Wuz, n.1, gennaio-febbraio 2005

 

Armando Audoli

 

La felice tristezza

di Guido Gozzano

 

 

Nervoso. Se dovessimo forzare in un aggettivo il carattere più intimo di Gozzano, ci piacerebbe definirlo così : nervoso. Contro ogni stucchevole fraintendimento in chiave civettuola, contro ogni tardo manierismo da cartolina fin de siècle.
Secco e pallidissimo, nevrile e contratto, intossicato dalle infinite letture, malato di intelligenza e tubercolosi (mali sottili), noi lo vediamo -un coso con due gambe in mezzo alla folla che imbruna- attendere impaziente all’appuntamento con la Saffo dai capelli viola, l’Amalia Guglielminetti sirena, convocata ai piedi di Palazzo Madama, al tramonto, nell’ora ‘antica’ torinese (nell’ora ‘vera’ di Torino); e ce lo figuriamo -come in una caricatura di Golia- pestare sotto il tacco l’orlo dei pantaloni (lasciato troppo lungo per trascuratezza di dandy), mentre passeggia in via Po verso piazza Vittorio, affannosamente distratto nella sua andatura pigra da edonista un filo stanco.

Possiamo immaginarcelo appena, Guido Gustavo Gozzano, mistico flaneur subalpino adagiato a un tavolo di Baratti, un po’ francescano e un po’ buddista, molto piemontese : lo sguardo perso, specchiante più la vertigine morbosa del cervello e dei bronchi che quella dell’anima, la bocca tirata ancora umida d’assenzio (il dissolvente dei maudits e degli impresionisti, il fantasticante, l’amaro elisir della fata verde distillato dalla liquoreria Leone).
Ricordano i biografi che Gozzano, gelido sofista, amava passare ore e ore nei caffé conversando d’arte e ‘assaporando a fior di labbra, con gesto raffinato, un poco di assenzio, che diceva dargli qualche dolcezza’.
L’assenzio, se pur nuovamente di moda, è in realtà  perduto. Per sempre. "L’assenzio -nota Dario Capello- è uscito di scena, per ragioni di sanità  pubblica, proprio a ridosso degli anni della Grande Guerra. Resta la serpentina suggestione del vocabolo, così leggero, così vicino a richiamare l’assenza".
Nulla è più gozzaniano della sottrazione, della mancanza, del vanimento : occasioni lasciate, rose e quadrifogli non còlti, appetiti insaziati, fanciulle non godute, felicità  non provate, supreme delizie del bene irraggiungibile. Miraggi. E allora abbandoniamoci al sentore dolceamaro della fata verde, squisito nella lontananza, vago al pari dell’ombra magra del suo snervato e poetico degustatore, che, ben sensibile al riflusso italiano dell’ Aesthetic Movement (letto attraverso Vittorio Pica e Arturo Graf), si muoveva -nella Torino d’allora, nordeuropea e in modern style– con affettata ma disinvolta eleganza : all’occhiello una gardenia o tra le dita un giglio, come un Oscar Wilde piccolo piccolo, meno fastoso e paradossale, più acido, irritato; parimenti ironico e seducente nell’alternare l’affabilità  mondana al vomitivo spregio universale.

Gozzano era per la Torino di primo Novecento -la città  cui sono legate le date estreme della sua esistenza (19 dicembre 1883 – 9 agosto 1916)- quello che Wilde, intorno al 1890, era stato per la Londra vittoriana, o più indietro, Petronio per la Roma imperiale di Nerone : un arbiter elegantiarum, ma senza scandali, senza luci rosse e sigarette d’oriente. Molto soft e vagamente provinciale.
Troppo presto il sadismo della natura malevola aveva preso di mira i polmoni del giovanissimo poeta, tagliandogli il fiato e lasciandogli giusto la consapevolezza di non avere scampo; e pure la sua arte superba -in verso come in prosa- ha sempre avuto il fiato corto, il respiro affannato, un funesto e frustrato spasimo erotico, la sincope emottoica  caratteristica di tutti i geni condannati a morte dalla tubercolosi.
Giuseppe Antonio Borgese, prima e meglio di chiunque altro, seppe annusare l’odore di sensualità  emanato dalle pagine di Gozzano, e meglio di tutti sentì che quell’odore (lontano ormai dal dannunziano ‘aulire’) aveva qualcosa di chiuso, di stantio, ed era come punteggiato da acredini di preziosa putrefazione.

