Wuz n. 8, ottobre 2002

Piero Scapecchi

Il Sacramentario

di Frontale

Un gioiello è sempre bellezza e valore, una legatura gioiello aggiunge tali qualità, con forza ancor maggiore, alla cultura e alla storia offerta dal testo tramandato.

Il Sacramentario è una raccolta di testi liturgici che ha preceduto nel tempo il formarsi del messale. Il Sacramentario di Frontale venne chiamato così dal paese marchigiano nei pressi di Apiro in cui era conservato: volume pergamenaceo di 126 carte, 245 x 175 mm, prodotto per l’eremo di San Vicino e scritto probabilmente a Fonte Avellana tra 1046 e 1060. Ora è depositato presso la Pierpont Morgan Library di New York, custodito da una legatura bizantina la quale, oltre a svelare il grande momento della riforma monastica di san Romualdo, di san Pier Damiani e dei loro discepoli, segnala la continuità dei rapporti tra Impero d’Oriente e le città già dell’esarcato e della pentapoli proprio nel momento in cui, per le imprese di Roberto il Guiscardo, Bisanzio doveva abbandonare gli ultimi possessi nella penisola (la caduta di Bari è del 1071).

Il codice passò dalla sua originaria destinazione alla chiesa parrocchiale di Frontale e, reso noto a metà del XVIII secolo dal canonico di Apiro Ottavio Turchi (morto nel 1769), erudito autore anche di una storia della diocesi di Camerino, e dagli annalisti camaldolesi, fu probabilmente venduto nel corso del XIX secolo, per riapparire in Svizzera sul finire degli anni Venti del secolo scorso, passare poi nella collezione di William S. Glazer ed esser depositato, con essa, nella più prestigiosa biblioteca della Grande Mela.

Secondo la tradizione orale ancor viva nel Settecento, era stato assegnato all’eremo della Santissima Trinità di Monte San Vicino con gli oggetti e i libri liturgici necessari al culto quando esso fu fondato dietro la spinta di san Pier Damiani che vi inviò il suo discepolo san Domenico Loricato.

La legatura, opera di un ignoto artefice greco o ravennate, fu coeva o di poco posteriore alla scrittura, come si ricava da confronti stilistici. Si può pensare che al codice fosse assegnato, dopo la morte di san Domenico Loricato, il valore di una reliquia tanto venerata da determinare la fattura di una custodia preziosa ed è così possibile che tra le due fasi dell’approntamento possano correre alcuni anni di intervallo, forse addirittura confezionata dopo la scomparsa dell’eremita.

Le due coperte su assi che la compongono hanno al centro su placchette di avorio – riutilizzate dall’ornamentazione di uno scrigno – le immagini dei santi Giorgio e Teodoro, oggi invertite rispetto alla originale collocazione documentata da Turchi, e sono completate da strisce di argento dorato cesellate in basso rilievo con figure di santi e arcangeli, unite da spirali vegetali.

Sulla coperta anteriore, da sinistra a destra e dall’alto al basso sono le figure, individuate dalle scritte in greco, di Matteo, Michele, Giovanni Evangelista, Jacopo, Andrea, Bartolomeo, Nicola e Simone; su quella posteriore, nello stesso ordine, troviamo Michele, l’etimasia (letteralmente apprestamento del trono, iconografia bizantina presente anche nel Battistero degli Ortodossi di Ravenna) cioè il trono di Cristo, con il libro dei Vangeli, sormontato dalla croce greca e con ai lati la spugna e la lancia, simboli della Passione, Gabriele, Pietro, Paolo, Marco, di nuovo Gabriele – forse per un errore dell’artista che doveva qui raffigurare Raffaele –, e infine Luca.

Il cimelio è stato oggetto di nuovi approfonditi studi dopo la sua ricomparsa sia per il testo – il quale presenta riferimenti ai santi della chiesa ravennate – che per la legatura ed è dunque accompagnato da una fitta bibliografia che ne evidenzia l’importanza nel documentare il momento della sua realizzazione.

Nel loro insieme il testo liturgico e il manufatto artistico rivelano così i contatti intessuti dalla riforma camaldolese con la chiesa e la cultura di Ravenna che conservava un’impronta bizantina e sono soprattutto uno dei segnali dell’impegno di san Pier Damiani nella riforma ecclesiale e monastica che andrà sotto il nome di riforma gregoriana (dal nome del papa Gregorio VII).

San Pier Damiani, “contento ne’ pensier contemplativi” (Dante, Paradiso, XXI, 117), nato nel 1007 a Ravenna, seguace di Romoaldo, è soprattutto noto per l’impegno a livello politico verso la riforma della Chiesa, fu infatti più volte legato papale e dal 1057 cardinale vescovo di Ostia. Fu in stretta unità di intenti con i papi Stefano IX, Niccolò II, Alessandro II (Anselmo da Baggio) e con il già ricordato Ildebrando di Soana (dal 1073 Gregorio VII), ma non minori furono gli sforzi che dedicò alla riforma dell’eremitismo, completando l’opera sulla scia del suo maestro, sì che a lui si deve la creazione di una teologia sistematica della vita eremitica.

Uno dei suoi principali impegni fu quello volto alla riforma del monastero della SS. Trinità di Fonte Avellana in diocesi di Gubbio di cui fu priore nel 1043 – “Tra’ due liti d’Italia surgon sassi /…/ e fanno un gibbo che si chiama Catria, / di sotto al quale è consacrato un ermo, / che suole esser disposto a sola latria” (Dante, Paradiso, XXI, 106-111) – e i risultati furono tali che la comunità superò lo stesso fulgore di Camaldoli e fu centro di irradiazione dell’eremitismo romualdino sulla dorsale appenninica tra Umbria e Marche, divenendo congregazione autonoma nella seconda metà dell’XI secolo.

Da lì infatti una serie di eremi fu fondata o riformata; tra questi l’abbazia di Sant’Emiliano di Congiuntoli e della SS. Trinità di Monte San Vicino, di cui fu appunto fondatore, su incarico di Damiani, San Domenico Loricato che visse, come scrive Don Jean Leclercq, “un eremitismo radicale”.

San Domenico, detto Loricato per la corazza (in latino lorica) che portava sempre per penitenza, fu uno tra i principali seguaci e collaboratori del cardinale ostiense che di lui scrisse la vita (si veda Patrologia latina, t. CXLIV, coll. 1012-1024). Originario di Cagli, sacerdote, fu priore di Sant’Emiliano a Congiuntoli e poi di San Vicino, la sua festa si celebra il 14 ottobre. Visse in continua penitenza, il che non deve stupire perché al suo tempo, come ha osservato Leclercq, “gli eremiti andavano alla ricerca di tutti i mezzi per mortificarsi”.

Sia il testo liturgico del codice che la legatura che lo rende prezioso dimostrano questa opera di rinnovamento e la contiguità con la cultura ravennate. Le coperte, nella classicità dei due avori che richiamano la grande arte romana, sono il segno di una dipendenza anche artistica – come rivelano i successivi inventari di Fonte Avellana dove si conservavano opere bizantine –, ma rappresentano in fondo il fulgore della vita eremitica camaldolese.