Wuz, n. 4, luglio / agosto 2007

 

Hilarius Moosbrugger

 

La febbre di scrivere

del sorprendente Orwell

 

 

Gli inglesi usavano un’ espressione particolare per definire gli abitanti dei paesi a loro soggetti, o coloro che, semplicemente, non erano inglesi : li chiamavano natives.
Native era un indiano, un malese, ma anche un francese o un fiorentino. Il significato della parola non era solo quello letterale, nativo del luogo, andava molto più in là . Aveva implicazioni di classe e di potere. I natives erano, quasi per diritto naturale, di condizione inferiore ai british. Coloniale era l’origine del termine, esteso per assimilazione a tutti coloro non strettamente legati alla nazionalità  britannica.
E’ caratteristico che di George Orwell sia stato detto, con spregio, causa la sua tendenza a sentirsi vicino ai diseredati e ai miseri sia stranieri che anglosassoni : He went native in his own country (fu un native a casa sua).

Era una calunnia nel giudizio, ma anche nei fatti, perchè Orwell non fu per niente un diseredato. Eric Blair, questo il nome vero, nacque in Bengala a Motihari, località  vicina al confine con il Nepal, il 25 giugno 1903, figlio di Richard e di Mabel Ida Limousin, giovane donna di padre francese e madre inglese. I Blair erano una famiglia di origini aristocratiche, un avo di Orwell era conte, via via discesa nella scala sociale. Richard Blair servì come Imperial civil servant tutta la vita. A diciotto anni entrò nell’ Idian Opium Department con il grado di Assistant Sub-Deputy Opium Agent di 5° livello, alla nascita del figlio era passato al 4°, al ritiro e ritorno in patria era arrivato al 1°.

Il carattere dei genitori gioca sempre un ruolo importante nella formazione di un figlio. Non c’ è dubbio che Orwell abbia preso più dalla madre che dal padre. Ida Limousin era una donna forte, ma duttile e ricca di fantasia. Richard Blair era un solido civil servant, notevolmente rigido e square.
Il suo rapporto con Eric non fu né facile né felice, ma per fortuna il risultato non fu negativo anzi, l’ opposizione del padre rafforzò la determinazione del figlio.

Così come la madre, la scuola ebbe un effetto molto importante nella vita di Orwell. Due le tappe della sua formazione. Dapprima una private preparatory school che consentisse non solo il livello di educazione, ma il conseguimento di una borsa di studio indispensabile, date le condizioni famigliari, al secondo passo : l’ entrata in una public school di qualità . La prima scuola fu The St Cyprian school, retta dalla coppia Mr e Mrs Vaughan Wilkes, la seconda, a borsa ottenuta, Eton, forse la più benfamata public school inglese.
A St Cyprian Orwell rimase cinque anni. Studiò – latino, greco, inglese, storia, una infarinatura di matematica – perse salute per freddo e disagi, venne fustigato da Mr Wilkes, ma ben istruito da Mrs Wilkes, soprannominata ‘Flip’ a causa del ballottìo dell’ ampio seno.
Finì odiando la scuola, ma ammesso di diritto a Eton. Trent’ anni dopo, nel 1947, Orwell scrisse un testo autobiografico su St Cyprian, Such, such were the joys, pubblicato in America dalla "Partisan Review" nel 1952 e solo nel 1968 in Inghilterra. Riuscì l’ atto di accusa più violento e veritiero del sistema educativo delle scuole elementari inglesi, paragonato per la forza di certe descrizioni al Nicholas Nickleby di Dickens e a The way of all flesh di Samuel Butler.
Nel 1916 Orwell, tredicesimo agli esami finali su cento alunni, concluse i suoi cinque anni a St Cyprian e nel maggio del 1917 entrò a Eton.

Eton voleva dire, nel sistema diviso in classi allora esistente in Inghilterra, far parte dell’ oligarchia. Significava assumere abitudini (dal cappello a cilindro, al canottaggio, al cricket), acquisire un accento riconoscibile per sempre, stringere relazioni e preparare il passaggio all’ istituzione più selettiva del tempo : l’ università , Oxford o Cambridge.
Orwell rifiutò di avallare il mito di Eton. Non ebbe una ripulsa come per St Cyprian, ma in molte occasioni sottolineò la sua estraneità  all’ ambiente elitario, implicito nella scuola. In sostanza però, venne segnato per la vita. E, di più, nonostante la critica della società  che in assoluta buona fede portò avanti in tutte le sue opere, fu rassicurato e confortato di essere a public school boy. L’ imprinting di classe sottinteso alla scelta fu così forte, che il primo pensiero nei confronti del figlio suo adottivo fu di prenotargli l’ ingresso a Eton.

