Letteratura

Arthur Cravan, pugile e poeta

Il grande trampoliere smarrito

di Sandro Montalto


articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (gennaio 2020)

Se fossimo capitati a Parigi nei primi anni Dieci, passeggiando per i viali ci saremmo forse imbattuti in un curioso personaggio, tanto alto e imponente quanto goffo e stralunato, che spinge un carretto da fruttivendolo. In questo carretto, sbirciando, avremmo visto non frutta di stagione ma copie di una rivista intitolata «Maintenant». Questo curioso ragazzo è Arthur Cravan: editore, direttore, redattore unico e corrispondente di questa rivista, uscita dal 1911 al 1915 e oggi sostanzialmente introvabile. Della rivista videro la luce cinque numeri (sei, se si considera la nuova edizione accresciuta del marzo-aprile 1914), poi così come iniziò, esplose e fece un gran polverone, altrettanto improvvisamente sparì.

Arthur Cravan, il cui vero nome era Fabian Avenarius Lloyd (Losanna, 22 maggio 1887 – Messico, novembre 1918), viene ricordato per essere stato uno dei personaggi più inafferrabili del suo tempo. Educato a Losanna (studiò anche violino e danza), entrò in un’accademia militare inglese dalla quale venne espulso per aver schiaffeggiato un insegnante. Provocatorio e intelligente, fin dalla giovinezza fu ammirato da molti intellettuali fino a diventare un punto di riferimento per dadaisti e surrealisti. Breton nella celeberrima Antologia dello humour nero asserisce senza mezzi termini che con i suoi scritti e i suoi comportamenti preannunciò il Dada: «Egli ostenta una concezione del tutto nuova della letteratura e dell’arte, simile a quella che potrebbero avere, nel campo del bello spettacolo, un lottatore da fiera o un domatore». Cendrars dichiarò che «raccontare la vita di Arthur Cravan equivale a far la storia della fondazione del dadaismo», e addirittura lo considerava capace «di illuminazioni folgoranti, non meno profetiche e ribelli e disperate e amare di quelle di Rimbaud». E il riferimento a Rimbaud torna anche in Vaneigem, il sociologo francese tra i fondatori del situazionismo, secondo il quale Cravan è stato il campione del mondo di nichilismo e ha dato nientemeno che corpo alla sfida di Rimbaud contro la civiltà. Fu amico di Picabia e Duchamp (che nel 1917 ebbe l’ardire di sfidare a scacchi).

Adelphi ha pubblicato una interessante raccolta di scritti di Cravan, apparsi in parte su giornali e riviste e in parte su «Maintenant». L’obiettivo di Cravan era sostanzialmente quello di fare scalpore: «Se scrivo è per mandare in bestia i miei colleghi, per far parlare di me e cercare di farmi un nome. Se hai un nome, hai successo con le donne e negli affari». A volte però le parole non gli bastavano, e allora si divertiva ad esempio ad andare alle conferenze e sparare in aria per spaventare tutti.

L’eterogeneità di questa silloge è rappresentativa dell’essenza del personaggio: ragazzo bello e dallo sguardo magnetico ma sempre un po’ a disagio nel suo fisico (quasi due metri di altezza), delicato e arguto a volte e altre volte sprezzante e volgare, pieno di progetti eppure sempre pronto a scrivere della propria pigrizia (facendo ironia su ironia: «sono qui, su questo letto, come un nullafacente; non che mi dispiaccia essere un pigro tremendo; ma detesto restare a lungo così, quando per i trafficoni e i mascalzoni la nostra è l’epoca più propizia»), stralunato prosatore e articolista, bizzarro poeta e caparbio pugile. Non a caso pubblicò anche con diversi pseudonimi, tra i quali Fabian Lloyd, Marie Lowitska e W. Cooper (e già durante la Prima guerra mondiale viaggiò tra l’Europa e l’America usando diversi passaporti e documenti).

