Non è facile essere bengalese e vivere in America con un nome, Gogol Ganguli alquanto insolito. Gogol era il nome dello scrittore russo, ma a scuola nessuno lo sapeva e, regolarmente, Gogol Ganguli veniva soprannominato Goggles (occhialetti da motociclista o da piscina) o peggio, Giggles (risatine). Troppo lungo spiegare che suo padre aveva deciso di chiamarlo così, perché erano state proprio le pagine di un libro di Gogol (Il cappotto), che si agitavano al vento, a salvargli la vita quando era rimasto vittima di un incidente ferroviario, attirando i soccorsi verso di lui. Nella speranza di riuscire ad assumere un’altra identità e a rifarsi una storia familiare, Gogol decide di cambiare il suo nome in Nikhil. E’ attorno a questo personaggio che si svolge il romanzo "L’omonimo" di Jhumpa Lahiri, scrittrice bengalese che vive in America e che narra le vicende di una famiglia indiana emigrata negli Stati Uniti con i figli Gogol e Sonia, già American-born Confused Deshi (ABCD), cioè indiani disorientati, nati in America, biligui perfetti, turisti in India in cui si recano due volte l’anno per andare a trovare i parenti, aspettando con ansia di tornare a "casa". Saranno proprio il desiderio di affermazione di sé e la ricerca della propria identità a spingere Gogol a rifiutare le feste tradizionali indiane, così come il cibo speziato e le letture consigliate dal padre. Solo alla fine, quando il padre muore all’improvviso, Gogol capisce tante cose: la differenza di vedute tra lui e la propria famiglia, la difficoltà di vivere sospesi tra il ricordo e il presente e che cosa abbia voluto dire per i propri genitori accettare usanze a loro estranee per amore dei figli. E’ a questo punto che il percorso di formazione di Gogol ha finalmente inizio per ritrovare la propria famiglia, la propria terra e sopratutto se stesso.

Jhumpa Lahiri / L’omonimo Ed. Marcos Y Marcos

Lisa, Carrara