Wuz n. 5, maggio 2003

Daniele Bresciani

Imbonati opera prima

del giovane Manzoni

Quando, nella seconda metà del 1805, cominciò a comporre il carme In morte di Carlo Imbonati, Alessandro Manzoni aveva da poco compiuto i vent’anni. Non fu questa la prima opera poetica del letterato milanese, che tra il 1801 e il 1804 aveva scritto, tra l’altro, il poema in quattro canti in terzine Il trionfo della libertà, i sonetti Alla Musa e Alla sua donna, l’ode Qual su le cinzie cime, l’idillio Adda e i quattro sermoni, tutti lavori dati alle stampe successivamente. Prima inoltre, nel 1802, all’interno dell’opera di Francesco Lomonaco Vite degli eccellenti italiani, era apparso il Sonetto per la vita di Dante “di Alessandro Manzoni, giovine pieno di poetico ingegno e amicissimo dell’Autore”. L’Imbonati fu però, per l’autore dei Promessi sposi, primo volume stampato: questo avvenne a Parigi, per i torchi di Didot, all’inizio del 1806, e il carme viene ritenuto oggi una delle opere più considerevoli nel periodo precedente alla conversione cattolica di Manzoni, avvenuta nel 1810.
Carlo Imbonati, ricco patrizio milanese, conviveva a Parigi con la madre del poeta, Giulia Beccaria, sin dal 1792, dopo che quest’ultima si era separata dal marito Pietro. E fu proprio poco dopo la morte di Imbonati, sopraggiunta il 15 marzo 1805, che Manzoni si recò a Parigi. Qui il giovane Alessandro, che non aveva mai conosciuto di persona il defunto, compose il carme, soprattutto per confortare l’adorata madre. Nell’opera, in endecasillabi sciolti, il poeta immagina che Imbonati gli appaia in sogno, mostrandogli il suo affetto e porgendogli alcuni ammaestramenti: lo spirito del defunto, oltre a criticare la corruzione del tempo, loda il giovane Alessandro, dedito agli studi e attento nella scelte delle amicizie, ed elogia la poesia di Giuseppe Parini e di Vittorio Alfieri. Il volumetto, di 15 pagine numerate più una bianca, venne stampato coi tipi di P. Didot Maggiore in appena 100 copie, ed è indubbiamente una delle edizioni manzoniane più rare, tanto che Marino Parenti, descrivendola in Rarità bibliografiche dell’Ottocento, scriveva: “Le copie conosciute, finora, non raggiungono la decina”. Tra queste, merita di essere ricordata quella oggi custodita nella sala manzoniana della Biblioteca Braidense, realizzata in pergamena e con una legatura in pelle nera con fregi in oro e le iniziali GCA (Giulia, Carlo, Alessandro) incise sul piatto anteriore: è l’esemplare donato dall’autore alla madre.
L’autografo di questi versi, ripudiati da Manzoni all’indomani della conversione, non è pervenuto e forse non è azzardato supporre che sia stato distrutto dall’autore stesso. Eppure, nell’anno della pubblicazione, il carme conobbe un buon successo, tanto che, oltre all’edizione originale di Parigi, ne vennero realizzate altre tre. Quella stampata in 50 esemplari a Roma nella Stamperia Caetani all’Esquilino (15 pagine numerate, più una bianca), quella uscita dai torchi di Nicolò Bettoni a Brescia (15 pagine numerate, più una bianca) e quella milanese di Destefanis, la prima espressamente in commercio.
Quest’ultima edizione si differenzia dalle altre per diversi motivi: le pagine numerate qui sono 19 (l’ultima è bianca), ne vennero certamente tirati esemplari in carta più grande e più pesante, ma soprattutto qui è presente una dedica “A Vincenzo Monti”, definito “principe de’ poeti moderni”. La dedica, che occupa due facciate e mezza, si chiude così: “Accettate con animo cortese quest’omaggio che l’editore ed il poeta vi offeriscono con fiducia, e continuate loro la vostra benevolenza. Il vostro ossequioso e devoto amico Giambattista Pagani bresciano”. In realtà