Guido venne alla luce in via Davide Bertolotti 2. Il padre, Fausto, era un ingegnere dei lavori pubblici, che aveva sposato in seconde nozze Diodata Mautino, donna vivace e di cultura, nata da un senatore del regno vicino a Cavour e a D’Azeglio.
Diodata si dilettava nel far l’attrice ed ebbe cinque figli, dei quali soltanto tre raggiunsero l’età  adulta : Erina, Guido e Renato.
Il primo guizzo poetico di Gozzano fu, secondo il canone stabilito dalla filologia accademica, un ‘sirventese’, La vittima, datato 1897 e dedicato al compagno d’adolescenza Ettore Colla.
Nel 1900 Fausto si spense : la famiglia patì la sua scomparsa, sia dal punto di vista affettivo sia, progressivamente, da quello finanziario.

L’anno successivo, in occasione dell’anniversario della morte del padre, Guido compose le quartine di Primavere romantiche, in una malinconica Pasqua canavesana, al Meleto di Agliè amata villa familiare : un luogo del cuore divenuto il luogo gozzaniano per eccellenza.
Guido non fu uno studente brillante : libertino goliardico assai poco attento alla scuola, era continuamente sballottato tra istituti privati e pubblici. Nel 1903 si professò ateo, scrivendo all’amico Fausto Graziani, che stava per essere ordinato sacerdote. Nel settembre dello stesso anno fece stampare, privatamente, certi versi giocosi d’occasione per la laurea di un altro amico, Giovanni Bolognini. E siamo al debutto ufficiale, un debutto ‘mondano, artistico, letterario’, avvenuto sul gazzettino ‘Il venerdì della Contessa’, un periodico torinese un po’ pettegolo, ma con qualche firma di grido.
Alla rivista il poeta diede varie liriche, tra cui La vergine declinante (14 ottobre), e una prosa ancora dannunziana, intitolata La passeggiata (5 dicembre).

Iscritto alla facoltà  di Legge dal 1904, Guido -già  tormentato dalla pleurite, spia sinistra del suo tragico destino- preferiva frequentare le mondane lezioni umanistiche del carismatico Arturo Graf (le famose e affollatissime ‘sabatine’ pomeridiane).
Si accennava a Oscar Wilde. Gentleman rifinito, seppur meno estremo e superlativo, il bel Guido credeva, come Wilde, negli illimitati poteri maganti delle parole che usava per affatturare gli habitués, gli interlocutori prediletti, e per insinuare in loro un diverso modo di pensare, fatto di stupori, seduzioni, incantamenti.
Come quelle di Wilde, e di ogni affabulatore, le sue labbra erano belle e menzognere : le labbra di un mago della sprezzatura, di un datore di estasi sinestetiche, di sinestesie estasianti. Bugie in vocaboli rarefatti e magnetici, preparati tra i denti e accarezzati dalla lingua, accompagnati da un gestire sobrio, regolato. "Mentisce in sillabe contate. La sua poesia si ciba con le golose da Baratti a brioches e confetti" sibilava Mario Giola nell’anno de I colloqui.

