jules era in vacanza in Danimarca, sulle tracce di Amleto.
Les Complaintes, cinquanta ‘lamenti’ dedicati a Paul Bourget : cadenze improvvisate da una voce di castrato sulla nenia malinconica di un organo di Barberia : stranezze e dolori, metafore orientaleggianti e preludi autobiografici, lune clorotiche e soli rastaquouères (avventurosi), incontri astrali e salottieri di Pierrot glabri e belle fanciulle, in quartieri parigini e in spazi e tempi extraterrestri. Il capolavoro era fatto : la disperazione, lo spleen apocalittico, bloccati e neutralizzati dalla nuova suffisance sbarazzina del ragazzo cresciuto Laforgue, lasciavano il posto a una poesia insolitamente sublime, ipertesa quasi un’ eco irritata di esercizi pianistici in sordina, quasi un’ alchimia mutante la piatta banalità  in raffinata grazia; una poesia tutta trasandatezza e sprezzatura, piena di alzate di spalla, di stonature e urti al buon gusto, di magnetici affronti alla tenue littéraire.

Approfittando d’ essere a Parigi per l’ uscita di Complaintes, Laforgue, nell’ estate del 1885 diede a Vanier una stesura autografa de L’ Imitation de Notre-Dame la Lune. E già  Les Moralités légendaires erano in fase di elaborazione. In pieno fervore creativo (purtroppo non si sa molto del romanzo che lo stava ossessionando : Saison), quasi affannato e presago del poco tempo che gli restava da vivere, Jules incalzava Kahn e Vanier perchè voleva subito L’ Imitation, in un mese o poco più. Ma continuava ad aggiungere dei pezzi : la raccolta si fermò a quarantun poesie, per un totale di novecentodiciassette versi in omaggio a Gustave Kahn. Stampata sempre da Epinette sulla stessa carta di Complaintes, vestita da una singolare e fragilissima brossura a stampa color ghiaccio ("c’ est ma livrée" diceva Laforgue), L’ Imitation fu abbastanza puntuale, pronta per il 12 novembre 1885. Qui i Pierrot, pagliacci della commedia dell’ arte, marciano in primo piano, con tutta la loro depilata ambiguità  sessuale, un po’ mimi alla Debureau, un po’ esterefatti asparagi idrocefali, con la bocca spalancata a forma di zero e con le loro gorgiere rigorosamente inamidate. Il trascendentale infantilismo di Laforgue era una firma inconfondibile. E poi la luna… la Luna : insieme corpo astrale, concreta immagine del nulla e divinità  burlesca, ostia e pastiglia alla menta. "Avant d’ etre dilettante et pierrot, j ‘ai séjourné dans le cosmique" confessò un giorno a Kahn. L’ effervescenza del gioco intellettuale di Laforgue era al massimo, e così lo scatto, la tensione nevrile e l’ invenzione linguistica, sempre tesa a "inexprimer l’ exprim
ible" : "Una lingua -scrisse Gino Gori- intrisa di neologismi audaci, di arcaismi remoti e rivivificati da onde si sangue improvvise, di dialettalismi e magari di gergalismi sapientamente, ma spontaneamente, sospinti e violentati a esprimere una violenta immagine, o una teoria di fantasmi…Leggendo Laforgue, uno si domanda che diavolo di lingua sia quella, che sintassi sia mai quella, nella metrica rivoluzionaria e meravigliosa". Parole speciose, sofisticate, musicali…parole al futuro.

E pensare che i surrealisti -devoti a Corbière, Lautréamont, Jarry e Cros- gridavano : "Vive Rimbaud, à  bas Laforgue !". Il platonico Jules, all’ inizio del gennaio 1886, conobbe a Berlino miss Leah Lee, giovane e vivace insegnante d’ inglese, donna gracile e come lui debole di polmoni. Il mal sottile, acuto e malefico al pari dell’ intelligenza : quale miglior viatico per un amore alla Laforgue ! Di tutto rilievo anche il nuovo legame berlinese con Eduard Dujardin e Teodor de Wyzewa, direttori della ‘Revue wagnéerienne’. Questi nuovi stimoli, e il vanire della salute, agitavano Laforgue : tagliarono il fiato all’ uomo e sincoparono il respiro all’ arte, che divenne essa stessa sanguinante, emottoica. Gli spunti e gli abbozzi interrotti non si contavano più. Il poeta decise di lasciare per sempre la corte e la Germania, abbandonate il 9 settembre 1886. Un salto in Belgio, con a fianco l’ allegra Leha, e poi via, finalmente di nuovo a Parigi. Accolto nello staff della ‘Revue Indépendante’, aveva giusto bisogno di lavorare, anche se stava male di salute. Il 31 dicembre, a Londra, in una chiesetta di Kensington, sposò miss Lee.

Dopo il matrimonio, si mise a pensare a una silloge più nutrita rispetto a Complaintes; aveva già  in mente il titolo : Des fleurs de bonne volonté, fiori ammalati e ammalianti, che rimettevano il registro parlato al passo dell’ alessandrino, o dei versi più brevi delle sue trascorse tastiere; fiori sparsi in una pioggia di minute e varianti, in un intrico di carte da far impazzire i filologi.
Gustave Kahn, frattanto, era diventato segretario di redazione de ‘La Vogue’ : ovviamente Laforgue vi trovò immediato impiego, fornendo alla rivista alcune fra le sue ultime e migliori cose (fondamentali, ad esempio, le traduzioni di Whitman e l’ indefinibile Aquarium). Sul numero di ‘Vogue’ del 12/19 luglio 1886 brillava Le Concile féerique, un magico e fatato ramificarsi di voci e cori, un divertimento lirico-scenico in nome dell’ irrappresentabile, dell’ invisibile, dell’ incosciente. Perseguitato dal demone dell’ originalità , Laforgue voleva restituire alla scrittura la vitalità  magante del vocale : la bianca immacolatezza della carta intonsa gli pareva un sudario, pronto ad accogliere il cadavere dello scritto inteso come morto orale.

