Wuz, n.1, gennaio-febbraio 2006

 

Armando Audoli

 

La grandezza oscurata

di Vittorio Bodini

 

 

Tanto per cominciare, ripeteremo con Onofri che non esistono poeti ma istanti di poesia. Sarà  forse per questo dunque, per la natura in sé volatile dell’ istante, che quasi nessuno sembra aver colto la superba grandezza della poesia di Bodini ? Eppure sappiamo da secoli, dalle remote lontananze di Orazio, quanto gli ‘istanti di poesia’ possano essere più duraturi del bronzo, più elevati della mole regale delle piramidi…Non deperiscono, certo, i versi, ma possono rimanere afoni, se troppo a lungo soffocati nella famelica gola dell’ oblio. E tutto sommato, paradossalmente, le minori responsabilità  sono da attribuirsi proprio alla faziosa critica ufficiale (quella di ‘potere’) miope e sorda per natura.
Già , la filologia accademica : cosa potrebbe farsene, in effetti, di una figura talmente schiva ed eccentrica, percorsa così in profondità  dai fermenti irrefrenabili di uno speciale maledettismo, trattenuto fino ai limiti dello spasimo ? A quale chierico organico potrebbe interessare la canonizzazione dell’ irregolare e velenoso Vittorio Bodini ? E non temiamo di esagerare, premettendo subito che la voce salentina di Bodini si è levata tra le più alte, nel pieno del nostro Novecento poetico.

Qualcuno ha voluto coraggiosamente pensare la lirica di Bodini come ideale prosecuzione di quella linea maledetta e visionaria, di quel filo rosso arbitrario ma affascinante che collega idealmente Rimbaud a Campana : "Sono i poètes maudits, i traditi dalle istanze vitali, gli irrisi testimoni del loro tempo. Si dà  il nome di destino alla costante di dannazione, al dramma fatto di sistema nella visione del mondo proprio, che permea l’ opera di suggestioni, nell’ intreccio di assurdità  e di ineluttabile. La poesia è delirio in un secondamento pensoso e dolce, quasi una secrezione con la musica. Il prezzo : qualche cartella clinica e il manicomio a vita (Campana); o riconoscersi ‘particolari’, oggetto di scandalo e di impietose intrusioni, farsi violenti e violentatori, poi chiudere il circuito e calarsi nel mistero fino alla decomposizione viva del corpo proprio (Rimbaud); o essere strano, diviso tra la vana ricerca-offerta di amore e il dileggio, tra mille fermenti, tra mille moti sapientissimi e ingenui, in forme imprevedibili dove i nessi reali col presente partono sulla corda del funambolo, si torcono coi moti dell’ acrobata, e approdano, per tragica scommessa tra vita e poesia, nel labirinto (Bodini)".
Abbiamo citato le sottili osservazioni di Alba Tremonti Terigi, autrice dell’ illuminante saggio Zucchero e assenzio in Vittorio Bodini, nonchè massima e quasi unica studiosa dell’ arte poetica dell’ autore.

Altro impeccabilmente devoto esegeta di Bodini -e amico della prima ora- è stato il conterraneo Oreste Macrì. A proposito di Macrì : dobbiamo a lui la periodizzazione delle fasi biografiche-poetiche dell’ oscura esistenza di Vittorio Bodini. Atteniamoci, allora, allo schema di Macrì, e avremo la traccia preliminare di una misconosciuta biografia : "Conforme alla sistemazione cronologica nelle due edizioni in vita dal 1945 (inizio della Luna dei Borboni e Altre poesie) al 1967 (termine di Metamor), ho stabilito sei fasi esistenziali-artistiche obbiettive dell’ umano cammino di Bodini dal 1939 al 1970, direi quasi le sei vite (sette con l’ adolescente futurista) : 1) fiorentina,1939-1940; 2) leccese, 1940-1944; 3) romana, 1944-1946; 4) spagnola-romana, 1946-1949; 5) leccese-barese, 1949-1960; 6) romana, 1960-1970 (in parte versiliese)".