Gli in
terlocutori abituali di Guido, dicevamo : gli omoerotici Carlo Vallini e Giulio Gianelli; Sandro Camasio e Nino Oxilia (giovinezza, addio !); il Bontempelli prima maniera, anche lui sbocciato con l’editore Streglio (Egloghe, 1904); Carlo Chiaves ed Enrico Thovez, trasognato l’uno, polemicissimo l’altro; Giovanni Cena umanitario e Francesco Pastonchi, già  aulico, ma moderatamente; il lucchese Cosimo Giorgeri Contri, che aveva giocato d’anticipo con Il convegno dei cipressi (una perla datata 1894); e, ultimo, Giovanni Croce, il Corazzini pedemontano, biondo astro nascente della lirica crepuscolare, morto ventenne nel 1911 per uno scompenso cardiaco.
I crepuscolari : cadaveri e petali sfatti, sul limite dell’ombra. "Quando il simbolismo diventa veramente attivo in Italia, all’inizio del secolo -commenta Elio Gioanola- ha già  perduto le caratteristiche del forte agonismo nichilistico e ribelle dei Mallarmé e dei Rimbaud, e i poeti presi come modello sono i simbolisti della seconda generazione, quella che ha il suo padre nobile nel mendìco Verlaine : sono i tardo simbolisti franco-belgi a influenzare direttamente i nostri poeti, da Samain a Tailhade, da Moréas a Verhaeren, da De Régnier a Rodenbach, da Maeterlinck a Jammes (senza dimenticare Schwob, Laforgue e Jean de Tinan).
Sono poeti che sembrano smentire la grande lezione mallarmeana perchè la loro poesia nel complesso accoglie proprio quanto era stato proscritto dalla ‘poesia pura’, e cioè la realtà  esterna e i sentimenti, nella forma dei celebri oggetti crepuscolari (il parco, l’organetto, le vie deserte, le beghine) e della malinconia che tutto pervade". E ancora "Nel tardo simbolismo l’estraneità  radicale del poeta (e l’opera come rifondazione verbale del mondo) diventa propriamente ‘malattia’, col conseguente rifugio dentro un à mbito selezionato di oggetti elettivi, omogenei alla generale caduta di tono della vitalità . E’ un’atmosfera poetica che accoglie gli aspetti più ‘decadenti’ del simbolismo, con sviluppo dei toni floreali, liberty, esotici, mistici, decorativo-musicali".
In Italia, questo repertorio caratteristico, passato pure attraverso le mediazioni dannunziane del Poema paradisiaco, venne assunto dai poeti nuovi come lo strumentario di una radicale operazione di separatezza, eseguita poi con le tonalità  più diverse, grazie proprio alla qualità  di repertorio della materia : così Gozzano approdò all’invenzione quasi sarcastica di una serie celeberrima di personae oggettistiche e animali (buone cose di pessimo gusto, larve crisalidi e farfalle, fra macchie d’inchiostro putrefatto).

Procediamo : numerosi i versi pubblicati dal poeta tra il 1904 e il 1906, insieme a diverse prose e recensioni (firmate, queste, ‘g.g.g.’).
Nel 1906 la rassegna ‘Poesia’ di Marinetti ospitò due coppie di sonetti (L’esilio e Casa paterna) apprezzate da D’Annunzio e confluite poi ne La via del rifugio (I sonetti del ritorno, VI e VII).
Dopo un soggiorno romano di alcuni mesi, Gozzano attaccò la stesura di una specie di zibaldone, uno scrigno prezioso noto come L’albo dell’officina.
Il 1906 fu l’anno della sua migliore produzione lirica destinata alla silloge d’esordio, e fu l’anno in cui egli rimase stordito dalla bellezza e dal talento di Amalia Guglielminetti.
Ma il 1907 si rivelò decisivo per la biografia di Gozzano. Nel bene e nel male. Il ragazzo tossiva continuamente, e la diagnosi dei medici, implacabile, colse nel segno : tubercolosi. Nei primi giorni di aprile l’editore Streglio dava corpo, con i propri raffinati tipi, a La via del rifugio.

Di questa c’è tra le carte gozzaniane una versione autografa, in cui si legge la seguente dedicatoria, poi cassata nell’edizione a stampa : "A Carlo Vallini, con la stessa sua fraterna malinconia, guidogozzano". Sotto è segnata una data : 16 marzo 1907.
L’ aeditio princeps apparve meno di un mese dopo. In quel breve lasso temporale avvenne un fatto importante : dalla stesura manoscritta, pronta per la stampa, furono eliminati dieci componimenti, già  usciti (o non ancora pubblicati) separatamente in rivista.
Gozzano era oltremodo rigoroso nella selezione del materiale, più severo ancora degli amici (Mario Vugliano e Carlo Calcaterra in primis) che con lui avevano già  collaborato a una scrematura con intenzione antidannunziana.
La via del rifugio : ventitrè canti e subito una prodezza ! L’illustrazione sulla copertina era un vero e proprio lampo di genio del cugino Filippo Omegna. Il suo disegno -più eloquente, in quanto a poetica Gozzaniana, di qualsiasi intervento critico- raffigurava la facciata di una delle due ville di proprietà  della famiglia Mautino ad Agliè; alla famiglia Mautino apparteneva Diodata, la madre di Guido, che incoraggiò il figlio sovvenzionandogli la prima elegante e limitata tiratura del volume, immediatamente seguita da una seconda ristampa, spacciata per terza : "Pèrora -suggeriva Gozzano a Carlo Vallini nel luglio 1907- perchè sulla copertina e sui fogli d’annuncio ci sia terza invece che seconda edizione. E’ meglio assai e la mia dignità  non è compromessa. Rifiuta ancora una volta, la prefazione e i soffietti a mosaico. Fa che le 50 copie mi siano date subito e digli che queste copie le disseminerò in Isvizzera dove andrò fra poco e vi farò grande réclame".
Chiosa De Rienzo : "La storia della Via del rifugio svela anche questa trama segreta di piccoli e spensierati imbrogli, di innocenti e allegre ‘porcherie’; come rivela, da parte di Gozzano, un’attenzione già  scaltra a promuovere la propria immagine pubblica".
Il libro piacque e il giornale ‘La donna’ dedicò un’intera pagina al poeta. L’accoglienza più calorosa venne dal quotidiano socialista ‘Avanti’, con una recensione dell’entusiasta Tommaso Monicelli. Quella più tiepida (di Angeloni) arrivò dal foglio cattolico ‘Il momento’, che successivamente osò addirittura stroncare la raccolta con un pezzo redazionale anonimo.
A influenzare i lettori però, furono soprattutto gli articoli del ‘Corriere della Sera’ e del ‘Resto del Carlino’, firmati rispettivamente da Pastonchi e De Frenzi.