Orwell non andò a Oxford o a Cambridge. La madre avrebbe voluto, il padre era contrario, lui inerte. La volontà  di continuare a studiare era bassissima, nè i risultati di Eton permettevano una seconda borsa. La soluzione paterna, accettata senza troppa contestazione, fu di inserirlo nella Indian Imperial Police. Nel 1922, diciannove anni, passata facilmente la prova di selezione, scelta Burma come destinazione, entrava in servizio.

Burmese days fu il primo romanzo di Orwell, non il suo primo libro. Un romanzo breve o racconto lungo, come quasi tutte le sue opere. Fu scritto undici anni dopo i cinque anni di vita a Burma (1922-1927). Raccontava, dietro una trama fittizia ma non tanto, la vita coloniale, il rapporto con la popolazione locale, lo splendore della natura, la desolazione, l’ estraneità  e la nostalgia.
Ebbe notevoli traversie di edizione. Victor Gollanz, editore inglese di Orwell, rifiutò il manoscritto per paura di azioni legali da parte di ex funzionari del governo che si riconoscessero nei personaggi. Leonard Moore, l’ agente letterario tentò altre strade senza successo. Molti contatti, nessun risultato. La soluzione venne dall’ America : Eugene Saxton, chief editor di Harper Brothers, accettò la pubblicazione, pur richiedendo qualche taglio. L’ opera uscì a New York il 25 ottobre 1934. Meno di un anno dopo Victor Gollanz ci ripensava e pubblicava Burmese days in Inghilterra (24 giugno 1935). Il testo originale, integrale, apparve solo nel 1944, da Penguin.

Quattro anni e sei mesi durò la ferma di Eric Blair a Burma. Ammalato di malaria – febbre di Dengue, in italiano rompiossa – ottenne nel luglio 1927 una licenza di sei mesi e rimpatriò. Non sarebbe mai ritornato a Burma.
Rientrato in famiglia Orwell prese due decisioni : avrebbe dimissionato dalla Imperial Police e sarebbe diventato scrittore. Le comunicò entrambe ai genitori. Le reazioni furono pessime. La madre si mostrò rather orrified, tipico understatement inglese; il padre, più composto nella forma, molto più pesante nella sostanza, definì il figlio dilettante, usando l’ italiano per calcare la mano.
Orwell non cedette di un millimetro alle pressioni parentali. Ottenuto il congedo dal servizio cominci
ò un’ esistenza vagante da un luogo all’ altro, in alloggi precari, affrontando quell’ approccio alla vita randagia che lui stesso definì a tramping excursion (il viaggio di un barbone).
Sua idea era di scrivere, ma anche di sperimentare. Cinque anni di leva in un corpo di polizia gli avevano lasciato un forte senso di colpa. Voleva sfuggire ogni accenno di ‘imperialismo’ e pure qualsiasi traccia ‘del potere che un uomo ha su un altro uomo’. Fu la sua prima esperienza di vita vagabonda e il seme del suo primo libro : Down and out in Paris and London.

Nel 1928 fu la volta della Francia. I resoconti delle circostanze di vita poverissima a Parigi portano qualche traccia di colore letterario. La realtà  di Orwell non era così miserevole. Non di meno visse davvero i casi che in seguito raccontò e sviluppò con occhio attentissimo ai particolari, soprattutto i più disgustosi (ricordare la sua osservazione di come muta la consistenza della saliva umana nei momenti di massimo esaurimento da digiuno). Naturalmente si ammalò, la cronica deficienza polmonare gli procurò attacchi ripetuti di influenza. Per un anno tenne duro, poi tornò a casa, alla fine del 1929.
A Parigi aveva pubblicato articoli sui quotidiani, ma nel settembre 1929 inviò alla rivista "Adelphi", diretta da Middleton Murry marito di Katherine Mansfield,  uno dei suoi primi saggi : The Spike (Il recinto), che ridotto e rivisto trovò posto nella sua prima opera.
Come aveva detto ai genitori, voleva scrivere.