Giustamente Bodini, venuto alla luce a Bari, si sentiva leccese per famiglia e formazione. O meglio, si sentiva ‘indrutino’, trovandosi Lecce in terra d’ Otranto (che ha per stemma un delfino con mezzaluna in bocca), al centro della penisola salentina, il tacco dell’ Italia, sospeso tra le azzurre infinità  dell’ ultimo Adriatico e i colori cangianti dello Ionio, plaga della Puglia che per connotazioni etniche e storiche si distingue da tutti gli altri paesi del sud.
Quando nacque Vittorio, il 6 gennaio 1914, Bari era temporanea residenza del padre Benedetto, commissario di pubblica sicurezza, che già  attempato e di salute cagionevole morì a Lecce tre anni dopo, in casa della sposa ventenne Anita Marti. Nel 1919 Anita riprese marito (certo Luigi Guido, da cui ebbe quattri figli), e il bambino Vittorio -a sei anni appena- restò con il nonno materno, Pietro Marti. Questi era un uomo civilissimo, direttore della Biblioteca Provinciale di Lecce, custode appassionato delle tradizioni salentine, scrittore e direttore del settimanale ‘La voce del Salento’, redattore di ‘Vecchio e nuovo’, foglio locale di pregevole fattura.
Così la formazione avvenne a Lecce, coi limiti della provincia, tra quelle ristrettezze che la società  piccolo borghese degli anni Venti sapeva accettare dignitosamente, col peso segreto di una condizione anomala e lo struggimento del vuoto, del ‘mancato’, sofferto alle soglie della disperazione. Con la sua crosta di conformismo la scuola era allora luogo di convegno per l’ apprendimento a senso unico, luogo di frasi fatte e di nozionistica celebrativa.

Alle letture proposte dal nonno, presenza fondamentale nella geografia psichica del timido poeta, si associavano quelle segrete, con tutte le attrazioni e le curiosità  del proibito. e intorno premeva il mondo, squallido microcosmo nel quale tutto, dall’ uomo alla materia, assumeva significato avverso, e questo, da condizione diventava simbolo da trasporre attraverso uno spietato processo di introversione.
Introversione e pessimismo, due screziature profonde dell’ anima di Bodini, due inclinazioni liriche costanti e irreversibili : "Timidezza e rabbia -osserva la Tremonti Terigi- al di là  della sana aggressività  giovanile, andavano evolvendo in forma disreattiva, e la tensione coatta si automatizzava in tic della mimica facciale : una lieve contrazione della bocca da una parte, quasi a mezzo un sorriso di ironia".
Pietro Marti fece il possibile. Quando Vittorio aveva quattordici anni gli affidò la correzione delle sue bozze di stampa e quando ne compì sedici gli consentì un debutto letterario. L’ esperienza fu travolgente, diede il via a una serie di articoli sbrigliati e polemici, a brevi canti dalle reminiscenze crepuscolari, a fiammate futuriste frutto della turbolenza giovanile e preludio di un successivo attivismo giornalistico più seriamente motivato. Siamo a quella che è stata definita come ‘preistoria’ della poesia di Bodini : un Bodini diciottenne, aeropoeta e capogruppo dei futuristi leccesi, un Bodini compagno fraterno del pittore Mino Delle Site (a cui scrisse la presentazione per una mostra personale, tenutasi a Lecce nel 1933).
L’aurorale produzione futurista di Bodini risulta così composta : 22 scritti per 14 mesi sulle due citate riviste del nonno (dal gennaio 1932 al febbraio 1933), dei quali 11 in versi, 4 in prosa lirica e 7 critico-programmatici, tra cui uno sull’ onomatopea, il tutto corredato da
una lettera istituzionale di Marinetti al ‘caro Bodini’.
Un piccolo primo assaggio, un componimento minimo dal titolo Poesia : "Lacrima repressa / racchiusa / entro i ricami / d’ un vetro di Murano". Si sente, a ben intendere, già  tanto del maturo poetare : un gioco continuo e barocco di contrapposizioni, pianti repressi, sfoghi e contrazioni, rabbia e timidezza, odio e dolcezza. Ecco la poesia secondo Bodini : phà rmakon, medicina e veleno a un tempo, ulcera e lenimento, zucchero e assenzio, appunto. Ancora una cosa : alcuni critici, giustamente interessati, propendono per un riallacciamento di un Bodini maturo avanguardista al ‘preistorico’ futurista. Tutto è possibile.