La via del rifugio era ancora fresca di stampa, allorchè in cantiere già  si intravedevano bagliori dei Colloqui venturi : L’Assenza, Cocotte e L’ipotesi (una versione embrionale de La Signorina Felicita).
Ipotesi. Una parola cara a Gozzano, talmente intonata al cantare della sua musa affannata : "Io penso talvolta che vita, che vita sarebbe la mia / se già  la Signora vestita di nulla, non fosse per via…/ E penso pur quale Signora m’avrei dalla sorte per moglie, / se quella tutt’altra Signora non già  s’affacciasse alle soglie".

Nel 1908 Guido si impegnò invano a chiudere con la laurea e respinse le prestigiose lusinghe di Treves che voleva ristampare La via del rifugio : il timore era quello di macchiare la "propria fedina letteraria illibata" con una ‘rifrittura’. Il poeta solo apparentemente svagato si muoveva in modo accortissimo. E preferiva pensare all’uscita di una nuova opera in versi, cullando l’idea di un successivo lavoro (inizialmente concepito in prosa) lirico e insieme didascalico, Le farfalle, un libro di ‘storia naturale’ a coronare artisticamente i matti studi entomologici, nonchè una seria attività  di allevatore di bruchi.
Le farfalle : sibilanti Teste di Morto più che iridescenti gioielli liberty, macabre fantasie in bianco e nero, colori alchemici, colori che sintetizzano perfettamente -come due opposte creature alate- la psiche di Gozzano e la sua penna, considerata poco incline alle sfumature, alle nuances, stando almeno alla formula pasoliniana che vuole il poeta "così incapace di penombre e di sfumature".


Questi andava allora fantasticando un viaggio alle Canarie, in Brasile e a Buenos Aires. Nel corso del 1908 recensì, a firma non sua, una plaquette dell’adorato Vallini, pezzo che uscì sul ‘Corriere di Genova’ del 1° gennaio.
Sullo stesso giornale presentò il libro di Carola Prosperi La profezia e altre novelle.
Dunque -tra sprazzi di Liguria, rientri a Torino e soggiorni ad Agliè- il pensiero dominante di Gozzano era ormai quel volume "vario e ciclico ad un tempo", il capolavoro della sua precoce maturità  letteraria : I colloqui.
Il momento sembrava propizio. Lucini, per lettera, elogiò La via del rifugio, lusingando l’ambizioso Guido. Nel febbraio 1908, sulla ‘Giovane Italia’, il duro intellettuale milanese aggiungeva : "Quanto Charles Guerin, Francis Jammes, Stuart Merrill espressero ed esprimono, per tre voci diverse ma intonate ad uno stesso registro, egli dice tra noi con la sua breve Via del rifugio".
Ma i buoni momenti sono effimeri, come le farfalle, e Gozzano lo sapeva pur troppo : nel gennaio 1909 la madre Diodata rimase menomata da una paralisi. La famiglia dovette trasferirsi e lo scrittore fu costretto ad occuparsi di tutti, anche in senso pratico. La sua attività  creativa, tuttavia, non perse ritmo, dal momento che, in quei giorni, vennero pubblicate non solo parti dei Colloqui, ma anche delle fiabe, genere in cui l’autore eccelleva, e ancora una poesia per bambini, La canzone di Piccolino. E assolutamente da non tralasciare il coevo L’esperimento, una geniale reivenzione de L’amica di Nonna Speranza.

