Trentanove anni fa usciva in Francia, per le edizioni Gallimard, «Le comportament, moteur de l’évolution», oggi considerato uno dei principali lavori di Jean Piaget e – per ripetere la definizione di Elena Gagliasso, che firma la presentazione della prima edizione italiana – decisamente «fuori squadra». Ma per quale motivo?

 Fondatore dell’epistemologia genetica, Piaget è ricordato soprattutto per essere stato uno psicologo dell’età evolutiva e dello sviluppo. Ha il suo posto, ben saldo, in ogni manuale di psicologia, nonostante la sua teoria stadiale della formazione psichica infantile, ovvero la divisione per fasce d’età dello sviluppo cognitivo del bambino, sia stata superata dal pensiero psicanalitico. Ebbene, l’opera in questione si occupa di tutt’altro, o quasi: “invadendo” il campo della biologia, essa studia il comportamento individuale, cioè del singolo, e lo propone – invertendo il classico rapporto che vede nel comportamento una risultante – come fattore determinante non solo nella formazione dei caratteri morfologici dell’umano, ma anche nell’evoluzione generale della specie.

 In ambito accademico, si sa, trasgredire gli «steccati disciplinari» provoca sempre forti orticarie, sia in chi “riceve” il trasgressore sia in chi appartiene al suo campo di provenienza e lo vede partire per altri lidi. Ecco dunque spiegata la non considerazione, innanzitutto da parte della comunità dei biologi, di un’opera come «Le comportament, moteur de l’évolution», che grazie all’editore Mimesis e alla traduzione della storica ed epistemologa della biologia Sara Campanello, autrice inoltre di una ricca e ricognitiva prefazione, può finalmente oggi essere letto anche in Italia.

@Andrea Cirolla

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