Alla morte del nonno, nel 1933, Vittorio restò solo, in preda a se stesso. Nello stesso anno venne espulso dal liceo per indisciplina, con motivazione ufficiale generica : "Per il carattere scontroso e ribelle". Evidentemente l’ esplosione coincideva con il momento più acuto della disperazione. L’ anno successivo conseguì la licenza liceale, presentandosi come privatista, e nel 1934, già  ventenne, si iscrisse all’ università  di Roma, alla facoltà  di lettere e filosofia. Ma il disagio economico non consentiva agli studi un corso regolare e l’ anno di iscrizione fu il primo di una lunga serie, tra stenti, scatti di nervi, oscure mortificazioni. Fu d’ obbligo cercare un impiego, accettarlo anche se poco congeniale, lasciare Lecce, soggiacere alla burocrazia del regime fascista negli uffici del RACI (Reale Automobile Circolo d’ Italia), a Domodossola nel ’35, poi a Asti, di lì a Firenze nel ’37. A Firenze riuscì a riprendere gli studi e a concluderli con la laurea, nel 1940, presentando una tesi su La teoria dell’ incivilimento in Romagnosi. Poco oltre, mentre l’ Italia entrava in guerra, fece ritorno a Lecce, consapevole che una fase della sua vita si era chiusa. Lecce sarà  per sempre la patria-non patria, "così gradita da doverla amare", una barocca prigione del cuore. Ci risiamo : zuccheri all’ assenzio, venèfici contrasti della mente.

Sempre più discontinue, quasi ostentatamente lacunose, con rari squarci di documentazione fotografica, le notizie biografiche si dipanano in un tessuto a maglie larghe, ampiamente disponibile alle ipotesi. Dal 1941 al 1944 Bodini insegnò, italiano e latino tra il liceo classico di Galatina e lo scientifico di Lecce. Dal ’44 al ’46 fu a Roma, con mansioni di segretario presso Meuccio Ruini, leader del movimento ‘Democrazia del lavoro’. Nell’ autunno del 1946 partì per la Spagna con l’ incarico di lettore presso l’ università  di Madrid. L’ incarico durò solo sei mesi, ma la permanenza fu di quasi quattro anni. Il Bodini della Spagna risulta misterioso e più che mai imprendibile, unicamente perchè, padrone del suo tempo e dei suoi estri, spese il primo e ubbidì ai secondi, esercitando il rischioso diritto alla libertà . Fece il picaro e il gitano, esercitò il mestiere di antiquario, familiarizzò con la generazione di Juventud creadora (con i sopravvissuti del ’25).
L’aedo delle Puglie si impregnò di Spagna nelle viscere, in trasfusione diretta più che per osmosi : si impregnò di artifici barocchi e di visioni surrealiste (quelle che difese ostinatamente contro il disprezzo pubblico di Moravia).