"Ho conchiuso l’affare Treves (a 1000 copie e non 2000) al 15% e con anticipo di lire 500 che già  mi sono state rimesse", annunciava lo squillante Guido alla sorella Erina.
Ci siamo : I colloqui, tirati tra la fine del dicembre 1910 e l’inizio del gennaio 1911 da Treves, il prestigioso editore del divo D’Annunzio, erano pronti a febbraio, per essere sfoggiati nelle attraenti vetrine delle librerie italiane. E una cosa ‘concreta’ da sfoggiare il libro l’aveva davvero : la straordinaria copertina, illustrata con morbosa squisitezza da Leonardo Bistolfi, uno dei massimi scultori del simbolismo europeo.
Raccolte in tre sezioni, sottilmente legate (Il giovenile errore, Alle soglie, Il reduce) le liriche de I colloqui sono una vetta indiscutibile della poesia italiana.
Nell ‘imminenza dell’uscita del libro, Gozzano si era premurato di farsi un’adeguata pubblicità  : aveva risposto a un referendum del quotidiano cattolico ‘Il momento’ (novembre 1910) e si era concesso a un’ intervista su ‘La vita cinematografica’ (20 dicembre), in cui rivelò d’essersi cimentato come sceneggiatore di alcune novelle per il cinema. Data l’importanza dell’editore, I colloqui furono onorati dalla critica con dovizia di giudizi. e con accenti discordanti. L’anarco-socialista ‘La ragione della Domenica’, per mano di un anonimo ‘Amico di Vautrin’, attaccò con ferocia il nuovo libro, ritenuto borghese e reazionario. Anche l’acidulo Lucini ritrattò la benevolenza di pochi anni addietro. Su l’ Avanti !’ fece capolino un pezzo di Cardarelli perlomeno diffidente, intitolato L’arte di fingersi (26 marzo 1911). Sulla ‘Voce’ Slataper parlò con lucidità  della poesia dei crepuscolari quale espressione della crisi di una generazione senza fede. Papini, nelle Speranze di un disperato, liquidò malamente I colloqui, scambiati per il prodotto di un "convalescente dannunziano retrospettivo". Borghese infine, sul ‘Corriere della Sera’ si produsse in una sofisticata analisi stilistica di sorprendente spessore critico.

Divenuto collaboratore del ‘Momento’, Gozzano -sempre al limite del disgusto- snocciolò prose giornalistiche su varie riviste di ampia diffusione e si mise a lavorare per l’ufficio ‘soggetti’ del produttore cinematografico Ambrosio. Recensì su ‘La donna’ del 20 giugno 1911 Il superstite, romanzo di Iacopo Vigliani. Fu l’ennesima occasione per parlar di sè : tutto il testo riecheggiava, in controcanto, la sublime figura anomala di Totò Merùmeni. A dicembre, in una intervista su ‘Il Prisma’ Guido menzionò un’ improbabile "terza edizione de I colloqui che escirà  a gennaio", ammettendo poi di essere tentato dal teatro : "Ho in mente la trama nitidissima di un dramma in tre atti : vi attenderò l’anno prossimo. Ho pronto intanto un atto in versi, una scena giocosa, di sapore goldoniano, con a protagonista un’ostessa gaia, sorella moderna di Mirandolina, ambiente e personaggi della signorina Felicita; sarà  rappresentato nell’anno da una primissima attrice".
Siamo alle solite : narcisismo e bugie. La confessione non aveva maggior valore del fittizio status professionale di ‘avvocato’ sbandierato nell’ intervista.