A scullion’s diary è il primo abbozzo di titolo di Down and out. Orwell lavorò per più di due anni al testo prima di pubblicarlo. In una lettera dell’ aprile ’32 a Leonard Moore (Christy and Moore furono gli agenti letterari di Orwell per tutta la vita) è raccontata la peregrinazione editoriale del manoscritto.
Completato alla fine del 1930 (35.000 parole), inviato a Jonathan Cape, rifiutato perchè troppo corto, allungato e rimandato, rifutato ancora; nel 1931  presentato a T.S. Eliot, lettore presso Faber & Faber, rifiutato con il medesimo pretesto; finalmente preso in carica da Moore e da lui venduto a Victor Gollanz per 40 sterline. Orwell accettò con soddisfazione la pur minima offerta, Gollanz era un giovane editore, di idee avanzate, socialista, pusillanime nel caso di cause legali, ma di ottima reputazione letteraria. Nel settembre ’32 Orwell ricevette le prime bozze, nel novembre decise che avrebbe usato uno pseudonimo al posto del suo vero nome – aveva paura di svelarsi ai genitori – e propose tre soluzioni : Kenneth Miles, H. Lewis Allways, George Orwell. Scelse Orwell, nome di un fiume, "perchè ha un bel suono inglese, rotondo". Quanto al titolo, eliminato Scullion voleva usare The confessions of a dishwasher (Confessioni di un lavapiatti). Fortunatamente Moore and Gollanz decisero per lui : Down and out in Paris and London, opera prima, uscì il 9 gennaio 1933. L’autore aveva trent’ anni, età  relativamente avanzata per pubblicare un primo libro. Paragonata agli esordi di altri scrittori dell’ epoca si nota la differenza : Graham Greene a 24 anni, Anthony Powell 25, Evelyn Waugh 23.

Orwell aveva avuto un inizio promettente, ma non molto di più. La sua vita era del tutto potenziale: improbabile di domicilio, inserita marginalmente nel mondo letterario, insicura economicamente, infelice sentimentalmente. Fino a tutto il 1934 trovò rimedio nelle collaborazioni giornalistiche, nell’ insegnamento privato, nel lavoro in una libreria antiquaria e nella stesura, come s’ è visto, di Burmese days. La spinta produttiva però era potente. Scrittura e nuove idee gli si affollavano in testa. Un nuovo racconto lungo, A clergyman daughter, era in fattura, intravedeva l’ inizio di un secondo romanzo, aveva intuizione di un reportage sociale. Nel 1935 tutti i progetti che aveva iniziato erano avviati e la stampa del Clergyman era compiuta (11 marzo, Gollanz editore).
Tutto premeva però, verso il 1936, anno topico, trentatrè anni, simbolicamente importanti. I primi giorni di gennaio Orwell partiva verso il nord del paese alla ricerca del materiale per il saggio che sarebbe diventato The road to Wigam Pier. Il 20 aprile era in libreria il suo secondo romanzo, libro svolta, Keep the Aspidistra flying. Il 9 giugno il matrimonio con Eileen O’ Slaughnessy, soluzione di una incertezza sentimentale dolorosa. Il 23 dicembre viaggio in Francia, sulla via per la Spagna, sprofondata nella guerra civile. Ci si rende conto, nello scrivere di Orwell, che il tempo dei suoi avvenimenti è il galoppo. Sarà  così per tutta la sua vita, come se avesse avuto premonizione di non aver molto margine e che occorreva correre per realizzare ciò che desiderava.

Molti periodi nella storia di Orwell sono stati fonte del suo modo di pensare e, di conseguenza, dei suoi libri. I sei mesi passati in Spagna, prima sul fronte aragonese, poi a Barcellona sono forse i più importanti. Orwell ha combattuto nella guerra civile, ha avuto la gola trapassata da un proiettile, è stato molto vicino a essere catturato e giustiziato, non dagli uomini di Franco, ma dai compagni comunisti del Comintern. Questi fatti però, non sono la parte più rilevante della sua esperienza, a contare è il giudizio, umano e politico, che lui ne ha ricavato. E la grande capacità  di trasformare la testimonianza in analisi, e in bellissime, terribili metafore. Questo è ciò che la Spagna ha significato per Orwell, l’ avvenimento che lo ha portato nell’ ultima più creativa parte della sua vita.