Nel novembre del 1952 Vittorio diede alle stampe il suo primo ‘canzoniere’, La luna dei Borboni, pubblicato a Milano dalle Edizioni della Meridiana. La luna bodiniana era sì la falce dello stemma di Otranto, ma trasfigurata dalla proiezione lirica del dandy poeta, una ‘condizione’ dell’ anima, un delirio laforghiano di non essere sotto tutte le lune : maledette, irridenti, sfregiate, metafisicamente ossessive.
L’ 8 gennaio 1953 la rubrica di lettere e arti de ‘La Gazzetta di Parma’ -col pezzo Lune in ritardo del pugliese Giacinto Spagnoletti- massacrava l’ esordio di Bodini (già  sbeffeggiato nel titolo) con una completa stroncatura, conclusa responsabilizzando l’ autore nei confronti dei giovani poeti e invitandolo all’ onestà , alla calma, a finirla con gli scherzi, col falso amore per la terra del sud, patria comune e non "macelleria surrealista al suono di chitarre spagnole". Fu offesa brutale e ferita insanabile. Pare che Bodini fosse partito furente da Bari alla ricerca del recensore e che lo avesse insultato e schiaffeggiato.
Dal 1954 al 1956 il collerico scrittore diresse ‘L’ esperienza poetica’, un trimestrale di poesia e di critica ‘antiermetica’ da lui stesso fondato presso l’ editore Cressati di Bari. Niente male le collaborazioni della rivista : da Sinisgalli a Erba, da Roversi a Caproni, da Giudici a Carrieri. Nel 1955 mentre ‘L’ esperienza poetica’ era già  agonizzante, fu la volta di un racconto sarcastico, arguto e grottesco, macabro e folcloristico : Il sei-dita, una bizzarria prosastica apparsa come estratto del raffinato periodico barese ‘L’ Albero’ (n.23-25).
Il secondo ‘Canzoniere’ di Bodini apparve poi all’ interno di una collana diretta da Leonardo Sciascia, Dopo la luna. Datato 1956 e stampato dall’ editore Salvatore Sciascia di Caltanisetta, segnò marcatamente un calo di astrazione nella poetica dell’ autore, l’ emotività  divenne elegia, nella misura di un pathos tanto struggente quanto pervaso di tragica compostezza.

Bodini, il tragico degli struggimenti lorchiani. Bodini, l’ agitato composto. Errabondo il pensiero quanto il corpo, fu tutto un susseguirsi di avventure, di movimento con mete irraggiungibili, di affannoso cercare. Dopo gli anni cupi dell’ infanzia, della turbolente adolescenza, dopo Firenze e Lecce, dopo Madrid e Lecce ancora : "Solo nel ’52 -ripetiamo con Macrì- ottenne un pane sicuro con un incarico universitario di lingua spagnola : generosità  e intuizione di fervido ambiente  -storicista, crociano e marxista- di illustri colleghi tra Roma e Bari. Solo nel ’68 fu di ruolo a Pescara. Fece la spola da Lecce a Bari dal maggio del ’49 all’ agosto del ’58. Nel dicembre del ’54 sposò Antonella Minelli, la Brindisina del primo incontro, la Ninetta della poesia, impareggiabile compagna del suo difficilissimo uomo, e per tutto il ’55 risiedette con lei a Torchiarolo, affannato nella traduzione del Chisciotte".
La routine del nomade procedeva di pari passo con quella del letterato. Traduzioni. opere di saggistica e poesia si inanellavano a ritmo incalzante : erano la costante evasione dall’ orrido quotidiano, viaggi del pensiero, trasferimenti della personalità  secondo complessi meccanismi di proiezione.
Poi, "bruciata la terra messapica alle spalle" (Bari, punto culminante di una frustrazione), nel 1959 ebbe inizio il decennio romano. Ma non è dato sapere esattamente di che natura fosse la frustrazione di Bodini. Molto probabilmente entrava in causa il magistero professionale ("E’ l’ università  che ti ha rovinato", sibilava un verso del poeta).

Il 1962 fu un anno cruciale, colmo di avvenimenti e di emozioni : nel giugno Mondadori pubblicava La luna dei Borboni e altre poesie, nel settembre nasceva la figlia Valentina. A dicembre arrivò l’ infarto. Il terrore per il "cortese anticipo di morte" e l’ amore per Ninetta, per la piccola Valentina, verso la quale era padre tenerissimo, indussero Vittorio a una vita un po’ meno sregolata, all’ astinenza dal fumo e dagli alcolici, all "tabella del peso". Il lavoro era continuo e profondo, sentito e preciso come mai. Ma nel 1965 Bodini tornò di colpo a
ll’ alcool, riprese a fumare freneticamente, si ingolfò nella scrittura con crescente esaltazione, con sfrenato abbandono. La spirale stringeva i suoi giri, convogliando il cattedratico pendolare (Roma-Bari, Roma-Pescara). A questo punto non ha più importanza il dettaglio biografico, il frammento documentario della quotidianità  : una inquietante ragione dell’ essere affrettava la consumazione della vita nella vita. Ogni moto era nel vuoto della morte. Qualche amico paziente lo accompagnò in quel lucido processo di secondamento che fu vera e propria autodistruzione : Paolo Chiarini, Enzo Mazza, Luciana Frezza, Leonardo Sinisgalli, Rafael Alberti.