Le Concile féerique, composto riunendo cinque brani (169 versi) dei Fleurs de bonne Volonté, ebbe l’ onore di essere stampato in forma di plaquette a sé, estratta da la ‘Vogue’, impressa da Retaux in Abbeville, in una piccola tiratura di 50 copie "sur papier vergé de Hollande, au filigrane" più 10 esemplari "sur Japon". Una parte della tiratura del Concile (tutta numerata e siglata a mano da Gustave Kahn) fu poi rilevata da Vanier, che vi appose la propria pecetta grigia. A Vanier si deve un’ ultima curiosità  di Laforgue : un profilo di Paul Bourget nella collana ‘Les hommes d’ aujourdhui’ (n. 285), un fascicolo di quattro pagine, con un ritratto a colori di Bourget, opera di Emile Cohl.

E siamo all’ epilogo, alla catastrofe finale. Malgrado le collaborazioni giornalistiche, la situazione economica di Laforgue era divenuta insostenibile. La tisi lo corrodeva dentro. Jules, che aveva imparato a resistere al tarlo metafisico della malinconia, vagheggiando costantemente il ritorno all’ inorganico, dovette cedere a quell’ inesorabile rodio organico che soffocava ormai anche la sua musa, fino all’ ultimo bambina.
Nel maggio 1887 si mise a letto, e non si alzò più. Non ebbe neppure il tempo di un soggiorno ad Algeri o al Cairo. Spirò il 20 agosto. Aveva ventisette anni, un’ effimere fierezza d’ artista, e, stretti intorno a sè gli amici più cari, insieme alla moglie che lo seguì sotto terra non molti mesi dopo. Secondo la precisa volontà  di Leha tutte le carte di Jules furono affidate a Teodor de Wyzewa.

Prima di morire Laforgue aveva studiato, in modo pressoché definitivo, l’ assetto testuale e tipografico del suo più ambizioso lavoro prosastico : Moralités légendaires. Pensava ancora a Vanier e a un’ esigua elegante tiratura. Le singole Moralités erano già  tutte apparse sulla rivista ‘Vogue’ : Salomé (giugno-luglio 1886), Lohengrin (luglio-agosto 1886), Persée et Andromède ou les plus heureux des trois (settembre 1886), Le Miracle des roses (ottobre-novembre 1886), Hamlet (novembre-dicembre 1886); e sulla ‘Revue Indépendante’ : Pan et la Syrinx (aprile 1887). Pubblicate da Vanier come edizione della Librairie de La Revue Indépendante e consacrate a Wyzewa, ornate da un ritratto dell’ autore, un’ acquaforte del fratello Emile Laforgue, finite di stampare il 5 novembre 1887, le Moralités vennero impresse ad Asnière, dal tipografo Louis Boyer "420 exemplaires numérotés, dont les 20 premiers sur grand vèlin francais à  la cuve avec un double état du portrait, et les 400 suivants sur vèlin anglais mécanique".

Moralités, ‘morali’ : una miniera fosforescente di allegorismo teatrale tardo quattrocentesco e veleni moderni alla Huysmans (la letteratura come sfizio, fra una boccata di fumo di sigaretta e un sorso d’ assenzio).
"Le Moralités -chiosava Sergio Solmi- questo piccolo capolavoro squisito e irritante, tra l’ ingenuo e il faisandé, questo curioso bibelot lirico-narrativo estremamente elaborato, che sembra quasi preludere, nel campo della più qualificata letteratura, a quello che presto, nell’ esteticità  diffusa del costume, dell’ architettura, della moda, sarà  il filiforme, il touffu, l’ equivocamente sensuale, il misto di nostalgia naturista e il cavilloso artificio, del gusto Art Nouveau. Più che in campo letterario, se ne potrebbero forse cercare paralleli in quello pittorico, e pensare, per le sue figurette femminili, alle ambigue mitologie di Gustave Moreau, che Laforgue prediligeva, e magari ai poco più tardi disegni di Aubrey Beardsley, con quella loro curiosa contaminazione floreale di antico e moderno". E proseguiva : "Laforgue parte dall’ ovvio e dal proverbiale per rimescolarlo e montarlo fino a ‘una crema impazzita’ di anacronismi plateali, di allusioni culturalistiche, di metafore e trasposisizioni realistico-grottesche, dominate da uno stile impeccabilmente nitido e madreperlaceo, tutto controllo e artificio e frenati abbandoni, doppi fondi e parentesi -effettive o sottintese- prese di distanza comico-riflessive ad ogni piè sospinto….Siamo, naturalmemte al di là  di qualunque pretesa al personaggio e alla psicologia, al di là  di qualsiasi vera e propria narrativa".

Nel chiudere, ci cade l’ occhio sulle commoventi parole buttate lì dal piccolo Jules su fogli sparsi : "La culture bénie de l’ avenir est la déculture, la mise en jachère" e ancora
"Et dire que j’ ai vingt ans, que j’ en ai encore quarante à  vivre, comme cette nuit sera loin".

 

 

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