I sette anni che si alternarono dal 1937 al 1944 produssero per Orwell molti casi personali e realizzazioni letterarie : il ritorno in Inghilterra, la scrittura di Homage to Catalonia (aprile 1938), di Coming up for air (giugno 1939), il dichiararsi della malattia (tubercolosi), la vita matrimoniale e l’ adozione di un figlio, la stesura di saggi importanti come Inside the whale (1940) e The lion and the Unicorn (1941), la collaborazione a riviste quali "Horizon" e "Partisan Review", il lavoro alla BBC, un inverno in Marocco. Ogni cosa però, sembrava preparatoria all’ avvento dell’ opera di cui è menzione in una lettera a Leonard Moore del 6 dicembre 1943 : "Sarai contento di sapere che di nuovo sto scrivendo un libro", quasi che nient’ altro contasse e solo questa ripresa e la successiva, ancora di là  da venire, fossero essenziali, addirittura presentite e immaginate le sue più importanti,  tali da farlo giungere al culmine e anche al termine dell’ esistenza.

Animal farm ebbe una stesura di quasi due anni, una gestazione indubbiamente molto più lunga, un anno di dispute editoriali, l’abbandono di Gollanz a favore di Warburg, nuovo piccolo editore che il libro fece grande. La prima edizione fu presentata a Londra il 15 agosto 1945, cinquemila copie vedute in una settimana, altre diecimila il mese successivo, centinaia di migliaia con l’ uscita in America.
Nel marzo Orwell aveva perduto la moglie Eileen per la cattiva riuscita di un intervento chirurgico. Ne soffrì. Anche molto. Ma neppure questo contò. Era già  cominciato il travaglio per il suo secondo libro finale Nineteen eighty-four.

Orwell visse, sopravvisse, altri cinque anni prima che la rottura di un’ arteria polmonare lo uccidesse nelle prime ore del mattino del 21 gennai
o 1950. La gran parte di questi anni li passò a Iura, isoletta delle Ebridi interne, desolata, piovosa, ventosa, solo sassi. Ci abitò con il figlio Richard e la sorella Avril Blair che faceva da madre. Qui completò e scrisse l’ ultimo romanzo, il suo maggiore : Nineteen Eighty-four. L’ opera uscì a Londra l’ otto giugno 1949, pubblicata da Secker & Warburg e a New York il tredici giugno, Harcourt Brace editore.
Negli ultimi cinquant’ anni i due più famosi libri di Orwell hanno venduto quaranta milioni di copie, ‘Orwelliano’ è diventato una definizione, la fama di Eric Blair è stata postuma, ma universale.

Nel 1946 Orwell pubblicò sulla rivista "Gangrel" uno scritto intitolato Why I write (Perchè scrivo). E’ un regalo. Fa capire quest’ uomo difficile, scontroso e spesso infelice. Dice : "Già  a cinque, sei anni sapevo che sarei diventato uno scrittore….ero un bambino solitario e avevo l’ abitudine di raccontarmi delle storie e di parlare con persone immaginarie….sapevo d’ aver facilità  con le parole, mi creavo un mondo tutto mio che mi compensava dei fallimenti….Penso che ci siano quattro motivi per scrivere : puro egoismo (desiderio di brillare, d’ essere ricordato), entusiasmo estetico (percezione della bellezza delle cose e delle parole e di saperle disporre), impulso alla storia (stabilire la verità  dei fatti e lasciarli in eredità ), intento politico (usando la parola politico nel senso più ampio)….Scrivere un libro è una lotta orribile e disperante, un lungo periodo di malattia dolorosa….nessuno ci si metterebbe se non fosse guidato da un demone, cui non si può resistere e che non si può capire".

 

 

 

 


Questo articolo è basato su : The collected essays, journalism and letters of George Orwell, vol. I-IV, London, Secker & Warburg, 1968; George Orwell, The complete novels, London, Penguin Books, 1983; D.J. Taylor, Orwell : the life, London, Chatto & Windus, 2003; Christopher Hitchens, Orwell’s victory, London, Penguin Books, 2003.

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