Manzoni era completamente all’oscuro dell’iniziativa assolutamente autonoma dell’amico e compagno di studi, e la prese tutt’altro che bene, tanto che nella celebre lettera del 18 aprile 1806, scrisse a Pagani: “Più mi sforzo a rileggere quella dedica, e più cresce la nostra maraviglia. E non solamente noi due, ma tutti quelli che la vedono ne sono stranamente sorpresi. Io aveva parlato ad un Italiano di questa dedica: egli ne domandò conto ultimamente ad uno che l’ha avuta sotto gli occhi. Quando intese che la dedica era pure in nome del poeta, non lo voleva credere assolutamente. È impossibile; questa è la prima parola di tutti quelli a cui ne parlo. E a voi pare una singolarità la nostra!”. Manzoni fu anche sul punto di pretendere la pubblicazione di una sua dichiarazione sulla vicenda, con l’intento di sconfessare quella dedica, ma alla fine l’autore tornò sui suoi passi, tanto che il 30 maggio scrisse a Pagani: “Del comune dispiacere non se ne parli più. Veggo che il rimedio sarebbe peggiore per te di quel che il male sia stato per me. Piacemi che tu conosca che non a torto io ebbi disgusto del fatto. Né già mi piace per amore della mia opinione, o per vana pretensione non compatibile coll’amicizia, ma perché questo mi conferma la rettitudine della tua mente. Vivi dunque sicuro che in nessuna occasione non ne farò mai parola in istampa”. Non è insolito, comunque, trovare copie dell’Imbonati di Destefanis mutile delle due carte con la dedica a Monti.
Ancora l’epistolario, infine, ci aiuta stabilire il numero complessivo delle copie tirate, un migliaio, visto che Manzoni, il 14 settembre, scrisse sempre a Pagani: “Io non ho avuto dal librajo un soldo per l’edizione; e mi son messo in puntiglio di non lasciargli niente niente, perché non voglio essere il zimbello di nessuno, e massime d’un librajo […]. Perché: o le copie sono vendute, e mi dia il danaro: o sono invendute, e me le renda. Arese si era impegnato di parlargli. Rispose ch’egli aveva ottocento copie non vendute […]. Ecco la mia risposta: rendere al Sig.r Zinammi (Procuratore di mia madre) il prezzo delle 200 vendute, e le ottocento copie invendute. E veramente mi fa maraviglia che il numero di quelle che sono in bottega sia così grande, non perché io credessi che dovessero aver grande spaccio (giacché v’è un ostacolo a ciò, non so se per colpa dell’opera o dei lettori) ma perché tu m’avevi detto annunciato che si vendevano a furia”.
Un paio di altri accenni sono utili per capire l’importanza che l’Imbonati assunse per i contemporanei. Con quest’opera, il Manzoni conobbe anche per la prima volta l’onore di una recensione e sempre nella lettera del 14 settembre disse a Pagani: “Ho veduto su un giornale di Roma un giudizio di quei versi con una lode tanto esaggerata, che non ardisco a riportarla”, ove il giornale in questione è il numero XXI del 24 maggio delle “Effemeridi letterarie”. Ma il carme, infine, ebbe anche estimatori illustri, primo tra tutti Ugo Foscolo, che malgrado fosse maggiore (tanto in età quanto in fama) di Manzoni, meditò così a lungo e profondamente quei versi da citarne, elogiandolo, il passaggio dedicato a Omero nelle note dei suoi Sepolcri, aggiungendovi questa chiosa: “Poesia di un giovine ingegno nato alle lettere e caldo d’amor patrio: la trascrivo per tutta lode, e per mostrargli quanta memoria serbi di lui il suo lontano amico”. In realtà, l’amicizia tra i due grandi letterati non era destinata a rafforzarsi con il passare del tempo, tanto che una decina d’anni dopo, in una lettera a Sigismondo Trechi del 3 febbraio 1816, Foscolo avrebbe precisa
to senza mezzi termini che da Manzoni desiderava “d’esser stimato e non altro”.