Metamor è il titolo dell’ ultima silloge poetica di Bodini edita in vita, tirata da Vanni Scheiwiller in 600 esemplari numerati e finita di stampare il 21 giugno 1967. La data è importante : si tratta della festa di San Luigi, secondo una devota (o scaramantica) usanza spagnola. La copertina della raccolta riprende una china di Aubrey Beardsley : A Platonic lament. Siamo in piena morbosità  decadente, il paggetto nudo di Erodiade si produce in un pianto amoroso sulla salma del giovane siriano, suicida per amore di Salomè. E i versi di Bodini non smentiscono certo la squisitezza della veste del libro. E il titolo ? A chi abbia letto gli Studi sul barocco di Gongora, studi prettamente strutturalisti, non può sfuggire che il conio del titolo Metamor, oltre al comune senso di metamorfosi, riflette meccanismi di derivazione, di elaborata imitazione : al di là  dell’ intenzionalità  espressa dal disegno, il bilico tra la vita e la morte, tra l’ amore e la morte, altro non è se non la "bilancia di Gongora", e cioè una struttura dove l’ equilibrio serve a dare risalto al contrasto.

Dopo Metamor rimase giusto il tempo per una prova saggistica e un paio di traduzioni. Il corpo di Bodini si consumava al divampare maturo della fiamma interiore : "Con molto affanno -sono frasi commosse di Sinisgalli- con grosse difficoltà  di respirazione, Vittorio si muoveva tra due università , Bari e Pescara, …faceva tardi la notte sui testi da tradurre…aveva occhi scavati gli ultimi tempi; tremava, non riusciva a far combaciare le due immagini che si formavano sulla retina". E ancora Macrì : "Cadde sul lavoro il 29 ottobre 1970 a Pescara, di ritorno da Bari, rivelatosi il morbo di cui morì due mesi dopo". Cancro ai polmoni. Aveva cinquantasei anni.

Una curiosità  di rilievo per chiudere. L’ amore viscerale per Otranto e per il Salento intero, la passione per l’ alcool e per le sigarette, la declinazione degli incantamenti lunari alla Laforgue, il gusto spiccato per il macabro alla Barbey d’ Aurevilly, il senso marcatamente barocco e leopardiano della infinita vanità  del tutto : caratteristiche del miglior Bodini, certo; ma non vi viene in mente un altro nome ? Carmelo Bene, intendiamo. proprio lui, il genio di Campi, legato al nostro poeta (che ne ha anticipato certi temi e stilemi) da un misterioso rapporto, da una relazione materiata di vera considerazione intellettuale e vibrante di innumerevoli consonanze nevrotiche e spirituali. "Quanto Bodini torna in Carmelo Bene !" è la giusta esclamazione di Alba Terigi. Sì, Carmelo Bene : "Aveva labbra gentili, basette nobilissime. Carmelo Bene, leccese come lui (Bodini), gli diede la parte di Don Giovanni nel suo film indecifrabile", ricordava Sinisgalli. Macrì rilevò, invece, la consumazione, il senso di infermità  e di "morte viva", con riferimento agli "ultimi due anni fraterni in gara maledetta con il conterraneo e e superbarocco Carmelo Bene regista del Don Giovanni dove Vittorio gesticola l’ incubo onirico della fase senile del personaggio".
La parola a Bodini, infine, una noticina toccante sulla propria parte d’ attore regalata a Carmelo ‘parte che gli ho donato come premio personale per Nostra Signora dei Turchi‘ : "Una rana porterà  il mio nome. / Cammino con la mia facciata, / la mia facciata senza rumore, / coi vermi tagliati a pezzi / come dita ingioiellate". E’ Bene che imita il sarcastico Laforgue oppure Bodini che fa il verso a se stesso ? Mi congedo dal lettore lasciandogli questo dubbio, qusto piccolo enigma da sciogliere.

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