Nel febbraio 1912 il poeta, in compagnia dell’amico Giacomo Garrone, salpò da Genova. La meta ? L’ Oriente, in un percorso destinato a toccare dopo un mese, Bombay e Ceylon.
I canti intonati in quel sanatorio esotico naturale, eccezion fatta per i meravigliosi Supini al rezzo ritmico del panka e Risveglio sul Picco            d’ Adamo, furono distrutti dall’autore stesso, poichè (sembra) ritenuti ai limiti dell’oscenità . Deliziosa oscenità  a giudicare dalle briciole rimaste.
Il viaggio fu salutare soprattutto per la prosa gozzaniana : un periodare alla Loti, ma con una marcia in più. Laggiù la fantasia giornalistica di Guido incubò una serie di articoli -comprendenti descrizioni di luoghi in realtà  mai visitati- apparsi successivamente su ‘La Stampa’ e su altri periodici tra il 1914 e il 1916.
Le prose indiane, pregne della fulgente intelligenza e dell’eccelsa cultura di Gozzano, uscirono postume nel 1917, raccolte col titolo Verso la cuna del mondo.
Fatto ritorno in patria, il poeta a maggio si trovava a Torino e a giugno ad Aglié, poi in ottobre si spostò a Sturla con la madre.

Intervistato sulle sue preferenze in fatto di sport, non tralasciò di buttar lì la notizia di un nuovo volume per l’autunno, affernando ‘futuristicamente’ di amare tutte le discipline sportive ‘del paro’, giacchè tutte "sono l’esaltazione della divina Rapidità ".
Da Sturla vantò di aver firmato con Treves un contratto per Le farfalle. Mentiva : "Il manoscritto è consegnato da più di un anno". Il tutto si ridusse a qualche assaggio, pubblicato nel febbraio 1914 sul raro mensile ‘La grande illustrazione’ e a pochi altri scampoli usciti su ‘La Stampa’ (4 marzo 1914) e su ‘L’ illustrazione italiana’ (23 aprile 1916). Una curiosità  : sul medesimo soggetto, Gozzano, unitamente al produttore Roberto Omegna (altro cugino suo), firmò La vita delle farfalle, un cortometraggio vincitore del primo premio nella sezione scientifica del concorso internazionale di cinematografia, tenutosi all’ Esposizione di Torino del 1911 (in giuria figurava anche Louis Lumière, il premio era di 5000 lire).

Nel marzo 1913 il poeta diede alla ‘Riviera Ligure’ di Mario Novaro un sonetto, La statua e il ragno crociato. La lirica, in realtà , era già  edita. e, fatto ancor più grave, non era di Gozzano. L’aveva scritta Giuseppe De Paoli, Riccardo Roccatagliata Ceccardi se ne accorse e fece la spia. Così, miseramente, finì il rapporto con la ‘Riviera’, tenuto stretto e senza macchie per un lustro.
Non molto tempo dopo, l’infinita vanità  presenzialista, portò lo sfacciato Guido a rispondere perfino a un’ inutile inchiesta de ‘La donna’ "Sul tipo ideale di bellezza femminile", era il 20 dicembre 1913

La produzione più rilevante del periodo 1914-1916, pezzi indiani a parte, è costituita dalle prose radunate nelle racco
lte postume L’altare del passato (Treves, 1917) e L’ ultima traccia (Treves, 1918), entrambe curate dal fratello Renato. Vogliamo segnalare, in particolare, Torino del passato. Questa, considerata da Edoardo Sanguineti una delle prove più felici di Gozzano, apparve in un primo tempo -con il sottotitolo La bela madamin la volò maridè– sulla ‘Nuova Antologia’ del 1° settembre 1915, e contestualmente fu stampata a sé, come plaquette fuori commercio, tirata a Roma in pochi esemplari : un’ esile brossura in 8° estratta dalla rivista, ma con una numerazione propria delle sedici pagine che la componevano; in un secondo tempo venne ribatezzata Torino d’ altri tempi e inclusa    nell’ Altare del passato. Rarissimo, l’estratto della ‘Nuova Antologia’ non è quasi mai menzionato nelle bibliografie di Gozzano, neppure in quelle specifiche relative alla sua opera in prosa, che a tutt’oggi non è stata degnata di una lezione critica e filologicamente attendibile.
L’importanza, l’estrema dignità  del testo è confermata dalla pubblicazione autonoma del brano, in realtà  minuto e occasionale, ma d’eccezione (la stessa sorte era toccata soltanto a La signorina Felicita, nel 1909).
Si tratta di una fantasia onirica, di una variazione dalle screziature folcloristiche sul tema della celebre canzone piemontese La bela madamin.