Vediamo più da vicino alcuni degli scritti di Cravan. Il primo articolo raccolto in Grande trampoliere smarrito (Milano, Adelphi, 2018) è To Be or not To Be… American, uscito nel giugno 1909 su «L’Écho des Sports». Con un tono serioso e un apparente serissimo intento tassonomico in realtà ben noto a chi ama questo genere di scrittori (pensiamo a certe pagine di scrittori atipicissimi come Satie o Allais…), parla di come ‘oggi’, a ben guardare, siano tutti americani; anzi «bisogna essere americani, o quantomeno sembrarlo, il che è esattamente la stessa cosa. Lo sanno tutti. È l’unico comportamento appropriato». Naturalmente, «quando dico tutti, si deve intendere tutti quelli che sono sportivi almeno un po’ e potrebbero interessarci. Tutti gli altri sono solo robetta». Bel modo, non c’è dubbio, di chiudere il cerchio. La moda ha portato tutti a masticare gomma, sputare e bestemmiare «come il più tipico degli americani», indossare vestiti di due misure più larghi del necessario, parlare a monosillabi ignorando la più elementare conoscenza del proprio idioma (per esprimersi come un americano vero basta ripetere spesso ‘sì’, più raramente esclamare ‘hell!’ e soprattutto dimostrare di saper ballare la giga). Seguono molti altri consigli, tra i quali essere di statura un tantino sopra la media, soffiarsi il naso con le mani, tenere i soldi in tasca e non nel portamonete, avere sempre l’aria indaffarata e soprattutto ricordarsi di essere arroganti.

Altri scritti ci portano a un’altra delle costanti della vita di Cravan: Oscar Wilde. In Documenti inediti su Oscar Wilde traccia un ritratto fisico e mentale dello scrittore irlandese, che tra le altre cose era suo zio (la zia paterna di Cravan, Constance Mary Lloyd, era la moglie di Oscar), mentre in Oscar Wilde è vivo! descrive una notte del 1913 in cui un vecchio e malandato Wilde, evidentemente non morto come si crede qualche anno prima, avrebbe bussato alla sua porta e avrebbe improvvisato con lui un penoso dialogo condito con una sospirata bevuta.

Un altro momento molto divertente è lo scritto in cui racconta il suo incontro con André Gide. Ecco come esordisce: «Poiché, dopo un lungo periodo di tremenda pigrizia, sognavo ardentemente di diventare ricchissimo (mio Dio, quanto spesso l’ho sognato!); poiché ero eternamente fermo al capitolo dei propositi, e sempre più mi esaltavo al pensiero di raggiungere la prosperità in modo disonesto, e sorprendente, attraverso la poesia – ho sempre cercato di considerare l’arte un mezzo e non un fine -, mi dissi allegramente: “Dovrei andare a trovare Gide, è milionario. Sul serio, che spasso, infinocchierò quel vecchio letterato!”» (più avanti nel testo, ricordando la stroncatura che Gide riservò a Gautier, manifesterà pacatamente il suo dissenso chiamandolo «finocchio marcio»). Il racconto del dialogo tra il vecchio scrittore sempre più a disagio e il giovane che, tanto per esordire bene (i tempi non sono cambiati…), sceglie la strategia del «parlar male di almeno duecento autori viventi» è esilarante. La chiusura dell’articolo è particolarmente interessante, però, sia per l’abile svolta comico-surreale che imprime all’improvviso, sia per l’insistenza (probabilmente non solo un altro escamotage comico) sul rapporto corpo-spirito: «Gide non ha l’aria di un figlio illegittimo, né di un pachiderma, né di certi altri uomini: ha l’aria di un artista; e l’unico complimento che gli farò, peraltro sgradevole, è che la sua modesta ecletticità deriva dal fatto che potrebbe assai facilmente essere preso per un gigione. La sua ossatura non ha nulla di notevole». Non è però da trascurare che Gide, in Sotterranei del Vaticano, modellò proprio su Cravan il controverso personaggio di Lafcadio Wluiki. Di contro, per giustificare in qualche modo il livore di Cravan occorre ricordare gli scritti non certo delicati e lusinghieri che Gide aveva dedicato a Wilde anni prima.

[continua]

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