Torino. Le parallele e le perpendicolari della ‘metropoli’ di Gozzano non erano altro che i tentacoli di una città -piovra, irrigiditi dalla morte : un intrico meduseo paralizzante e paralizzato, reso geometrico dal gelo, dal rigore funebre.
Fra la campagna allucinata del canavese (vano e stretto ristoro estivo, serra calda à  la Maeterlinck) e le spire di Torino, la nevrastenica ambiguità  dell’atteggiamento doppiogiochista di Gozzano era, dal tempo verde de La via del rifugio, assai marcata : "E’ la città  che mi rende così : le visite forzate e i commiati sorridenti a gente detestabile e dozzinale, il peregrinare tra le ‘cose’ : gli automobili, i socialisti, le biciclette, i preti, i tramway, il dottore, il dentista, il sarto, il parucchiere, i parenti, L’Università , gli uomini che fanno schifo (tutti), e le donne che fanno pena (tutte). E ritorno a casa con le mascelle irrigidite e le falangi delle dita che cricchiano dallo spasimo nervoso".
Una Torino spasmodica e moderna, che si stava aprendo all’ Europa, la Torino delle strepitose esposizioni internazionali d’arte figurativa, la Torino di Bistolfi e Edoardo Rubino, del Casorati secessionista, di Agostino Bosìa, di Reviglione, di Buratti e Gariazzo.

Sul nascere del 1914 il giornalista poeta fu nuovamente costretto a calare la maschera : beccato un altro plagio, questa volta da Maeterlinck (Le double jardin), che fece saltare la breve collaborazione con il ‘Resto del Carlino’.
Lo scandalo partì dalla puntigliosa ‘Gazzetta di Venezia’ (1° febbraio). E il maligno ‘Giornale del Mattino’ non si fece pregare : "Guido Gozzano -infieriva- è l’autore dei Colloqui, confessioni ritmiche di piccole superbie, di più piccole ribellioni, d’impercettibili esseri. La sua poesia ha fatto fortuna presso le signore di tutta Italia, cosicchè il poeta, che era carino come un bibelot di antico gusto settecentesco, cincischiato e velato di tinte evanescenti, ha sentito il bisogno di farsi prosatore" (3 febbraio). Terribile. Ma tutto passa : stava giusto per andare nei negozi l’ultima fatica del Gozzano favolista, I tre talismani, una summa di brani apparsi in precedenza sul ‘Corriere dei Piccoli’.
Il grazioso volumetto, pubblicato da La Scolastica di Ostiglia nella collana ‘Bibliotechina de la Lampada’, era tutto ingemmato dalle speciose figure, dai capilettera e dai finalini inventati da Antonio Rubino. Ma era anche l’ultimo libro che il poeta poté dare alle stampe.

Dal novembre 1914 egli prese a frequentare assiduamente le sorelle Silvia e Alina Zanardini, organizzatrici a Torino di apprezzate serate poetiche e musicali. Scoppiata la guerra fu dichiarato inabile alla leva. Era ovvio.
L’incipiente 1916 lo vide dedicarsi -per conto della Gladiator Film di Torino- alla sceneggiatura e all’orditura fotogrammatica di una possibile pellicola sulla vita di San Francesco d’Assisi : una miscela esplosiva di rigurgiti dannunnziani, echi di Schopenhauer e sprazzi buddisti. Il tutto velato da un’accattivante patina art nouveau.
La pubblica lettura del San Francesco, recitata per i superiori dell’ordine nel convento torinese di Sant’Antonio da Padova, ci suggerisce che una stesura completa del lavoro (anche se forse non definitiva) dovette chiudersi in maggio.

E siamo alla stretta finale. All’epilogo borghese di una tragedia annunciata.
Grand Hotel di Sturla, 15 giugno 1916 : Gozzano tenne un recital di versi, arricchito da una scelta di passi dal San Francesco. Il 16 luglio fu travolto da un violentissimo attacco di emottisi. Ricoverato a Genova, si spense a Torino, nella sua casa di via Cibrario, la sera del 9 agosto. Assistito con amore cristiano da Mario Dogliotti, probabilmente nemmeno si agitò.
Tanto lo sapeva che un’esistenza così nervosa, tutta ritmata dai colpi di tosse, era destinata a naufragare in uno sbocco di sangue.

 

Per quest’articolo un ringraziamento particolare a Gian Maria Zaccone per la sua disponibilità  e competenza.

 

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